A Parma va in scena il mito di Orfeo ed Euridice riletto dalla grande artista Shirin Neshat 

La storia giusta per me”: così l’artista internazionale Shirin Neshat (Qazvin, 1957), iraniana residente da decenni negli Stati Uniti, dichiara di aver pensato all’invito di mettere in scena al Teatro Regio di Parma Orfeo ed Euridice di Gluck, molteplici le potenzialità visive e concettuali che avverte affini al suo lavoro di fotografa e di regista cinematografica, numerosi i premi. In Italia si è conclusa di recente la mostra, Body of Evidence, al PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano. In Orfeo ed Euridice tanti i contrasti, i conflitti, che l’artista sente come potenti stimoli in termini individuali, politici ed estetici, in particolare tra oriente e occidente, uomini e donne, oppressione e libertà. Un’opera in cui Shirin Neshat riconosce numerose dualità: “amore e morte, dolore e gioia, cielo e terra, mondo e inferno, magia e realismo, coscienza e subconscio”. 

Shirin Neshat, Orfeo ed Euridice, Teatro Regio di Parma
Shirin Neshat, Orfeo ed Euridice, Teatro Regio di Parma, Ritratto

Shirin Neshat e l’opera 

Non è questa la prima regia operistica di Shirin Neshat: grande interesse ha suscitato la sua Aida ripresa lo scorso anno a Parigi, all’Opéra di Parigi, a cui viene riconosciuto, con la lettura ideologica (troppo insistita?), un potente impatto visivo tra il bianco e nero dei video – e la presenza del rosso. Per Parma – il debutto venerdì 23 gennaio, con repliche il 25, 29 e 31, direttore Fabio Biondi – il mito rinuncia alla distanza, alla sacralità, per una dimensione più squisitamente umana, preziosa la collaborazione della drammaturga Yvonne Gebauer. Come già nella versione di Michieletto per Spoleto, 2024, Euridice muore suicida: la disperazione per la sua morte ingigantisce con il senso di colpa. Il viaggio nell’oltretomba diviene quindi, nel vasto disorientamento, un perdersi labirintico nella propria oscurità interiore. 

Shirin Neshat, Aida
Shirin Neshat, Aida

L’Orfeo ed Euridice nell’interpretazione di Shirin Neshat 

Non solo. Articolata la rielaborazione narrativa: Euridice aveva deciso di morire perché “tormentata dalla perdita del figlio”, così nelle note di regia “e dalla crudeltà e incapacità del marito di piangere questa tragedia”. Richiamata alla vita dall’aiuto magico di Amore saprà lei accettare quella perdita così distruttiva? Film muti in bianco e nero – così come predilige Shirin Neshat – sono posti in apertura e chiusura di questo allestimento di Orfeo ed Euridice, scene di Heike Vollmer, costumi di Katharina Schlipf, luci di Valerio Tiberi, coreografie di Claudia Greco, con la Filarmonica Arturo Toscanini e il coro del Teatro Regio di Parma diretto dal grande Maestro Martino Faggiani, protagonisti in scena i cantanti Carlo Vistoli (Orfeo), Francesca Pia Vitale (Euridice) e Theodora Raftis (Amore). 

L’eterno mito di Orfeo ed Euridice al Teatro Regio di Parma 

È un’opera breve Orfeo ed Euridice, un’ora e mezza galoppante di emozioni, così come avevano voluto Gluck e l’autore del libretto Calzabigi, tolti, con la loro riforma, gli inutili virtuosismi, gli intrecci secondari, preferendo la linearità del racconto, pochi ruoli, il recitativo accompagnato. La prima a Vienna nel 1762 in occasione dell’onomastico dell’imperatore Francesco I: questo uno dei motivi per cui doveva esserci il lieto fine, di nuovo uniti Orfeo ed Euridice? Ma con Shirin Neshat? Può accettare Euridice di ritrovarsi sulla terra senza più il figlio? In Orfeo la morte della persona amata aveva creato disorientamento, perdendosi nell’irrazionalità visionaria, non potendo più distinguere “tra dentro e fuori”, così scrive la drammaturga Yvonne Gebauer, “tra colpevolezza e innocenza”, divenendo l’oltretomba anche “paesaggio della coscienza”, con Amore che non è più solo personaggio esterno ma “tramite di una riconciliazione interiore”. 
 
Valeria Ottolenghi 

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Artribune