Addis Abeba, dal vertice africano a un nuovo ruolo per il continente
- Postato il 16 febbraio 2026
- Esteri
- Di Formiche
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Il 39° Vertice dell’Unione Africana (Ua) si è svolto ad Addis Abeba con una forte enfasi su solidarietà africana, indipendenza finanziaria e capacità del continente di “plasmare l’agenda globale”, non solo subirla. Il tema ufficiale, incentrato sulla disponibilità sostenibile di acqua e su sistemi sicuri di sanità ambientale, è stato presentato come una leva di Agenda 2063. Nei discorsi di capi di Stato, Commissione Ua e Onu hanno pesato soprattutto sicurezza, industrializzazione, infrastrutture e riforma della governance globale.
Sul piano generale, l’assise ha restituito l’immagine di un’Africa sotto pressione: conflitti in Sudan, Sahel ed est della Repubblica Democratica del Congo (Rdc), rallentamento dei flussi finanziari esterni, competizione tra potenze e urgenza di rafforzare l’integrazione dell’Area continentale africana di libero scambio (AfCFTA) e la rappresentanza in G20 e Nazioni Unite.
Chi c’era e quale passaggio di consegne
Il summit del 14 febbraio ha avuto come primo snodo politico il passaggio di consegne alla guida annuale dell’Unione. Il presidente del Burundi Évariste Ndayishimiye è stato eletto Chairperson dell’Ua per il 2026, succedendo al presidente angolano João Lourenço, che aveva guidato l’Organizzazione nel 2025. Sul piano istituzionale, il baricentro operativo è rimasto alla Commissione. Il chairperson Mahmoud Ali Youssouf ha incardinato i lavori insistendo su tre parole chiave ricorrenti: pace, integrazione e autonomia finanziaria.
Addis Abeba si è confermata “crocevia” diplomatico. A margine dei lavori, la presenza delle Nazioni Unite con il segretario generale António Guterres e l’arrivo di partner esterni, tra cui l’Italia rappresentata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni — invitata speciale e protagonista del secondo vertice Italia‑Africa svoltosi il giorno precedente — hanno reso più esplicita la connessione tra agenda africana e negoziati globali su debito, clima e riforma della governance internazionale.
L’intervento di Meloni alla sessione plenaria ha ribadito un registro politico preciso: riconoscere la centralità africana nella fase di competizione e riallineamento globale e presentare l’Italia come “ponte” operativo tra Europa e Africa. La frase più ripresa, “il nostro futuro dipende dal vostro”, ha incorniciato un discorso che lega sicurezza, sviluppo e demografia, sottolineando come il continente rappresenti un acceleratore di equilibri e opportunità grazie al suo capitale umano.
Dentro questa cornice, il Piano Mattei è stato presentato come piattaforma aperta per know‑how, tecnologie e investimenti al servizio delle priorità dell’Agenda 2063, inclusa una AfCFTA più integrata. L’obiettivo strategico è ridurre i costi di frammentazione e rendere praticabile l’integrazione economica con interconnessioni efficienti e sicure. In questa logica si inseriscono corridoi e infrastrutture regionali — come il Corridoio di Lobito — e programmi di formazione per i giovani, anche nel campo dell’intelligenza artificiale. Il messaggio politico è quello di una cooperazione tra pari, “lavorare con” e non “per”.
Il summit ha fatto emergere anche una pressione meno visibile delle crisi armate e dei negoziati sul debito, ma politicamente rilevante. Molte voci delle nuove generazioni hanno descritto l’Ua come un’istituzione distante, percepita come un “blocco di vecchi leader” più che come una casa politica capace di rappresentare un continente con una popolazione giovane predominante.
Commenti e analisi circolati a ridosso dell’evento descrivono l’Ua come cauta nel richiamare i governi su elezioni contestate, repressione e abusi di potere, e lenta nel tradurre dichiarazioni in azioni concrete, alimentando l’idea che privilegi la stabilità dei governi rispetto all’accountability verso i cittadini.
Dentro questa frizione si inserisce la condizione materiale delle nuove generazioni: disoccupazione, costo della vita, fragilità dei servizi essenziali e limitate prospettive di mobilità. La critica non è uniforme. C’è chi chiede un’Unione Africana più “people‑centered”, capace di far valere standard comuni su governance e diritti, e chi la considera inevitabilmente intergovernativa, puntando a spostare l’azione fuori dalle istituzioni.
Reti civiche e momenti di consultazione paralleli — dal presummit della società civile dell’Economic, Social and Cultural Council dell’Ua ai side events ufficiali — hanno offerto spazi di confronto su accesso al capitale, innovazione e politiche pubbliche, dando corpo alla pluralità di attori coinvolti.
Sicurezza e crisi regionali
Nei discorsi di apertura del presidente uscente Lourenço e del presidente della Commissione Youssouf, i conflitti in Sudan, Sahel, Corno d’Africa ed est della Rdc hanno collocato la pace e la sicurezza al centro dell’agenda. Guterres ha chiesto cessate il fuoco in Sudan, rispetto dell’integrità territoriale congolese e soluzioni politiche regionali, sottolineando il ruolo delle organizzazioni africane.
Nel Sahel, colpi di Stato e riallineamenti geopolitici — inclusa l’uscita di Burkina Faso, Mali e Niger dall’Ecowa — complicano le missioni africane e ampliano lo spazio per attori esterni. Il finanziamento autonomo delle operazioni di pace resta uno dei nodi principali.
Debito, finanza dello sviluppo e riforme globali
Il costo del debito e l’accesso a finanziamenti equi sono stati centrali, insieme alla richiesta di maggiore rappresentanza africana nelle istituzioni globali. Il segretario generale Onu ha definito “indifendibile” l’assenza di seggi permanenti africani nel Consiglio di Sicurezza. La Commissione Ua ha sottolineato il calo dei fondi esterni e la necessità di mobilitare risorse interne per energia, infrastrutture e agricoltura.
L’impegno tedesco di 88 milioni di euro per il periodo 2026‑2027 è stato presentato come contributo allineato alle priorità continentali, ma resta il problema di trasformare gli aiuti in capacità industriale duratura. Cresce l’interesse per strumenti di de‑risking, blended finance e garanzie per attrarre investimenti e ridurre il gap infrastrutturale.
Integrazione economica, AfCFTA e industrializzazione
Agenda 2063 e integrazione continentale tornano a coincidere nell’AfCFTA, presentata non solo come accordo commerciale ma come infrastruttura politica per crescita e industrializzazione, riducendo la dipendenza dalle importazioni. Restano però ostacoli attuativi: barriere non tariffarie e convergenza ancora limitata delle politiche industriali nazionali.
L’Unione Africana ha insistito anche sul legame con la sicurezza. L’idea è che un continente più integrato, con più produzione, più scambi intra-africani e filiere regionali meno fragili, sia anche un continente più resistente agli shock esterni. In questa lettura, industrializzazione, infrastrutture ed energia diventano strumenti di stabilizzazione e una condizione per avvicinarsi all’obiettivo politico di “silenziare le armi”.
Al tempo stesso, analisi indipendenti ricordano che l’implementazione resta lenta, pesano barriere non tariffarie e manca ancora una convergenza robusta delle politiche industriali nazionali. Il rilancio politico del 2026 dovrà quindi tradursi in impegni attuativi misurabili per non restare un ombrello retorico.
Competizione geopolitica e autonomia strategica africana
Si rafforza una dinamica duplice: crescente presenza di attori esterni — Cina, Russia, UE e Paesi del Golfo — e volontà africana di presentarsi come soggetto, non oggetto, della competizione. L’ingresso dell’Ua nel G20 e la richiesta di riforma del Consiglio di Sicurezza riflettono questa ricerca di autonomia strategica.
Le crisi regionali mostrano come interventi esterni divergenti possano frammentare i processi di mediazione. Allo stesso tempo, iniziative europee e partenariati bilaterali cercano di sostenere l’integrazione, puntando su corridoi regionali e standard comuni.
Dal punto di vista della lettura strategica e delle implicazioni per Europa e Italia, emergono tre direttrici: il passaggio da mercato a produttore attraverso industrializzazione e catene del valore regionali; la sicurezza come condizione dello sviluppo; il rafforzamento del posizionamento internazionale africano nelle regole della governance globale.
Per l’Europa e iniziative come il Piano Mattei o il Global Gateway, il summit 2026 rappresenta un banco di prova: trasformare l’ambizione politica in strumenti operativi — finanziamenti, garanzie e partenariati industriali — capaci di produrre risultati visibili.