Arte e AI generativa
- Postato il 25 febbraio 2026
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- Di Il Vostro Giornale
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“La società di massa non vuole cultura, ma intrattenimento” sostiene Hannah Arendt; a questa affermazione espressa da una filosofa può essere utile accostare una riflessione di un artista contemporaneo, Andy Warhol: “Le masse vogliono apparire anticonformiste, così questo significa che l’anticonformismo deve essere prodotto per le masse”. La questione cruciale, mi sembra, sia il fatto che cultura e produzione artistica debbano necessariamente misurarsi con chi ne è fruitore o destinatario e che, se tale soggetto cambia, allo stesso modo cambierà l’offerta. Nel sottotesto è opportuno sottolineare che l’azione trasformativa è necessariamente biunivoca, così come la domanda modifica la proposta, allo stesso modo l’offerta determina la qualità del fruitore. Provo a essere ancor più “definitivo”: possiamo affermare che se un “ottentoto” o un non vedente non riconoscono l’artisticità della Gioconda questo significa che Leonardo non sia un genio della pittura? Allo stesso modo siamo in grado di esplicitare oggettivamente la componente artistica dell’opera se questa non interagisce con il fruitore della stessa? Se il destinatario diviene un “soggetto massificato” e il “gusto estetico” ne consegue omogeneo al tutto, quando sarà possibile distinguere un’opera d’arte da un fenomeno modaiolo? Potrei proseguire su questa via e aggiungere infinite interrogazioni, ma limitiamo la nostra riflessione alla specificità del tema: l’arte prodotta dall’AI possiamo ritenerla davvero arte?Sappiamo come algoritmi specifici siano in grado di fare proprie le fondamenta estetiche, di qualunque stile o corrente artistica, generando opere del tutto nuove, nel senso di non ancora esistenti, indistinguibili da quelle create da artisti umani. Il peccato originale, l’assenza della “creazione artistica”, non è individuabile, è una sottolineatura a priori che serve solo a farci credere che siamo insostituibili almeno nell’arte, ma nessun esperto, nessun critico, che osservi un dipinto o ascolti un brano musicale, è in grado di essere certo che non si tratti di un inedito appena scoperto del tale pittore o compositore. Certo, è possibile sostenere che l’azione artistica dell’AI è di fatto una sorta di assemblaggio di creazioni umane precedenti pur senza condividerne il travaglio creativo, la ricerca emotiva, la solitudine individuale; l’AI è impersonale, estranea di fatto alla creazione, eppure estremamente efficace e quantitativamente di molto più produttiva di qualsiasi artista. Potremmo anche chiederci: “Ma l’AI ha coscienza di creare arte? Sa e desidera essere progettuale? Avverte la gestazione e la nascita dell’opera come prodotto del proprio universo interiore? Sceglie lo stile come più prossimo allo stesso?”
Non so quali possano essere le risposte certe a questi interrogativi, non sono un tecnico del settore, il mio approccio è filosofico, la mia tesi è che la coscienza di sé e di una componente ulteriore a quella cognitiva, intesa come somma di conoscenze e assemblaggio delle stesse, non sia nemmeno necessaria e, pertanto, non sia presente né prevista per una AI che produca opere artistiche. Ma ciò che mi importa ancor di più, almeno in questo momento, é tentare di rispondere alla domanda: un simile prodotto può definirsi opera d’arte? Non sono certo il primo a chiederselo, anzi, la questione ha già raggiunto le aule dei tribunali che, come spesso accade, finiscono per decretare oltre ciò di cui sembra si stiano occupando; mi riferisco alla sentenza che afferma che “L’arte prodotta dall’AI non è protetta dai diritti d’autore” anche se il ricorso al cosiddetto minting apre nuove problematiche. In ogni caso rispettare la sentenza richiede di conoscere il come sia stata realizzata l’opera, per ora abbandoniamo questo scivoloso argomento, resta il fatto che diverse produzioni di artisti tramite AI, compaiono in importanti musei, come il Museum of Modern Art di New York o il Tate di Londra. Insomma, la ricerca di Cheng, per fare un nome, intorno all’adattabilità dell’AI, può essere definita artistica? Capisco che sia necessario adeguarsi e imparare a usare i nuovi mezzi tecnologici, ma gli attuali differiscono dalla introduzione della ruota, dalla rotazione triennale, dalla scissione dell’atomo, sono surrettizi, invisibili, agiscono su chi li utilizza trasformandolo molto più radicalmente e inconsapevolmente, operano sull’individuo collocandolo in un sistema virtuale non umano ma apparentemente tale, quando il gusto dell’uomo sarà determinato irreversibilmente dall’intelligenza artificiale, diverrà un gusto artificiale, il cristallo di neve di Kant potrà essere qualsiasi creazione meccanica dell’AI.
Potremmo sinteticamente affermare che è imprescindibile non rinunciare all’uomo in ossequio alla tecnologia ma ripristinare l’asservimeto della seconda al primo, potremmo riandare alle leggi di Asimov, ma questo sarebbe derimente? Il fatto che l’arte sia figlia sia di umani che la producono, di umani che la studiano determinandone la consacrazione o l’oblio, di pubblico che la ri-conosce come tale in base a quanto la cultura istituzionale gli suggerisce, ha generato un meccanismo, certo autoreferenziale, ma direi anche giustamente tale, insomma, al centro di questa spirale ermeneutica si colloca l’essere umano. L’arte prodotta da/con AI è altrettanto autoreferenziale, la selezione di ciò che è arte è conseguente a contributi critici generati sempre da AI, la cosa più terribile è che il gusto umano si schiaccia su quello determinato dall’AI teoricamente sempre prodotta da un umano. Si tratta di una sorta di corto circuito estetico culturale, diventiamo estimatori di competenze tecniche dove l’intuizione e la libertà scompaiono inghiottite da un caos di ruoli e ragioni, tutti i tecnici del settore possono definirsi artisti, così i musicisti che non conoscono il pentagramma, i pittori senza tavolozza. Verrebbe da affermare che la macchina non possiede coscienza, o anima, o inconscio, ma questo sarebbe importante solo se si fosse in grado di individuarne le stimmate nell’opera che, una volta reciso il cordone ombelicale, prende a vivere una vita propria attraverso la perenne metempsicosi prodotta dall’incontro col fruitore. In sintesi l’arte non è circoscrivibile solo a se stessa così come ogni individuo, si innalza su di una complessa dinamica relazionale che si fonda sulla capacità critica e la radici culturali dell’artista e del pubblico.
Se il pubblico è ridotto a massa, omogenea espressione di latitanza del gusto, di libertà critica, ecco che la canzonetta rapper può essere accostata a una partitura di Bach, un assemblaggio cromatico all’Urlo di Munch. Il “perenne nascituro”, figlio sempre nuovo dell’atto creativo dell’artista che si unisce a quello altrettanto creativo del fruitore, nasce orfano e muore giovane. Non è, questa, una posizione aristocratica, al contrario, non celebra il singolo artista come altro dall’uomo comune, innalza ogni singolo, che sia disposto alla reale azione creativa, al livello dell’artista stesso. Anche la tesi che l’AI libera l’artista dalla “fatica del fare” così da consentirgli più libertà creativa, elimina, di fatto, il rapporto tra artista e materia, sintesi dinamica di pensiero e azione; mi si consenta una capriola impervia: siamo certi che l’artigiano in catena di montaggio sia divenuto più creativo? Ma torniamo a oggi: il pericolo maggiore, a mio modo di vedere, è quello di rendere l’essere umano sempre più simile all’androide da lui stesso creato, trasformare la memoria in informazioni nella RAM, le emozioni in competenze reattive, l’arte in intrattenimento usa e getta. Come non ricordare l’insegnamento di Gadamer, l’arte che vede l’artista capace al gioco che diviene portavoce dell’essere, il suo giocare, come espressione di verità, coinvolge il fruitore che si scopre parte del gioco. Riprendendo il pensiero di Schiller, l’essere umano vive pienamente proprio nel gioco, nella sintesi di sensibilità e ragione, il bambino sapeva giocare con grande serietà, era monito e sopravvivenza artistica per l’adulto, potrà esserlo ancora in un mondo dove virtualità e realtà coincidono? Per dirla con una metafora letteraria ricodiamo il romanzo interrogazione di Dich: “Gli andrioidi sognano pecore elettriche?”
Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.