Bergamo, due anni in cella per omicidio. Ma era innocente
- Postato il 24 gennaio 2026
- Giustizia
- Di Libero Quotidiano
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Bergamo, due anni in cella per omicidio. Ma era innocente
Il risarcimento è freddo, aritmetico, impersonale: 134.181,58 euro. La formula è elementare: 235 euro al giorno per ognuno dei 539 giorni trascorsi dietro le sbarre da innocente. Una cifra che chiude un fascicolo amministrativo, non una ferita.
L’origine di tutto è l’omicidio di Cosimo Enrico, insegnante di 58 anni, ucciso il 3 ottobre 2018 nella sua cascina di Entratico, nel Bergamasco. Un delitto feroce e ancora senza colpevole, nonostante anni di indagini e un processo arrivato fino in fondo.
La prima ricostruzione parla di una violenza brutale: 23 coltellate e un incendio appiccato subito dopo per cancellare le tracce. Un quadro da omicidio volontario aggravato. Su quella scena, in primo grado, la pubblica accusa alza il tiro fino al massimo consentito: ergastolo per Pal che manco capisce la nostra lingua, e si difende (male) come può.
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Ma quella condanna non regge al setaccio della verità. In Appello il castello accusatorio crolla, finalmente. I giudici di secondo grado parlano di prove insufficienti, di un impianto che non sta in piedi, di un procedimento istruito senza alcun fondamento. La sentenza viene ribaltata, pezzo dopo pezzo. E così la condanna annullata.
La scienza, chiamata a dare risposte e confortare le suggestioni della Procura, invece non ne dà, e d'altronde non potrebbe. Nessuna traccia di sangue, nessun Dna, nessun segno di colluttazione riconducibile a Pal viene rinvenuto sulla scena del delitto. Nulla che lo collochi nella stanza del massacro. Pure la bicicletta su cui sarebbe scappato imbrattato dei liquidi vitali del povero Enrico risulta pulita.
Restano gli indizi della prima fase delle indagini. E anche quelli si sfilacciano. Impronte di scarpe, presunti spostamenti sospetti, deduzioni costruite su elementi fragili. Tutto giudicato equivoco, interpretabile, non decisivo dalle toghe. Spunta perfino una pista alternativa: il possibile coinvolgimento di un lavoratore della vittima. Un’ipotesi che resta tale, senza riscontri, senza approdo. Mentre Pal marcisce in carcere. Anche il contesto non aiuta l’accusa. La cascina non è un fortino chiuso: più persone vi avevano accesso.
Un dettaglio incompatibile con una ricostruzione che punta dritto e solo su un sospettato. Cade pure uno degli spunti investigativi simbolo delle prime ore: le scarpe.
La moglie della vittima ne aveva acquistate della stessa marca per più persone al servizio della famiglia. L’elemento perde peso, diventa neutro. Se tutti sono sospettabili, nessuno è sospettabile. Zero conferme pure dall’ipotesi della rapina degenerata in un delitto all'arma bianca. Nessun segno, nessuna prova, nessuna evidenza che colleghi l’omicidio a un furto finito male.
Nel frattempo Pal resta sempre in carcere. Non parla italiano, fatica a comprendere che cosa gli sta accadendo. Perde il lavoro, la stabilità, ogni punto di riferimento. Il processo va avanti, la sua vita resta ferma. Quando arriva l’assoluzione definitiva, l’Italia per lui è finita; è un sogno degenerato in un incubo. Pal rientra in India, con la moglie e il figlio e i soldi dell'ingiusta detenzione sul conto corrente. Fine della storia giudiziaria. Non di quella umana.
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LO SCANDALO IN CIFRE
Ma il caso di questo disgraziato non è un’eccezione isolata. $ una tessera di un mosaico più grande. Nel 2025 sono stati spesi 27 milioni di euro per 552 richieste di indennizzo a fronte delle 1.293 domande presentate. E, dal 2018 al 2024, lo Stato italiano ha pagato in totale 220 milioni di euro per risarcire persone arrestate o sottoposte a misure cautelari poi risultate innocenti. Di quei 220 milioni, 78 milioni son finiti in Calabria. Il 35% del totale nazionale concentrato in una regione (purtroppo) abituata alle inchieste spettacolo spesso condotte da chi, oggi, è in prima fila per innalzare il vessillo del “no” al referendum sulla riforma della giustizia. Ma guai a farlo notare, perché i magistrati devono essere liberi. Anche di distruggere le vite degli altri.
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