Board of Peace di Trump. Cos’è, chi c’è e perché conta anche oltre il dossier Gaza
- Postato il 22 gennaio 2026
- Esteri
- Di Formiche
- 3 Visualizzazioni
Il Board of Peace è stato presentato ufficialmente a Davos da Donald Trump come un nuovo foro politico internazionale, promosso dagli Stati Uniti e presieduto dallo stesso presidente americano, con l’obiettivo dichiarato di contribuire alla risoluzione dei principali conflitti globali. La cerimonia di firma, a margine del World Economic Forum, ha visto la partecipazione di rappresentanti di meno di 20 Paesi, con una presenza fortemente sbilanciata verso Medio Oriente, Asia centrale e America Latina e una partecipazione europea molto limitata.
Sul palco con Trump erano presenti, tra gli altri, i leader di Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Argentina, Paraguay e Ungheria. Nessun grande Paese dell’Europa occidentale ha preso parte all’evento. Il Board nasce inizialmente come parte della seconda fase del piano statunitense per Gaza, presentato nel settembre 2025, e successivamente avallato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel novembre dello stesso anno, con un mandato che prevedeva la supervisione della smilitarizzazione e della ricostruzione della Striscia. Tuttavia, la bozza di statuto circolata insieme agli inviti descrive il Board come una “organizzazione internazionale” con un raggio d’azione globale e non contiene più riferimenti espliciti a Gaza.
La struttura del Board è fortemente accentrata. Donald Trump ne è il chair a tempo indeterminato, con poteri estesi di indirizzo e arbitrato. Al di sotto dei leader aderenti opera un “founding executive board”, che include figure come il genero-in-chief Jared Kushner, il segretario di Stato Marco Rubio, l’inviato speciale Steve Witkoff e l’ex primo ministro britannico Tony Blair. Gli Stati membri partecipano con mandati triennali; per ottenere un seggio permanente è previsto il pagamento di una quota di 1 miliardo di dollari, fondi che secondo l’amministrazione statunitense sarebbero destinati (intanto) alla ricostruzione di Gaza. Tra i Paesi che hanno formalmente accettato l’invito figurano Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Egitto, Qatar, Bahrain, Pakistan, Turchia, Ungheria, Marocco, Kosovo, Argentina e Paraguay, oltre a Kazakistan, Uzbekistan, Indonesia e Vietnam. Israele ha aderito attraverso il primo ministro Benjamin Netanyahu, che tuttavia non ha partecipato di persona alla cerimonia di Davos anche a causa delle accuse pendenti presso la Corte penale internazionale. Hanno aderito anche Armenia e Azerbaigian, reduci da un accordo di pace mediato dagli Stati Uniti. La Bielorussia di Alexander Lukashenko ha confermato la partecipazione, mentre la Russia è stata invitata e viene indicata da Trump come potenziale membro, sebbene Mosca non abbia ancora formalizzato l’adesione. La Cina ha confermato di aver ricevuto l’invito ma non ha comunicato una decisione.
Diversi alleati occidentali hanno invece espresso riserve o rifiutato l’adesione. Francia e Norvegia hanno declinato citando interrogativi sul rapporto tra il Board e il sistema delle Nazioni Unite. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato di non vedere come possibile una partecipazione a un organismo che includa Russia e Bielorussia. In Italia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha richiamato possibili profili di incompatibilità costituzionale e non ha preso parte alla cerimonia, mentre altri governi europei hanno scelto una posizione attendista.
Le principali preoccupazioni riguardano l’ampliamento del mandato del Board rispetto all’originario focus su Gaza, la presidenza a tempo indeterminato di Trump e il rischio di sovrapposizione o indebolimento del ruolo delle Nazioni Unite, che lo stesso presidente americano ha affermato potrebbe essere “sostituito” dal nuovo organismo. Traslando il quadro generale e le relative preoccupazioni al dossier Gaza, l’iniziativa appare però come uno strumento coerente con un approccio di realpolitik e pragmatico. Non un mero modello normativo alternativo all’ordine multilaterale, ma un meccanismo politico ad hoc che punta a colmare un vuoto operativo, dove le iniziative tradizionali non sono riuscite finora a produrre un percorso condiviso e implementabile sul terreno. Per quanto perfettibile, il cosiddetto “Trump Plan” che coinvolge anche la creazione del Board, è stata l’unica via per fermare la furiosa reazione israeliana dopo il mostruoso attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 che ha dato il via a due anni di ostilità.