Branca (Sinistra Italiana): “A scuola non ci sono etnie, ma ragazzi che hanno il diritto di studiare e vivere”
- Postato il 18 gennaio 2026
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- Di Il Vostro Giornale
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Savona. “L’intervento del Sindaco di La Spezia Pierluigi Peracchini alla trasmissione ‘Otto e mezzo’ su La7, per commentare il delitto avvenuto nella sua città poche ore prima all’interno di una scuola, è stato un grave colpo al comune sentire, alle politiche di inclusione e ai diritti universali. Peracchini ha effettuato un tipo di generalizzazione inappropriata e discriminatoria, oltre a non essere supportata da evidenze scientifiche o statistiche affidabili, in un momento in cui solo il dolore per la morte ingiusta di un giovane doveva essere al centro del dibattito. A scuola non ci sono etnie, ma ragazzi, persone, cittadini in formazione che hanno il diritto di studiare e di vivere, prima e dopo il suono della campanella”. Lo dichiara Gabriella Branca, responsabile giustizia di Sinistra Italiana.
“Collegare un fenomeno sociale complesso – prosegue – come il disagio e la violenza giovanile a un’identità etnica è una semplificazione fuorviante che rischia di alimentare stereotipi e pregiudizi inutili. Inoltre l’affermazione infelice è stata pronunciata da un rappresentante istituzionale in una trasmissione pubblica in cui è ancora più indispensabile usare grande cautela nel lessico, soprattutto quando si trattano fenomeni sensibili come la sicurezza e l’integrazione. La violenza tra adolescenti e giovani adulti è un fenomeno che attraversa molte città italiane ed europee, che non nasce dal nulla e non può essere ridotta a una questione identitaria o culturale”.
“Gli studi sociologici e pedagogici mostrano con chiarezza che i fattori principali sono il disagio sociale ed economico, le fragilità familiari, la dispersione scolastica, l’assenza di reti educative oltre alla mancanza di spazi di aggregazione. In questo quadro, l’uso dei coltelli non è l’espressione di un’appartenenza culturale, ma il sintomo di una crisi educativa e sociale che riguarda ampie fasce di giovani, indipendentemente dalla loro origine. Attribuire la violenza a ‘certe etnie’ significa spostare l’attenzione dalle vere cause del fenomeno e rischia di alimentare paure, stigmatizzazioni e fratture sociali, senza offrire alcuna soluzione concreta”.
“La scuola è la maggiore e fondamentale istituzione – continua – in cui si realizzano gli obiettivi per il nostro futuro: è il pilastro per la crescita individuale e sociale dei giovani, perché deve fornire istruzione, cultura e competenze, ma deve anche essere un luogo di socializzazione, inclusione e formazione civica, per preparare i giovani alla cittadinanza attiva, al pensiero critico e al mondo del lavoro. Forse è uno spazio in cui il disagio si manifesta prima, talvolta in forma silenziosa e insidiosa, attraverso l’isolamento, la rabbia, un certo rifiuto delle regole o la chiusura alle relazioni e proprio ignorare alcuni segnali può avere conseguenze per la degenerazione del conflitto”.
“La sicurezza non si costruisce solo con più controlli, ma soprattutto con più attenzione, più ascolto e quindi più comunità, come attivare percorsi di sviluppo socioaffettivo come contenimento e canale delle emozioni, favorire lo sviluppo di capacità di pensiero riflessivo e di autocontrollo, per frenare il dilagare di azioni impulsive, creare ‘azioni di sistema’ in cui assume un ruolo fondamentale la proposta educativa della scuola verso i giovani. Non servono altri decreti sicurezza – conclude – ma percorsi che conducano, o almeno avvicinino, ad un’assunzione di responsabilità condivise tra scuola e famiglia, anche se si collocano su terreni impervi e difficili, formazione degli insegnanti sulla gestione dei conflitti, alleanze tra scuola, servizi sociali e terzo settore e soprattutto la realizzazione di spazi di protagonismo giovanile”.