Cambiando prospettiva

  • Postato il 18 febbraio 2026
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  • Di Il Vostro Giornale
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Generico febbraio 2026

Il famoso adagio che recita “Non è l’abito che fa il monaco” opportunamente completato dall’amico Gershom Freeman con “Ma continuando a indossare il saio ti spunteranno i sandali ai piedi” ben ci introduce nel cuore di questa riflessione, ma, nello specifico, è necessario chiarire che impiegherò adagio e ironico corollario, per un’analisi dei “pregiudizi autoriferiti”, quelli che in psicologia vengono definite “convinzioni limitanti”. Partiamo da una sorta di “urgenza esistenziale” comune in qualsiasi essere umano, quella di “sapere chi sono”. Ognuno ha consapevolezza di adattarsi inevitabilmente a situazioni, contesti e persone tanto da modificare la propria naturale modalità relazionale allo scopo di semplificare il quotidiano o nella speranza di ottenere un ipotetico vantaggio. Questa attitudine adattativa la possiamo accettare in quanto necessaria alla convivenza sociale, ma non ci reputiamo tanto stupidi da non sapere, con assoluta certezza, che la nostra natura, libera da condizionamenti socio culturali, ci è ben nota, sia in positivo che in negativo. In realtà, o quantomeno così mi sembra, il bisogno di credere “almeno di conoscere se stessi” è spesso una gabbia esistenziale. Una simile prospettiva ti può rassicurare confermandoti che sei meglio di quanto sei costretto a manifestare di te, ma spesso finisce per divenire una sorta di ingannevole terra ferma che, di fatto, ti lascia inghiottire dalle sabbie mobili dei pregiudizi autoriferiti. Per meglio chiarire il concetto proviamo a sviluppare l’allegoria fratesca di apertura: fa parte, forse, della natura umana ma, per certo, è intima essenza della cultura cristiano occidentale, la profonda convinzione dell’esistenza di una “realtà ontologica dell’io” che ci abita e, ma questa è più un bisogno che una certezza, della quale abbiamo intima conoscenza. Corollario, poco indagato ma decisamente accettato, è la convinzione che, alla lunga, sia impossibile ingannarla o, quantomeno, non doverne prendere atto. Un simile inganno potrebbe essere generato da un soggetto nei confronti di un altro individuo ma: com’è possibile l’autoinganno? Se così fosse io non potrei mai avere nemmeno la certezza della mia identità, quella che invece, così ci ripetiamo come in un rassicurante mantra, mi è ben presente quando sono solo con me stesso. Insomma, Platonismo e Cristianesimo si fondano su questa convinzione, da qualche parte esiste per certo un qualcosa che mi identifica in maniera inequivocabile, qualcosa che non cambia nel tempo e nello spazio e, con logiche non poi così antitetiche, anche la scienza contemporanea concorre a rinsaldare queste convinzioni.

Le ricerche sulle radici socio-psico-biologiche della personalità, condotte dallo psico genetista Robert Cloninger, assicurano che solo una minima parte di questa ha una connotazione immutabile, quella che lui definisce il temperamento, la componente biologica che determina atti meccanici, ma la rimanente parte, ciò che chiama carattere, ha una natura evolutiva, adattativa e mutevole. Personalmente non credo molto in queste formule pseudo scientifiche applicate alla natura non fisica dell’individuo, un’ulteriore complicazione, infatti, che rende molto meno determinabile il concetto di personalità, possiamo riconoscerla in una riflessione relativa alla fiaba della principessa che bacia il rospo permettendogli di riacquisire le sue vere sembianze di principe. Sono convinto che, se nasci rospo, non sia bene sperare di incontrare la miracolosa principessa che ti trasformerà. È anche opportuno precisare che un conto è “nascrere rospo”, ben altro è “credersi rospo”. Questo ci riporta all’adagio di apertura e alla postilla gershomiana: se nel contesto in cui vivi, se l’abito socio culturale nel quale sei cresciuto, se le persone che ti circondano, ti hanno calzato l’abito da rospo, ciò non significa che tu lo sia! Ma la questione è ancora più complessa: se tu ti sei sempre sentito e visto come rospo, tanto da comportarti come tale, poichè questo ti consente di interpretare il ruolo che reputi ti sia stato assegnato nella commedia della tua esistenza, puoi stare certo che, nel tempo, ti troverai bene in uno stagno e, al massimo, potrai sperare nell’incontro salvifico in chi ti trasformerà in ciò che non credevi possibile essere. Insomma, i sandali gershomiani, conferma della tua “monacalità”, sono una conseguenza autoindotta e per niente inevitabile

Mi limito a un veloce rimando all’Analisi Transazionale di Eric Berne e alla sua teoria del “copione” applicata alla fiaba in questione, secondo la sua prospettiva tutti nasciamo principi ma, se ti lasci ingabbiare in un copione da rospo, finirai di divenirne inevitabile interprete. Sviluppando liberamente la sua tesi del copione, senza entrare nello specifico del più rivoluzionario valore della sua teoria generale, penso sia importante precisare che non si tratta di una moderna rielaborazione del platonico mito di Er, il copione non viene scelto dalla nostra anima e poi interpretato da noi che ne siamo albergo; il canovaccio, termine e concetto mi sembrano più adatti che non quelli espressi da copione, si definisce progressivamente come conseguenza delle relazioni, dei contesti, delle situazioni più o meno casuali, che ci accompagnano nel corso della nostra vita. È altrettanto evidente che, una volta che si è assunta la parte, ogni esperienza successiva diverrà confermativa al “saio-canovaccio” che, più o meno liberamente, andiamo a indossare. Proviamo adesso un ulteriore rovesciamento prospettico e chiedendoci: siamo così sicuri di voler essere un principe e non un rospo? Non sto sostenendo la tesi che sia un bene accettare aspetti di sè che si reputano indegni o meschini, quando non ci si piace è opportuno intervenire sul “sé”, ma è altrettanto doveroso interrogarsi su quanto di “eticamente alto” appartenga agli stereotipi espressi da un determinato modello socio culturale. Se il sistema ti impone, di volta in volta, di essere il più forte, il più aggressivo, il più ricco, il più pubblico, questo significa che, se a te nulla importa di denaro fama e potere, allora sei un rospo?

Credo che la principessa vada intesa come una sorta di simbolo, addirittura un simulacro, che possa palesarsi come professione, ruolo sociale, conto corrente! Ecco che l’assenza della poliforme principessa ti conferma nella tua presunta batraconatura. Ed ecco un tipico argomentare da “scappatoia”: se sono rospo e abito nel deserto ho di certo dei problemi, ma se mi trasferissi in uno stagno? Lo stesso, a rovescio, vale per uno scorpione. Se poi le due specie si incontrano sulla riva di un ruscello… ma questa è un’altra storia. Torniamo al canovaccio del rospo: questo è spesso generato nei primi anni di vita dal contesto familiare; certo, scritto dal bambino, ma come risposta ad aspettative, modelli da imitare o rifiutare, apprezzamenti o critiche genitoriali. Tutto ruota intorno all’innato istinto di sopravvivenza e adattamento al contesto che si esprime e misura in consenso riscosso. Inevitabile tornare col pensiero alla pedagogia di Rousseau, nella quale il genitore-giardiniere non deve condizionare la pianta alle proprie aspettative ma cercare di lasciarle esprimere la propria natura. Concetto teoricamente splendido, ma quanto esiste davvero di naturale e quanto di indotto dal canovaccio? Certo, se uno nasce albicocco il compito del genitore sarà quello di aiutarlo a crescere sano, non a produrre le fragole che tanto desiderava. In caso contrario, il povero albicocco rimarrà in attesa del bacio della principessa che lo trasformerà in fragola e la sua vita diverrà estremamente complicata. Quanto è improbabile incontrare una simile magia, più probabile è la possibilità che la principessa sia di fatto una crocerossina compassionevole che, presa anch’essa dal proprio canovaccio, fingerà la tua mutazione in fragola o ti consolerà nell’insuccesso, situazione ancor più malinconica. Insomma, caro indossatore di saio, caro albicocco, caro rospo, ma perchè non scegliere di smettere di recitare una parte e imparare a godere di te, alla faccia di autori di copioni, registi che ti insegnano a interpretarli, pubblico distratto o plaudente e principesse più o meno crocerossine? E se a qualcuno non piacciono le albicocche, ciò non significa che non piacciano ad altri e che, comunque, siano ottime.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.

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