Che cosa è l’ECMO, la macchina che può salvarci dall’infarto
- Postato il 30 gennaio 2026
- Di Panorama
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Quando il cuore si ferma o i polmoni non riescono più a ossigenare il sangue, il tempo diventa il nemico da battere. E a volte l’ostinazione dei medici, supportati dalla tecnologia più evoluta, ha la meglio. È ciò che raccontano due storie recenti, diverse per contesto ma unite dallo stesso macchinario salvavita: l’ECMO, ossigenazione extracorporea a membrana. A Palermo, all’ospedale Civico una ragazza di 19 anni è sopravvissuta a un arresto cardiaco grazie a un massaggio cardiaco prolungato per quasi due ore e al ricorso tempestivo alla circolazione extracorporea, che ha permesso di mantenere in vita gli organi vitali mentre i medici lavoravano per individuarne e trattarne le cause. A Milano, un giovane gravemente ustionato durante l’incendio di Crans-Montana è stato sostenuto con l’ECMO dopo un trauma devastante, quando l’insufficienza respiratoria e lo shock sistemico non lasciavano spazio ad altre opzioni terapeutiche.
Due casi-limite che mostrano come l’ECMO non sia una “macchina miracolosa”, ma uno strumento complesso capace di guadagnare tempo prezioso: ore, a volte giorni, indispensabili per consentire al cuore e ai polmoni di riprendersi o per permettere interventi salvavita altrimenti impossibili.
Di indicazioni, limiti e potenzialità di questa tecnologia parliamo con il dottor Vincenzo Mazzarese, primario del reparto di Anestesia e Rianimazione dell’ospedale ARNAS Civico di Palermo, la cui equipe -assieme ai medici del reparto di Pronto Soccorso dello stesso ospedale- ha seguito il caso della giovane paziente in arresto cardiaco. Un racconto che aiuta a capire quando l’ECMO può fare la differenza e perché oggi rappresenta una delle frontiere più avanzate della medicina d’urgenza.
Dottor Mazzarese, ci spiega il caso di questa ragazza salvata con un prolungato massaggio cardiaco e successivamente con ECMO ?
Sì, questa ragazza è arrivata da noi in Pronto Soccorso con una storia di influenza, un’influenza sintomatica importante. Era migliorata nei giorni precedenti un viaggio in Lapponia, ma al ritorno la ragazza è stata nuovamente male, e una mattina la mamma la trova a letto priva di coscienza. Viene quindi condotta in pronto soccorso, e in breve tempo va incontro ad arresto cardiaco. Questo arresto cardiaco viene rapidamente affrontato dai medici del Pronto Soccorso dell’ospedale Civico iniziando le manovre rianimatorie e viene anche chiamato il cardiologo, perché viene evidenziato un versamento pericardico che impedisce al cuore di pompare adeguatamente il sangue. Nonostante venga evacuato questo versamento pericardico, purtroppo la ragazza -con le convenzionali manovre di rianimazione- non riprendeva il suo battito spontaneo, quindi non veniva fuori dall’arresto cardiocircolatorio. Siamo quindi stati contattati, io e i miei colleghi che fanno parte dell’ECMO team, siamo andati in pronto soccorso, (dove intanto il massaggio cardiaco è stato proseguito per quasi due ore) e abbiamo iniziato il trattamento ECMO: dopodiché la ragazza è stata ricoverata qui nel mio reparto in terapia intensiva, dove è rimasta per circa una quindicina di giorni. Pian piano siamo riusciti a ridurre il supporto della macchina, il suo cuore ha reagito, siamo riusciti a svezzarla da supporti meccanici e farmacologici e poi abbiamo avuto il meraviglioso lieto fine di poterla dimettere, alla vigilia di Natale .
Diceva, appunto, che il massaggio cardiaco è stato prolungato per molto tempo: come si prende questa decisione, perché a volte viene sospeso prima? Quali sono le dinamiche e quali le decisioni da prendere?
Proprio a fine 2025 sono state pubblicate le linee guida sia della società americana che europea che riguardano la rianimazione cardiopolmonare, di base e avanzata. Non c’è un tempo definito. Mediamente, se un paziente non risponde alle manovre di rianimazione convenzionale avanzata, si va avanti fino ai 20-30 minuti. Poi si sospendono, perché si suppone che non abbia più senso continuare a somministrare sempre gli stessi farmaci ed eseguire il massaggio cardiaco in un paziente che non riprende la sua attività spontanea. Chiaramente questo è un tempo indicativo che dipende dall’età del paziente, dalla potenziale reversibilità della causa dell’arresto cardiocircolatorio, da tanti fattori. In questo caso di è proseguito dai 20-30 minuti convenzionali fino ai 40-45, in virtù della giovane età della paziente e dal fatto che ci fosse alla base dell’arresto una causa reversibile. Poi il massaggio è stato continuato in attesa di iniziare l’ECMO, perché è chiaro che ci vogliono dei tempi tecnici per poter iniziare il trattamento, e in quel frangente bisogna assicurare un flusso di sangue e di ossigeno al cervello e agli organi. Questo può essere assicurato soltanto tramite il massaggio cardiaco e la rianimazione cardiopolmonare.
Il tamponamento cardiaco di cui ha parlato lei, è l’unica di queste cause reversibili che spinge i rianimatori a proseguire o ne esistono altre?
Le cause possono essere diverse. Tra quelle reversibili, per esempio, c’è lo pneumotorace iperteso. In generale, quando l’arresto è legato a un trauma -come pneumotorace, un versamento pleurico o un versamento pericardico, come in questo caso- siamo di fronte a una situazione su cui possiamo intervenire: possiamo risolvere la causa e pensare che il cuore possa riprendere a battere. In questi casi ha senso continuare le manovre rianimatorie. Diverso è il caso di un arresto cardiocircolatorio di cui non si conosce la causa, soprattutto se non è stato testimoniato: per esempio quando avviene per strada senza che nessuno abbia assistito all’evento e appare quindi sine causa. In queste situazioni, dopo 20–30 minuti, generalmente le manovre vengono sospese.
Quindi è importante anche avere contezza esatta di quando è iniziato, se ci sono testimoni o altro. Questo può fare la differenza?
Assolutamente sì. In questo caso si è trattato di un arresto cardiaco avvenuto in ospedale, nella nostra area di emergenza, dove per definizione i pazienti sono monitorati e seguiti costantemente dal personale medico e infermieristico. Ben diverso è un arresto cardiaco che avviene a domicilio o per strada, senza testimoni competenti in grado di capire cosa stia succedendo o, soprattutto, di avviare tempestivamente manovre rianimatorie efficaci.
Entrando un po’ più nel dettaglio, che cos’è esattamente l’ECMO e in cosa si differenzia dalle altre forme di supporto? In sostanza, come funziona?
L’ECMO è una macchina che può essere utilizzata per supportare, o meglio vicariare, l’attività del cuore o dei polmoni. Ne esistono due tipologie. Quando, come in questo caso, il problema è prevalentemente cardiologico, si utilizza l’ECMO cosiddetta veno-arteriosa: la macchina preleva il sangue da una grossa vena e lo reinfonde in un’arteria, svolgendo di fatto la funzione del cuore e garantendo una circolazione che in quel momento il cuore non è in grado di assicurare.Esiste poi l’ECMO veno-venosa, di cui si è parlato molto durante il periodo del Covid, che serve invece a sostituire la funzione dei polmoni. In questo caso il sangue viene prelevato da una vena e restituito a un’altra vena: la macchina ha il compito di ossigenarlo ed eliminare l’anidride carbonica, svolgendo esattamente il lavoro che farebbero i polmoni. Si tratta di una macchina extracorporea complessa, che richiede competenze altamente specialistiche. Tradizionalmente è appannaggio dei reparti di cardiochirurgia e delle rianimazioni a essa collegate, ma nel tempo il suo utilizzo si è esteso anche alle terapie intensive polivalenti, come la nostra. L’ECMO ha assunto un’ulteriore importanza nell’ambito di quella che viene definita ECPR, cioè la rianimazione cardiopolmonare extracorporea: quando, come nel nostro caso, le manovre rianimatorie convenzionali non risultano efficaci, l’ECMO – se ritenuta indicata – rappresenta davvero l’ultima possibilità per tentare di salvare il paziente.
È un percorso complicato dotarsi di un’ECMO, averla in ospedale e formare un’équipe dedicata?
E’ un percorso complesso. Io devo innanzitutto ringraziare la mia Direzione. In Italia, infatti, il servizio di ECMO in pronto soccorso o in una terapia intensiva polivalente non è attivo in molti ospedali. Io ho avuto il desiderio di fare questo salto di qualità, l’ho proposto alla Direzione strategica e devo dire che, grazie alla loro visione, hanno creduto nel progetto. Il direttore generale e la direzione sanitaria e amministrativa mi hanno messo nelle condizioni di avviare questo percorso, consentendomi di assumere cinque-sei perfusionisti – i tecnici che materialmente gestiscono la macchina e che sono figure fondamentali – e di dotarci sia dell’apparecchiatura sia dei consumabili necessari. Parallelamente abbiamo intrapreso un lungo e impegnativo percorso di formazione del personale medico e infermieristico, tutt’altro che breve o semplice. Ma già con questo evento abbiamo probabilmente avuto la conferma che tutti gli sforzi e tutta la fatica profusa sono stati ripagati.
Si tratta però di una tecnologia estremamente avanzata e, inevitabilmente, anche rischiosa. Quali sono i principali rischi?
Ha centrato perfettamente il punto. L’ECMO rappresenta il tentativo più complesso e avanzato di salvare un paziente con una grave insufficienza cardiorespiratoria, ma non è certo una procedura a costo zero. Innanzitutto è necessario inserire due grosse cannule nei vasi – femorali o giugulari – per prelevare e reinfondere il sangue, e già questa manovra comporta di per sé un rischio elevato di complicanze. Inoltre, poiché il sangue viene fatto circolare al di fuori del corpo, il paziente deve essere sottoposto a terapia anticoagulante: questo espone al rischio di sanguinamenti, tra cui l’emorragia cerebrale, che rappresenta una delle complicanze più temute dell’ECMO, insieme a molte altre possibili criticità.
Il caso di questa ragazza è stato il primo trattato nel vostro ospedale da quando avete introdotto questa procedura?
No, non è stato il primo: se non ricordo male è stato il secondo o il terzo caso. In realtà eravamo operativi, con tutto il materiale necessario per impiantare un ECMO, già dai primi di novembre, quindi da relativamente poco tempo. Questo però è stato sicuramente il caso più complesso, perché l’intervento è stato eseguito in area di emergenza. È stato possibile grazie a una collaborazione straordinaria: i medici del pronto soccorso, noi rianimatori, il cardiologo, gli infermieri, che sono stati davvero bravissimi. Una cosa, infatti, è inserire un’ECMO nel proprio reparto di terapia intensiva, un’altra è organizzare una vera e propria ECMO team che si sposta come una missione in area di emergenza per affrontare tutto il percorso lì.
Questa ragazza – se non sbaglio si chiama Giada – ha avuto anche una concatenazione di eventi fortunati. Nulla era scontato: non era affatto detto che arrivasse nel Pronto Soccorso giusto, nel momento giusto, trovando un’équipe pronta e in grado di intervenire.
Assolutamente sì, come spesso accade nella vita anche la fortuna ha un ruolo determinante.
È uscita senza danni?
Sì, sì. È tornata a casa e sta abbastanza bene. Io l’ho sentita, perché con la famiglia si è creato un rapporto di affetto molto forte: vedere una ragazza di 19 anni salvata da una situazione così drammatica ha inevitabilmente emozionato tutti. È a casa, sta bene, e spero di rivederla presto. Sono sicuro che verrà a trovarci.