Chi piega le garanzie alla propaganda politica ferisce lo stato di diritto
- Postato il 27 febbraio 2026
- Di Il Foglio
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Chi piega le garanzie alla propaganda politica ferisce lo stato di diritto
Al direttore - Se possibile il modo in cui Salvini e Meloni hanno tentato di mettere una pezza alla tranvata presa con l’appoggio “senza se e senza ma” al poliziotto di Rogoredo, è persino peggio dell’errore iniziale. L’idea che “chi sbaglia in divisa paga di più” non è contemplata nel nostro ordinamento al pari dello scudo penale. Come ha scritto lei “lo stato di diritto non vive di eccezioni. Se pieghi le regole all’emotività indebolisci le garanzie e trasformi la giustizia in cultura dello scalpo”. Ma ormai i video emozionali valgono più dei programmi, le dichiarazioni sul fatto più dell’approfondimento, i talk più del pensiero. E alla verità viene sostituita la percezione.
Annarita Digiorgio
Il garantismo è fatto di prassi, di quotidianità, di ordinarietà. Chi usa le garanzie piegandole alle proprie esigenze politiche ferisce lo stato di diritto. E quando il garantismo viene utilizzato per difendere una categoria, per metterla in contrapposizione con un’altra, e quando le discussioni della giustizia entrano in una logica emergenziale, il garantismo diventa altro. Semplicemente, cultura dello scalpo.
Al direttore - Grazie a Guido Vitiello per la citazione sul Foglio di giovedì di un vecchio libro di Raffaele Genah e mio. Hai ragione, Guido: quarant’anni dopo siamo sempre qui. Allora si chiedeva, con tre referendum le cui firme vennero raccolte da radicali, Psi e Pli, la responsabilità civile del magistrato per colpa o dolo grave; un nuovo modo di elezione del Csm, la riforma dell’inquirente. Con qualche capello in meno e qualche chilo in più siamo ancora qui, a chiedere e volere quelle cose. Ci hanno insegnato a “non mollare”.
Valter Vecellio
Al direttore - Caro direttore, uso questo spazio per rivolgere un piccolo appello. Mi rivolgo ai consiglieri del Csm. Cari consiglieri. Siete componenti di un organo di rilievo costituzionale, che deve essere rispettato, prima di tutto da voi stessi. 1. Siete certi di aver osservato il mandato affidatovi dalla Costituzione quando avete assegnato al 99 per cento dei magistrati la valutazione di professionalità “positiva”? 2. Lo sapete che in quel 99 per cento di giudizi positivi, rientrano gli autori di errori giudiziari, i responsabili di ingiuste detenzioni, inchieste flop, sentenze scritte male e cassate ripetutamente, ritardi nel compimento degli atti, raccomandazioni correntizie? 3. Non ritenete, promuovendo tutti, bravi e meno bravi indifferentemente, di aver danneggiato quei cittadini che si recheranno in tribunale per far valere un diritto, chiedere giustizia o difendersi, i quali potranno trovarsi di fronte a un magistrato che ha già ripetutamente sbagliato? 4. Siete certi che l’aver tutelato le carriere di chi ha commesso negligenze grossolane non frustri quei magistrati, e sono la stragrande maggioranza, capaci e preparati, che avete assimilato ai meno capaci e meno preparati? 5. Siete consapevoli che, a causa della vostra tutela corporativa, chi ha sbagliato una, due o tre volte sbaglierà ancora, convinto da voi che gli errori non incidono sulla carriera, e i più bravi perderanno ogni stimolo? Vi rivolgo queste domande perché la vostra scelta di valutare positivamente le carriere del 99 per cento dei magistrati incide pesantemente sulla credibilità della giustizia. Vorrei che mi convinceste che non avete liquidato gli errori giudiziari come effetti collaterali fisiologici, che sulle vostre scelte non hanno inciso logiche correntizie, vorrei che mi spiegaste come siete arrivati a queste percentuali di giudizi positivi, quando negli ultimi anni lo stato ha pagato centinaia di migliaia di euro solo per ingiuste detenzioni o per ritardi nei processi. Vorrei che mi spiegaste perché avete cancellato il merito, per rendere tutti uguali, competenti e incompetenti, con la conseguenza che i più bravi saranno frustrati, gli incompetenti riterranno di essere nel giusto. Con grande rispetto, in attesa di un cortese riscontro. Cordialmente.
Enrico Costa deputato di Forza Italia
Al direttore - Ho letto con interesse il pezzo di Maurizio Crippa sul bosco di Rogoredo uscito sul Foglio del 26 febbraio e non posso che condividere la sua riflessione. L’area limitrofa alla stazione è in preda al degrado e lo spaccio domina. E’ innegabile che servono azioni di sanificazione e di messa in sicurezza ed è innegabile che serve l’intervento delle istituzioni. Oggi la zona degradata non è più quella dell’ex noto e famigerato “boschetto di Rogoredo”, che costeggia via Sant’Arialdo e che dopo un intervento del comune di Milano del 2017, che ho promosso quando ero assessore alla Sicurezza, si è trasformata in un parco sicuro e fruibile da tutti. Lo spaccio e il conseguente degrado si sono spostati in altre due aree: un lembo di terra adiacente alla metropolitana di San Donato, che insiste su terreni del comune di San Donato, ma soprattutto lungo la ferrovia che corre parallela a via Sant’Arialdo. Proprio lungo i binari dell’alta velocità si è ricreata una piazza di spaccio sul sedime ferroviario. A soli 600 metri dalla stazione dei treni di Rogoredo, da molto tempo, ci sono diversi varchi nella recinzione dei binari che i tossicodipendenti attraversano per raggiungere gli spacciatori. Per bloccare i passaggi servirebbe una cancellata di ferro, più alta ed efficace lungo tutta la recinzione, ma fino a oggi è presente solo in un breve tratto. L’intervento del comune di Milano sul boschetto di Rogoredo ha dimostrato che un’azione isolata non basta a estirpare lo spaccio. La domanda di droga, come purtroppo sappiamo, non si sconfigge solo con operazioni di Polizia e anche in questo caso gli spacciatori hanno trovato altri spazi per soddisfare la richiesta dei tanti disperati disposti a tutto per ottenere una dose. E’ evidente, e di nuovo condivido la sua riflessione, che non bastano pattuglie e operazioni di sicurezza. Serve un intervento coordinato delle istituzioni coinvolte, ministero dei Trasporti, regione e comune che, riuniti in un tavolo in prefettura, mettano in campo azioni mirate al recupero di Rogoredo. Serve una messa in sicurezza della zona di spaccio sui binari e questa compete tutta al ministero dei Trasporti, guidato da Matteo Salvini, serve allontanare gli spacciatori con operazioni di Polizia, ma servono anche politiche sanitarie dirette al recupero dei tossicodipendenti che ancora oggi muoiono di droga abbandonati a se stessi. E queste competono alla regione, che da anni ha dimenticato il problema. Nessun intervento isolato basta. Solo un’azione coordinata delle diverse istituzioni può salvare Rogoredo dal degrado.
Carmela Rozza, consigliera regionale del Pd
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