Crotone, 17 indagati per il sistema che consentiva di introdurre telefonini in carcere
- Postato il 21 marzo 2026
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Il Quotidiano del Sud
Crotone, 17 indagati per il sistema che consentiva di introdurre telefonini in carcere

La Procura di Crotone chiude l’inchiesta sui telefonini in carcere, 17 indagati ma la figura chiave è un agente della polizia penitenziaria
CROTONE – Sono 17 gli indagati nell’ambito dell’inchiesta su un presunto sistema di telefonini in carcere scoperto grazie a un agente sotto copertura. Oltre all’indagato chiave, Giuseppe Giaquinta, 53enne assistente capo della polizia penitenziaria in servizio al carcere di Crotone, l’avviso di conclusione delle indagini è stato notificato anche a detenuti e loro familiari. Si tratta di Leonardo Passalacqua (27), Rocco Marchio (33), Domenico Passafaro (33), Lucia Torromino (33), Roberto Foglia (60), Antonio Gaetano (44), Antonio Crugliano (30), Donatello Mancuso (35), Francesco Aloe (32), Silvana Pignalosa (64), Veronica Fazio (30), Pasquale Graziano (31), Giuseppe De Leo (36), Giuseppe Posca (44), Patrizia Demeco (44), Ana Francesca Nita (22).
L’INCHIESTA
Come si ricorderà, nel dicembre scorso la Squadra Mobile della Questura arrestò Giaquinta perché, secondo l’accusa, favoriva l’introduzione di telefonini nel penitenziario, in cambio di denaro da parte di detenuti e loro familiari, e svelava segreti. L’attività investigativa svolta tramite intercettazioni e servizi di osservazione e controllo, nonché grazie al prezioso contributo di un undecover del Servizio centrale operativo della polizia di Stato, avrebbe consentito di svelare che l’indagato, sfruttando la sua mansione di addetto ai colloqui, sarebbe riuscito a carpire la fiducia dei detenuti. Così li avrebbe indotti a consegnare denaro, spesso tramite loro familiari, in cambio di presunte agevolazioni e di un interessamento per le loro vicende giudiziarie.
FUNZIONE SVILITA
Le accuse ipotizzate dal procuratore Domenico Guarascio e dal sostituto Matteo Staccini sono quelle di corruzione, rivelazione di segreti d’ufficio, falso e accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di detenuti. «Della divisa non mi frega niente, lo faccio solo per soldi», avrebbe detto Giaquinta nel corso di un’emblematica conversazione intercettata. Non a caso la gip Assunta Palumbo, accogliendo la richiesta della Procura, osservava che l’indagato avrebbe «mercificato la propria funzione, degradata e svilita a strumento per delinquere».
LA GENESI
Tutto nasce da un’inchiesta collegata per reati di droga. Emerge che uno degli indagati, parlando con i congiunti durante i colloqui in carcere, avrebbe corrisposto denaro a un assistente capo della polizia penitenziaria per ottenere una serie di favori. In cambio di 3mila euro, per esempio, l’agente gli avrebbe riferito che la sala colloqui era sottoposta a intercettazioni da parte delle forze dell’ordine. Inoltre, Giaquinta, millantando un presunto rapporto con un magistrato di sorveglianza, si sarebbe fatto pagare per una presunta mediazione per la compravendita di provvedimenti di favore da parte del giudice. Nasce così un autonomo procedimento penale, corroborato anche da una relazione dei vertici della Casa circondariale di Crotone che recepiva la segnalazione di un detenuto secondo cui Giaquinta avrebbe agevolato l’introduzione di tre microtelefoni e di uno smartphone.
CONTINUA RICERCA DI DENARO
Mosso da una «continua ricerca di denaro», Giaquinta avrebbe concluso una serie di accordi corruttivi con detenuti offrendo un vasto pacchetto di servizi. Dall’introduzione di telefonini in carcere alla ricerca di intestatari fittizi di smi card ai colloqui aggiuntivi. Occhi chiusi anche sul peso dei pacchi consegnati. Rivelazioni sulle intercettazioni in corso. E consegna di messaggi e foto. La gip parla di «insensibilità assoluta» di Giaquinta ai propri doveri d’ufficio, che emergerebbe anche dai colloqui intercettati. «A me della divisa non me ne frega un c….. Lo faccio per soldi». E ancora: «Tu con me devi parlare come se io non avessi la divisa».
LA DIFESA
Gli indagati sono difesi dagli avvocati Aldo Truncè, Roberto Coscia, Fabrizio Salviati, Domenico Rizzuti, Mario Nigro, Antonio Poleo, Francesco Russano, Luigi Scaramuzzino, Francesca Buonopane, Antonio Gregorace. Hanno 20 giorni di tempo per produrre memorie difensive e chiedere di essere interrogati prima dell’eventuale richiesta di rinvio a giudizio. Erano dodici gli indagati per i quali la Procura aveva chiesto misure in carcere.
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Crotone, 17 indagati per il sistema che consentiva di introdurre telefonini in carcere