Dai fertilizzanti alle mele: tutti i guai che la guerra in Medio Oriente procura all’agroalimentare italiano

  • Postato il 10 marzo 2026
  • Economia
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Dalle materie prime agli scaffali, la filiera agroalimentare trema per i conflitti del Medio Oriente. Perché le produzioni europee (e italiane) dipendono non solo dall’energia e dal gas, ma anche dai fertilizzanti che arrivano dall’area compresa tra Iran e Penisola arabica. Ma anche perché Paesi come Emirati Arabi e Arabia Saudita importano il made in Italy e per noi è un mercato sempre più strategico. Insomma, per i campi italiani quanto sta avvenendo è già un disastro. Negli ultimi giorni il gasolio agricolo agevolato è passato da circa 0,85 euro al litro fino a valori che in alcuni casi raggiungono 1,25 euro al litro, con picchi segnalati soprattutto in Sicilia e Puglia. Fenomeno evidentemente speculativo, su cui Coldiretti ha presentato un esposto alla Procura di Roma e alla Guardia di Finanza. Poi c’è il nodo che riguarda fertilizzanti e urea agricola, concime chimico più diffuso al mondo, con il 46% di azoto, utilizzato nei terreni per la sua capacità di sviluppare ammoniaca. Ad oggi in molte aree del mondo è l’urea a garantire raccolti abbondanti di grano e cereali. Solo che attraverso lo stretto di Hormuz passano enormi quantità di fertilizzanti azotati, fosfato di ammonio e urea. Ed ora, dopo i primi effetti sui costi, si teme una pressione sui prezzi della filiera cerealicola. Come se non bastasse c’è l’enorme problema legato all’export. Un esempio su tutti è il caso del Piemonte. A lanciare l’allarme la sezione regionale di Confagricoltura che, segnalando i settori che maggiormente risentono del conflitti in corso in Medio Oriente, segnala “quello della frutta e, in particolare, delle mele, esportate soprattutto dal nord Italia, Trentino Alto Adige e Piemonte”.

L’esposto di Coldiretti per le manovre speculative sul gasolio

Sul prezzo del gasolio, intanto, Coldiretti chiede “di fare piena luce” accertando eventuali responsabilità e “di procedere nei confronti dei responsabili per il reato di manovre speculative su merci previsto dall’articolo 501-bis del codice penale”. Secondo Coldiretti, infatti, quello registrato è un incremento anomalo e sproporzionato rispetto all’andamento generale del mercato dei carburanti. Nello stesso periodo, infatti, il prezzo del diesel per autotrazione in Italia ha registrato un aumento molto più contenuto, stimato tra i 18 e i 19 centesimi al litro, mentre per il gasolio agricolo l’incremento risulta tra i 40 e i 45 centesimi al litro. Una dinamica che, secondo l’organizzazione agricola “non trova apparente giustificazione nelle variazioni dei prezzi internazionali né nell’andamento del mercato dei carburanti, e che per l’ampiezza del fenomeno lascia ipotizzare condotte speculative realizzate su larga scala”. L’esposto arriva dopo la lettera inviata venerdì al Governo, con cui è stato chiesto un incontro urgente per affrontare l’impennata dei costi del gasolio e dell’energia alla luce delle tensioni internazionali.

L’aumento dei fertilizzanti, indispensabili per i cereali

Anche perché i rischi per l’intera filiera agroalimentare arrivano da più fronti. Basti pensare che nel costo di produzione di grano o mais, se gli idrocarburi pesano per circa la metà, un terzo dipende invece dai fertilizzanti. E dall’area del Golfo Persico, specie Qatar e Iran arriva il 45% della produzione mondiale di urea derivata dal gas naturale. Il prezzo dell’urea sui listini è salito così sui principali mercati di circa il 30% negli scorsi giorni, toccando un massimo di 600 dollari a tonnellata. Un blocco prolungato del transito tramite lo stretto di Hormuz, oltre all’aumento dei prezzi, porrebbe problemi per l’agricoltura dei due paesi più dipendenti dall’import di fertilizzanti, Brasile e India, ma c’è il rischio concreto che l’effetto dell’aumento dei prezzi si senta anche in Europa. Ancora di più perché a giugno 2025, l’Unione europea aveva imposto nuovi dazi sull’importazione di fertilizzati da Russia e Bielorussia e, di conseguenza, in cerca di nuove aree produttrici, si guardava già al Medio Oriente e all’Africa, da dove proviene già parte dell’urea che arriva in Europa, ma che risente della sospensione del gas israeliano verso l’Egitto. Da qui le pressioni, dell’Italia in primis, per far sospendere i dazi sulle importazioni di ammoniaca e urea che, invece, dall’inizio del 2026 sono soggette al Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere. Insomma, un rebus che diventa sempre più complicato. Per il momento, i costi assicurativi sono esplosi, portando – per quanto riguarda il prezzo dell’urea – a un balzo del 26 per cento nel giro di una settimana. Il resto lo hanno fatto i costi dei carburanti marittimi.

I prezzi del pane e della pasta

Quali effetti ci potrebbero essere sui prezzi di pane e pasta? Come spiega un’analisi di Libera Associazione Agricoltori Cremonesi, per quanto riguarda il pane (la cui filiera parte dal grano tenero) il peso del grano sul prezzo finale è sotto il 10 per cento in media. Pesano molto di più, quindi, energia, manodopera, costi fissi e logistica. Se i fertilizzanti e i noli restassero elevati per tutto il secondo trimestre, secondo le stime dell’associazione, tra fine primavera e inizio estate 2026, il prezzo del pane comune potrebbe salire di un 2-5% rispetto ai listini di gennaio–febbraio 2026 nelle aree più esposte, con differenze marcate fra artigianale e grande distribuzione organizzata. Discorso diverso per la pasta, prodotta con il grano duro: “Se i fertilizzanti azotati restassero su livelli più alti del 20-30% per tutto il secondo trimestre e i noli/assicurazioni non rientrassero rapidamente, i costi agricoli del duro potrebbero salire in modo percepibile nelle prossime semine e concimazioni”. Sulla base di dati Ismea, una stima prudente indica che la trasmissione verso la semola potrebbe tradursi in un +5–8% dei listini all’ingrosso, con un rincaro del 4–7% sui prezzi per il consumatore tra fine primavera e estate 2026, salvo promozioni e concorrenza tra brand”.

Le esportazioni a rischio, le mele bloccate sulle navi

Ma i conflitti in corso rappresentano un problema enorme anche per le esportazioni italiane e il settore agroalimentare, specie l’ortofrutta, è uno dei più esposti. “La parziale o totale interruzione del traffico via mare ha già comportato il fermo di navi porta-container cariche di ortofrutta, con rischi concreti di deperimento della merce destinata ai mercati arabi” ha spiegato Valentina Mellano, Ceo di Nord Ovest Spa. Diverse cooperative italiane hanno segnalato blocchi di carichi di kiwi e mele verso Arabia Saudita e paesi limitrofi, con ordini cancellati o rinviati. “L’Italia – ha aggiunto – tra i principali esportatori mondiali di mele e altri prodotti freschi, vede così compromessi rapporti commerciali consolidati in Medio Oriente, dove una quota significativa delle esportazioni italiane trova tradizionalmente sbocco. Negli ultimi giorni il settore dello shipping ha registrato numerose comunicazioni tra disdette, smentite e aggiornamenti sulle rotte, molte delle quali già alla sesta o settima release”. Lo conferma Confagricoltura Piemonte, spiegando che che tra i comparti pesantemente coinvolti “c’è quello della frutta e, in particolare, delle mele, esportate soprattutto dal nord Italia, Trentino Alto Adige e Piemonte, in primo luogo la provincia di Cuneo”. “Ci sono navi cariche di prodotto che sono ferme e non possono arrivare a destinazione. Inoltre, sono già arrivate moltissime disdette di ordini per le prossime settimane” racconta il presidente della Federazione nazionale di prodotto Frutticoltura di Confagricoltura, Michele Ponso. Le importazioni di mele nell’Arabia Saudita ammontano a 187mila tonnellate, 225mila negli Emirati Arabi Uniti, 103mila in Iraq, 30mila in Kuwait, 26mila in Qatar. Un mercato che vale complessivamente oltre 151 milioni di euro. “Siamo il secondo Paese al mondo per la vendita all’estero di mele, con 945mila tonnellate, pari al 12,2% del totale mondiale” spiega Ponso.

Ennesima minaccia per il vino

Ad esprimete forte preoccupazione è anche Diego Cusumano, titolare insieme al fratello Alberto dell’omonima azienda vitivinicola di Partinico, in provincia di Palermo. Perché se dazi e aumento dei prezzi “hanno determinato un significativo rallentamento ora la minaccia è l’interruzione delle catene di fornitura, nello specifico in termini di logistica e trasporti”. I corridoi internazionali, a causa della guerra, si stanno restringendo “e tutto si tradurrà – commenta – in costi di trasporto, ove possibile, molto più cari e perciò antieconomici. Noi vignaioli cosa dovremmo fare, già in questo 2026, con la vendemmia di fatto alle porte?”. Timori che arrivano, tra l’altro, dopo la pubblicazione del recente report di Nomisma Wine Monitor che segnala come il mercato del vino nel 2025 abbia dato forti segnali di rallentamento, in particolare per quanto riguarda le esportazioni di vini italiani Dop negli Usa. I volumi spediti fino a novembre 2025 si attestavano a 2,37 milioni di ettolitri per un valore pari a 1,3 miliardi di euro, evidenziando una contrazione rispettivamente del -2,6% e del -6,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Anche guardando a est, inoltre, la Cina vede per il vino italiano un calo di oltre il 15% a valore. In Europa, nel Regno Unito, secondo mercato per l’Italia, le importazioni totali sono calate del 6% in valore. L’ennesima tegola, dunque, rischia di essere alle porte.

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