Dal caso Zephyros alla base di Erbil. Il G7 studia come proteggere traffici e personale

  • Postato il 12 marzo 2026
  • Esteri
  • Di Formiche
  • 3 Visualizzazioni

Finalmente si muove il G7. Dopo l’ennesimo attacco ad una petroliera, i sette grandi passano all’azione e annunciano un coordinamento per garantire scorte militari ai carichi in transito dallo stretto di Hormuz, trasformato da Teheran sempre più in una sorta di Vietnam in mare. Lo stile Houthi è fortemente riconoscibile, dal momento che gli attacchi sono portati con droni marini kamikaze, che esplodono al contatto con le petroliere. La situazione resta critica, come dimostra anche l’attacco alla base italiana di Erbil, a cui è stato rivolto il messaggio di vicinanza della presidente del consiglio Giorgia Meloni.

L’attacco alla petroliera greca e le acque irachene

La petroliera greca “Zephyros” è stata attaccata mentre era ancorata accanto alla petroliera “Safesea Vishnu” in una zona di mare vicino a Bassora, in Iraq, durante un trasferimento di merci. Secondo le prime informazioni, l’attacco è attribuito a un barchino carico di esplosivo, o un drone marittimo senza pilota. I 22 membri dell’equipaggio, tutti cittadini georgiani, sono stati soccorsi e trasferiti su una nave irachena, mentre un cadavere è stato recuperato in mare. Con una stazza di circa 50 mila tonnellate, la Zephyros battente bandiera maltese è di proprietà degli armatori ciprioti Georgios e Vasilis Michael, tramite la società Benetech Shipping SA, con sede a Voula. La compagnia di navigazione è un player molto attivo nella gestione di navi cisterna per il trasporto di merci liquide, che costituiscono il fulcro della sua flotta. Si tratta della quarta nave di proprietà greca ad essere attaccata dall’inizio della nuova guerra in Medio Oriente.

L’attacco alle petroliere è avvenuto poche ore dopo che l’ambasciata statunitense a Baghdad aveva emesso un nuovo avvertimento su possibili attacchi da parte dell’Iran contro “infrastrutture petrolifere ed energetiche di proprietà degli Stati Uniti”. Inoltre il portavoce delle Operazioni Congiunte dell’Iraq, il Tenente Generale Saad Maan, ha dichiarato che l’attacco è avvenuto nelle acque territoriali del Paese e lo ha descritto come una violazione della sovranità irachena, sottolineando che l’Iraq si riserva il diritto di intraprendere azioni legali. Pochi giorni prima Teheran aveva dichiarato di non avere intenzione di consentire “l’esportazione anche di un solo litro di petrolio dalla regione al campo nemico e ai suoi partner fino a nuovo avviso”.

La reazione del G7 e il caso Erbil

Hormuz è diventato quindi il principale snodo della guerra, per questa ragione i leader del G7 (Italia, Stati Uniti, Canada, Giappone, Gran Bretagna, Germania e Francia) hanno concordato di valutare la possibilità di fornire scorte alle navi commerciali affinché possano navigare liberamente nel Golfo Persico. Come si legge nella dichiarazione, “in questo contesto, è stato istituito un gruppo di lavoro per valutare la possibilità di scortare le navi quando sussistono le opportune condizioni di sicurezza, e ciò sarà accompagnato anche da contatti con compagnie di navigazione, compagnie di trasporto e assicurazioni”.

Ma non va dimenticato che l’attacco alle petroliere è avvenuto nell’area di Bassora, in Iraq, nelle stesse ore in cui è stato sferrato l’attacco alla base italiana. In un post su X Giorgia Meloni ha assicurato di continuare a seguire con attenzione quanto accaduto alla base e di essere in costante contatto con i ministri Tajani e Crosetto per monitorare la situazione. “A nome del Governo e mio personale esprimo solidarietà e vicinanza ai nostri militari, rimasti illesi a seguito dell’attacco: l’Italia è orgogliosa del coraggio e della professionalità che mettono nel lavorare quotidianamente per la pace e la sicurezza nei molti teatri di crisi”.

Il giallo dello sminamento e lo stile Houthi

Dunque navi, basi straniere vicine (Iraq e Turchia) o meno vicine (Cipro) affollano il paniere degli obiettivi iraniani: anche se gli americani dicono che sia stato fatto lo sminamento, in poco tempo stanotte sono state attaccate ben tre navi, elemento di cronaca su cui va aperta una riflessione anche relativamnete all’uso dei droni marini. Questi ultimi possono trasportare carichi esplosivi notevolmente più grandi rispetto ai droni aerei, avvicinandosi potenzialmente alla potenza distruttiva dei missili balistici.

Il primo attacco simile è stato sferrato lo scorso 1 marzo, quando la petroliera MKD VYOM è stata colpita a circa 44 miglia nautiche dalla costa dell’Oman, colpita da un drone progettato per esplodere all’impatto. Già in passato Teheran ha esibito la tecnologia dei droni navali durante varie dimostrazioni militari. E gli stessi Houthi (allineati con l’Iran nello Yemen) hanno più volte utilizzato imbarcazioni senza pilota contro navi mercantili nel Mar Rosso. Inoltre l’esercito statunitense ha affermato di aver già preso di mira le navi iraniane sospettate di posare mine, distruggendone in tutto16. Di fatto lo stretto di Hormuz è stato trasformato in una sorta di Vietnam in mare, dal momento che la reazione ‘guerrigliera’ di Teheran e dei suoi fiancheggiatori si sta sviluppando per il tramite di piccoli ma letali attacchi mirati, che toccano interessi nevralgici come quelli energetici.

Autore
Formiche

Potrebbero anche piacerti