Damasco, Caracas e forse Teheran: tutti gli amici di Putin sono finiti sotto attacco. Ma allo zar interessa solo Kiev
- Postato il 16 gennaio 2026
- Mondo
- Di Il Fatto Quotidiano
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“La situazione sulla scena internazionale sta peggiorando sempre di più, non credo che nessuno possa contraddirlo, i conflitti di lunga data si stanno intensificando”. Ieri e oggi, dopo un lungo silenzio, per la prima volta nel 2026, Putin ha parlato di politica internazionale. È accaduto giovedì durante una riunione con gli ambasciatori nella Federazione. Ha asserito che nuovi, e gravi focolai stanno emergendo sulla scacchiera internazionale, ma non ha menzionato il nome dell’omologo statunitense quando ha dichiarato: “Sentiamo un monologo da parte di coloro che, per diritto di forza, ritengono lecito dettare la propria volontà, fare la predica agli altri e impartire ordini”. Due giorni prima il ministero degli Esteri russo Lavrov era stato molto più diretto: ha accusato Washington di portare disordine nel mondo con il raid in Venezuela e le minacce all’Iran, le operazioni Usa indicano che “la linea dei nostri colleghi americani sia rompere l’intero sistema che è stato creato per molti anni con la loro partecipazione”.
Oggi, della crisi in Iran e del Medio Oriente che rischia di finire in fiamme in toto, il numero uno del Cremlino ha parlato con Bibi Netanyahu rendendo nota la posizione di Mosca: c’è per avviare un dialogo costruttivo, uno sforzo diplomatico, evitare l’escalation. E poi Putin ha chiamato il presidente iraniano Masoud Pezeshkian: “I dettagli saranno annunciati in seguito”, ha affermato il portavoce presidenziale russo, Dmitry Peskov.
“È stato un anno difficile per essere un alleato geopolitico del presidente russo Vladimir Putin”. È questo, in sostanza, il bilancio tracciato dagli analisti: Mosca sta riversando tutte le sue energie nella guerra in Ucraina, trascurando i suoi partner in Medio Oriente e America Latina. Damasco, Caracas e forse presto Teheran: tutti le capitali legate (commercialmente, politicamente, militarmente) alla Federazione sono finite sotto assedio o sotto attacco e se è vero che non c’è due senza tre, presto potrebbero scoprirlo al Cremlino.
Nel dicembre 2024 l’ex presidente Bashar al Assad è fuggito dalla Siria per rifugiarsi in Russia; il tre gennaio scorso Nicolas Maduro è stato catturato dagli americani e trasferito in manette in un carcere a New York. Con le proteste in corso in Iran e Teheran sotto minaccia di intervento americano, l’ayatollah Khamenei potrebbe diventare il terzo degli amici russi costretto alla fuga dal Paese. Secondo il britannico Times, esiste già un piano di emergenza che verrà attivato se la situazione dovesse degenerare per far arrivare la Guida Suprema nella Federazione. I sodali geopolitici russi sono tutti caduti, uno dopo l’altro, per pressione o esercizio diretto della forza della Casa Bianca, con cui Mosca, tutto sommato, non sembra voler ancora incrociare la spada. Lo suggeriscono le condanne intermittenti, si evince dalle dichiarazioni a singhiozzi dei dicasteri di Mosca che chiosano contro quelli “che intendono usare disordini di origine esterna come pretesto per ripetere l’aggressione contro l’Iran nel giugno 2025”.
Accade perché la priorità dei russi è e rimane solo una: Kiev. È per questo che, davanti all’ultima crisi – scrive Bloomberg – la Federazione difficilmente “si impegnerà a fondo per aiutare l’Iran”; allo stesso modo, la cattura di Maduro è stata sfortunata, “ma non una catastrofe”. Ma le conseguenze geopolitiche di questi eventi potrebbero riversarsi direttamente sul tavolo dei negoziati ucraini e a pagarle forse saranno proprio Europa e America: Mosca, privata dei suoi alleati, ancor meno di ieri sarà disposta a scendere a compromessi, ancor meno di ieri potrà permettersi una sconfitta sul campo di battaglia a cui sta sacrificando ogni risorsa.
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