Delitto Nada Cella, la gioia dell’avvocata Franzone: “La sentenza di oggi è troppo importante”
- Postato il 15 gennaio 2026
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- Di Genova24
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Genova. “Ci sono stati momenti molto pesanti, nel corso di questo processo, in cui ho pensato che forse avrei fatto meglio a fare la civilista ma oggi sono contenta, commossa, quello che è successo è così importante che fatico a spiegarlo a parole, ringrazio chi non si è arreso mai, ringrazio la criminologa Antonella Delfino Pesce che ci ha dato una mano enorme per arrivare a questo risultato, nonostante le cattiverie che sono state dette in aula, gratuite, sbagliate”.
A parlare, raggiante e soddisfatta, e non senza un briciolo di sarcasmo, è Sabrina Franzone, avvocata di Daniela Cella, la sorella di Nada. Le sue frasi sono quelle a caldo, pochi istanti dopo la sentenza di primo grado della corte d’assise, sentenza che ha condannato a 24 anni di carcere, per omicidio, Annalucia Cecere e Marco Soracco a 2 anni, per favoreggiamento relativamente ad alcune dichiarazioni sulle telefonate della donna nello studio di commercialisti.
I giudici in primo grado hanno dunque considerato come probanti gli elementi portati dall’accusa – sostenuta dalla pm Gabriella Dotto, che aveva chiesto, per i due imputati, Cecere e Soracco, rispettivamente l’ergastolo e quattro anni.
Nada Cella, trent’anni di interrogativi: la riapertura delle indagini
Stamani, con le ultime repliche da parte di Andrea Vernazza, avvocato di Soracco, l’ultima udienza del processo sul giallo di Chiavari, iniziato nel febbraio scorso dopo la riapertura del caso, nel 2021. La criminologa Antonella Delfino Pesce, che insieme all’avvocata Sabrina Franzone ha seguito la famiglia Cella, ha raccolto gli elementi necessari a smuovere la procura. Secondo loro, nelle precedenti indagini sul delitto, troppi elementi erano stati tralasciati o trattati superficialmente.
Il 6 maggio del 1996 la 24enne Nada Cella fu aggredita brutalmente nello studio di commercialisti dove era impiegata. A ritrovarla, in un lago di sangue – morì qualche ora dopo – era stato proprio il titolare Marco Soracco, inizialmente sospettato per l’omicidio della ragazza. Anche Cecere, all’epoca, fu indagata: alcuni testimoni l’avevano vista uscire dal palazzo dove avvenne il delitto. L’indagine a suo caricò durò solo pochi giorni. Ma proprio in quei giorni i carabinieri, durante una perquisizione a casa della donna, trovarono un reperto che si è rivelato fondamentale per la riapertura del cold case.
Si trattava di alcuni bottoni con base metallica e la scritta “Great Seal of the State of Oklahoma”. Un bottone quasi identico, senza base di metallo, era stato trovato vicino al corpo di Nada Cella. Ma nel rapporto dei carabinieri alla polizia, che acquisì successivamente l’incarico delle indagini, non se ne faceva cenno. Quei bottoni, peraltro, vennero solo fotografati ma mai sequestrati.
Le testimonianze “anonime” e il dna “dimenticato”
L’accusa aveva riportato all’attenzione dei giudici anche alcune testimonianze non tenute in grande considerazione nelle vecchie indagini. Quella di una mendicante, ormai deceduta, che aveva raccontato di avere visto uscire dall’edificio dove avvenne l’omicidio, la mattina dello stesso omicidio, una donna sporca di sangue e con una mano fasciata. Fornì un identikit che, secondo l’accusa, ricalcava l’aspetto di Annalucia Cecere negli anni Novanta.
Un’altra testimonianza era quella di una vicina di casa di Cecere che riportò una frase che avrebbe detto, brandendo una statuetta in mano: “A quelle che vengono dalla campagna e trovano lavoro spaccherei la testa”. Infine molto spazio, nel dibattimento, ha avuto l’intercettazione di una telefonata tra la madre di Soracco e una donna rimasta anonima che aveva rivelato di avere visto proprio Cecere fuggire da via Marsala la mattina del delitto.
Nella riapertura delle indagini aveva pesato anche il riferimento alle tracce di Dna trovate sulla scena del crimine, tracce che almeno in parte riportavano alla presenza di una donna. E nonostante questo non vennero fatti, al tempo, raffronti con il profilo di Cecere. Nel 2021 venne disposta l’analisi del motorino della donna, ancora nel garage della sua abitazione a Boves, ma il materiale, ormai deteriorato, non ha fornito riscontri.