DiCaprio, Chalamet e Jordan nella sfida più incerta degli ultimi anni. La gaffe di Timothée mette a rischio l’Oscar come miglior attore

  • Postato il 12 marzo 2026
  • Cinema
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Leo DiCaprio, Timothée Chalamet o Michael B. Jordan? Mai la categoria per il miglior attore agli Oscar è stata così contesa e chiacchierata come quest’anno. Intanto formalmente nella cinquina 2026 ci sarebbero anche Wagner Moura, protagonista del film brasiliano L’agente segreto, ed Ethan Hawke per Blue Moon.

In un paese normale, non ossigenato in modo tossico dal divismo totalizzante di social e fanbase, Moura sarebbe perfino il vincitore morale di questa gara tra maschi. La sua fragile eppure decisa interpretazione di un padre in fuga durante la dittatura brasiliana sa di brillante e serio understatement che nessun’altra caricatura e sovrabbondanza hollywoodiana possa offrire in questi tempi turbolenti (come nel profondo è il personaggio del paroliere Lorenz Hart a cui dà forma piccina Hawke).

Ma torniamo al terzetto che si sta battendo con ogni arma consentita e non per primeggiare. Diciamo che intanto in autunno, quando Marty Supreme (qui la nostra recensione) doveva ancora uscire, DiCaprio per il suo Bob Ferguson di Una battaglia dopo l’altra pareva avere già vinto l’Oscar. Poi appunto è arrivato l’inverno, Chalamet e infine le 16 nomination per Sinners.

A quel punto la figura grottesca di Bob/DiCaprio nel film di P.T. Anderson ha cominciato a mostrare le sue venature modeste, quella sua artificiosa goffaggine all’interno di un film che vive di un’urgenza politica sì, ma esteticamente e filosoficamente snob. Di fondo il Bob di Una battaglia dopo l’altra è un’unghia del mignolo del Rick Dalton di C’era una volta a Hollywood, sballottato su un set che richiede un’azione continua e quindi costretto a far ridere tra vestaglie lebowskiane, acconciature improbabili e vuoti di memoria da sketch tv.

Anche per questo quando è sbucato un personaggio ipocrita e narciso come il protagonista di Marty Supreme, un figuro strambo anch’esso ma di una purissima popolare negatività, che Timothée Chalamet ha accostato DiCaprio e messo anche subito la freccia per sorpassarlo. Anche nel film di Josh Safdie si corre per un’ora e mezza senza un attimo di respiro, solo che qui Chalamet in canottiera, sudato ed esaltato, saltellante attorno ai tavoli da ping pong, fanfarone perdente, ha un appeal ben più energico e coinvolgente del rivoluzionario che strabuzza gli occhi.

Dopodiché, appunto, ecco le 16 nomination a Sinners dove in mezzo svetta quella di Michael B. Jordan che nel film del sodale Ryan Coogler interpreta i due fratelli gemelli, gangster tirati a lucido nel Mississippi del 1932, Stack e Smoke. I due, lesti con la pistola, con i proventi della mala di Al Capone aprono un juke joint, localino che offre blues dal vivo, balli, giochi d’azzardo e alcool per soli neri. Localino che durante la notte verrà accerchiato da zombi famelici bianchi.

Non che Jordan abbia mai variato molto le sue interpretazioni da Creed, lavorando quasi esclusivamente sul magnetismo atletico in scena e poco più. Solo che qui c’è un treno in corsa che si chiama Sinners, qualcosa che forse in Europa non abbiamo ancora ben intuito nella sua portata più socio-politica oltre le singole nomination e statuette. Quindi premiare la figura di rilievo del racconto, il/i maestro/i di cerimonia Jordan/Stack&Smoke, acquisirebbe un significato ancora più urgente di qualsivoglia battaglia democratica per i migranti alla Anderson.

Se poi Chalamet aveva un’incollatura di vantaggio su Jordan fino a pochi giorni fa, il 30enne (Jordan ne ha 39, DiCaprio oramai papino a 51) protagonista di Marty Supreme si è andato a impelagare in una polemica divenuta presto social. In una chiacchierata con Matthew McConaughey, parlottando scherzosamente sul ruolo del cinema odierno, ha pressappoco affermato: “Non voglio mica lavorare in un balletto e all’opera. Quelle cose che tieni in vita anche se a nessuno importano più”. Parole che hanno suscitato un putiferio con tutto il settore danza e sinfonica in subbuglio, mentre a Jordan basta tenere accesa un po’ di musica del diavolo e lasciarla in sottofondo per arrivare all’Oscar.

Attori non protagonisti

Se noi stravediamo per Stellan Skarsgard e il suo infingardo padre egomaniacale di Sentimental value qualcuno si offende? Il 74enne attore svedese del resto fa a pezzi l’intero comparto hollywoodiano che punta all’Oscar 2026 come miglior attore non protagonista: Delroy Lindo per Sinners, Benicio Del Toro e Sean Penn per Una battaglia dopo l’altra, Jacob Elordi per Frankenstein.
Un ruolo tutto di silenzi e sguardi, di dolorosa moderazione, di introversione magnetica quello di Skarsgard, padre regista ingombrante assente distruttore di vite familiari, e forse anche della sua, inizia il film con un copione impossibile da realizzare tenuto in una sportina di plastica e chiude il film facendo vibrare, appunto, un lungo potente silenzioso sguardo con la figlia attrice (Renate Reinsve) su un set moderno e ipertecnologico. Insomma, non ce ne dovrebbe essere per nessuno se non fosse che il treno in corsa delle 16 nomination a Sinners qua e la farà qualche fermata. Che ce ne sia una dalle parti di Delroy Lindo non è affatto da escludere. Anzi il 74enne attore londinese, poi naturalizzato statunitense, ha una carriera infinita sostanzialmente da comprimario (Malcolm X, Il colpo, L’avvocato del diavolo) ed è alla sua prima nomination (anche per Skarsgard, del resto). In Sinners interpreta Delta Slim, un povero ma sopraffino armonicista che i fratelli protagonisti del film Stack&Smoke arruolano nei bassifondi per averlo sul palco del loro juke joint.
Delta Slim/Lindo raccoglie su di sé il peso dello schiavismo e l’anima profonda del blues in una parte dove il carisma emerge più a livello evocativo in un paio di lunghe sequenze di chiacchiera che nella presenza generale in scena (da metà film in poi quasi scompare). Un altro che in scena sta pochissimo è Del Toro. In Una battaglia dopo l’altra sono stati conteggiati appena 13 minuti di sua silenziosa ma poco intensa presenza su due ore e rotte di film. Il già oscarizzato per Traffic fa come al solito una sorta di sonnambolica caricatura del suo infinito personaggio apparentemente perso ma lucidissimo, qui in chiave di copertura e fuga dagli scontri al confine messicano per un rimbambito DiCaprio.
I fan mandano a memoria le mossette che fa quando viene arrestato, ma a noi pare davvero poca cosa ed anzi, si percepisce che la sua sezione (centrale) nel film sia stata girata tra altri due set, si spera più interessanti per lui e per noi. Che dire poi dell’altro grottesco caricaturale nazi con un debole per le formose afroamericane interpretato da Sean Penn (già due gli Oscar vinti)? Il suo colonnello Lockjaw è una delle figure più imbarazzanti del cinema cosiddetto politico dell’America contemporanea, un concentrato di recitazione continuamente sopra le righe tra richiesta deficienza e personale supponenza.
Quando poi arriviamo alla candidatura di Elordi c’è da tirare il freno d’emergenza per bloccare l’intera cerimonia degli Oscar. Che molti modelli delle nuove generazioni (Elordi ha 29 anni) si sentano tutti tormentati e ribelli tra James Dean e Montgomery Clift fa innanzitutto morite dal ridere, poi anche un po’ pensare alla necessità odierna del concetto di credibilità e verosimiglianza. Seppur Elordi sia il Frankenstein lungagnone di Guillermo del Toro, quindi carattere al limite del fantasy, la sua interpretazione in questo film oscilla tra l’osceno e il pietoso, contraltare di un altro folle errore nell’accettare ruoli di Oscar Isaac che lo fronteggia per tutto il film facendo a gara tra chi si farà dimenticare per primo (evidentemente ha vinto Isaac).

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Il Fatto Quotidiano

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