Diplomazia o guerra. La partita decisiva tra Washington e Teheran

  • Postato il 27 febbraio 2026
  • Esteri
  • Di Formiche
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L’ultimo ciclo di negoziati indiretti tra funzionari iraniani e statunitensi a Ginevra ha prodotto un esito ormai familiare: progressi limitati, profonde divergenze e l’impegno a continuare a parlare. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha definito i colloqui seri ma senza risultati decisivi, mentre funzionari statunitensi hanno lasciato filtrare in privato la loro frustrazione per il rifiuto di Teheran di smantellare elementi chiave del proprio programma nucleare o di trasferire all’estero l’uranio arricchito. Un nuovo round di discussioni è atteso nel giro di pochi, affiancato da incontri tecnici a Vienna sotto l’egida dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Un programma teorico, a meno che non ci siano colpi di scena militari.

Il percorso diplomatico si svolge tuttavia sotto un’ombra sempre più visibile dell’uso della forza. Giovedì il comandante del Comando centrale degli Stati Uniti, che per competenze geostrategiche copre l’Iran, ha illustrato al presidente statunitense, Donald Trump, le opzioni operative contro la Repubblica Islamica proprio mentre i negoziati erano ancora in corso. La diffusione della notizia è un segnale: il dialogo c’è, i piani militari pure. L’arrivo della USS Gerald R. Ford nelle acque israeliane e l’accumulo di assetti navali e aerei americani nella regione – con nuovi arrivi anche nelle ultime ore – hanno creato la più imponente concentrazione di potenza militare statunitense in Medio Oriente da anni. I preparativi per una possibile campagna sono sostanzialmente ultimati.

Per l’amministrazione Trump, i colloqui sono ampiamente considerati l’ultima occasione per ottenere concessioni prima di decidere se ricorrere alla forza. Le richieste centrali di Washington – limiti permanenti alle attività nucleari iraniane, consegna di vaste scorte di uranio arricchito e verifiche stringenti – restano inaccettabili per Teheran, che rivendica il diritto ad arricchire uranio sotto supervisione internazionale. I negoziatori iraniani hanno invece avanzato incentivi economici e misure parziali di rafforzamento della fiducia, proposte che a Washington vengono giudicate marginali rispetto al nodo della proliferazione.

Il risultato è una forma di diplomazia coercitiva in cui entrambe le parti testano la disponibilità dell’altra a cedere per prima. La pressione statunitense mira a convincere l’Iran che l’alternativa al compromesso sarebbe un attacco devastante alle sue infrastrutture – in primis quelle nucleari. La strategia iraniana sembra invece orientata a guadagnare tempo, offrendo sufficiente cooperazione per evitare un intervento armato, ma preservando le capacità che sostengono la propria deterrenza.

Gli attori internazionali reagiscono all’aumento del rischio. La Cina ha invitato i propri cittadini a lasciare l’Iran, mentre l’ambasciata statunitense in Israele ha consigliato al personale di partire immediatamente se lo desidera, citando l’incertezza sulla disponibilità di voli nei prossimi giorni. L’India aveva emesso avvisi simili nei giorni precedenti e il Regno Unito ha seguito in queste ore. Misure di evacuazione preventiva di questo tipo, spesso basate su valutazioni di intelligence riservate più che su dichiarazioni pubbliche, indicano che diversi governi considerano concreta la possibilità di un’escalation capace di interrompere traffico civile e attività commerciali nella regione.

Non è la prima volta che segnali di questo genere anticipano sviluppi militari. Alla vigilia dell’operazione israeliana “Rising Lion”, un ordine statunitense di evacuare il personale non essenziale fu interpretato da molti osservatori come uno degli indizi più chiari dell’imminenza di un attacco. Senza forzare parallelismi con quell’episodio o con il successivo conflitto dei Dodici Giorni, l’attuale sequenza di avvisi e dispiegamenti suggerisce dinamiche analoghe: la preparazione silenziosa di governi e apparati prima che eventuali operazioni vengano avviate. Con l’informazione costante, le osservazioni Osint e la rapida diffusione delle stesse, l’escalation sembra racconta “live” e al rallenty.

L’Oman, da tempo intermediario discreto tra Washington e Teheran, tenta un ultimo sforzo per salvare la via diplomatica. Il ministro degli Esteri omanita, Badr al-Busaidi, è atteso in queste ore a Washington per incontrare il vicepresidente JD Vance e altri funzionari americani, nel tentativo di ridurre le divergenze prima che diventino insanabili. La mediazione del sultanato riflette sia il suo accesso privilegiato alla leadership iraniana sia il timore diffuso che anche un conflitto limitato possa degenerare in una guerra più ampia, coinvolgendo milizie e alleati dall’Iraq allo Yemen.

Persistono nel contempo dubbi sull’immediatezza della minaccia evocata dalla Casa Bianca. Le valutazioni dell’intelligence statunitense non supportano l’idea che l’Iran sia vicino a dispiegare un missile balistico intercontinentale capace di colpire il territorio americano, suggerendo che alcune componenti della narrativa pubblica possano essere enfatizzate. Lo scarto tra messaggio politico e analisi tecnica evidenzia una tensione ricorrente nelle crisi internazionali.

Per Trump, la posta in gioco riguarda tanto la credibilità quanto la sicurezza. Pur mantenendo una postura di massima pressione militare, il presidente potrebbe continuare a considerare la diplomazia l’opzione preferibile, convinto che la dimostrazione di forza serva soprattutto a strappare concessioni senza dover arrivare a una guerra dai costi e dagli esiti incerti. Questa cautela riflette anche il clima dell’opinione pubblica americana: un sondaggio nazionale Quinnipiac di gennaio indica che circa sette elettori su dieci si oppongono a un’azione militare contro l’Iran e una quota analoga ritiene che un presidente debba ottenere l’autorizzazione del Congresso prima di avviare un nuovo conflitto. La questione giuridica tocca anche gli alleati: basi come quella di Sigonella potrebbero essere coinvolte in un’operazione che di fatto vedrebbe gli Usa attaccare un altro Paese senza una minaccia diretta.

Dopo aver promesso di impedire ogni avanzamento del programma nucleare iraniano e aver evocato persino un cambio di regime, Trump rischia di apparire indebolito se dovesse arretrare senza risultati tangibili. Ma, al di là dei limiti legali, un attacco privo di un obiettivo strategico chiaro potrebbe trascinare gli Stati Uniti in un nuovo conflitto mediorientale senza sbocco, proprio lo scenario che egli stesso ha più volte criticato riguardo ai suoi predecessori (e uno degli elementi che ne hanno da sempre garantito parte delle presa sul consenso popolare).

I leader iraniani, dal parte loro, sembrano convinti che il sistema possa sopravvivere a una campagna aerea, calcolando che la mera resistenza basterebbe a rivendicare una vittoria politica. Teheran ha investito massicciamente in missili, droni e reti di alleati regionali capaci di colpire basi e partner americani, alimentando il rischio di uno scontro prolungato anche nel caso di successi tattici iniziali degli Stati Uniti.

La crisi attuale dipende dunque meno dall’esito di un singolo incontro che dall’interazione tra diplomazia e deterrenza. In questo senso, la crisi non è soltanto il prodotto di un confronto bilaterale, ma riflette anche i limiti interni della Repubblica islamica. Come osserva il terzo numero di East Lines – l’approfondimento mensile che Med-Or Italian Foundation dedica al Medio Oriente e che questo mese si intitola proprio “Teheran al bivio” – il nodo non è soltanto militare o diplomatico, ma politico-domestico. Le richieste occidentali rischiano di superare ciò che la leadership iraniana può concedere senza compromettere la propria stabilità, credibilità e soprattutto gli equilibri del sistema. Più che una scelta tra compromesso e confronto, il vero dilemma per Teheran riguarda la sostenibilità stessa del negoziato.

In questo quadro, la pressione militare americana diventa al tempo stesso strumento negoziale e preludio potenziale a un’escalation. I negoziati offrono una via d’uscita dalla guerra ma fungono anche da meccanismo per gestire l’escalation mentre entrambe le parti si preparano all’eventualità del fallimento. Ogni nuovo dispiegamento militare o avviso di evacuazione aumenta la pressione sui negoziatori affinché producano risultati prima che gli eventi li superino.

Resta incerto se si tratti di una strategia calibrata o di una deriva verso il conflitto. Ciò che appare evidente è che lo spazio per una soluzione puramente diplomatica si sta restringendo. Mentre gli emissari si incontrano tra Europa e Medio Oriente, l’accumulo di mezzi militari nell’arco indo-mediterraneo ricorda che il tempo — e la pazienza — potrebbero esaurirsi rapidamente. Tutto mentre il Pakistan si dichiara ”in guerra aperta” con l’Afghanistan, come ulteriore elemento che scompensa la regione.

(Foto: X, @CENTCOM)

Autore
Formiche

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