È l’oblio l’antidoto di Nietzsche contro l’ossessione del tramonto dell’occidente
- Postato il 24 gennaio 2026
- Di Il Foglio
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È l’oblio l’antidoto di Nietzsche contro l’ossessione del tramonto dell’occidente
Durante la seconda metà dell’Ottocento, lo studio della storia nei curriculum dei giovani studenti e studiosi d’Europa occupava un posto centralissimo. La società borghese che ormai dominava il continente e le continue nuove scoperte archeologiche unite alla filosofia post-hegeliana che egemonizzava una buona parte dell’accademia ritenevano la storia “maestra di vita” e il luogo in cui si realizzava “la verità del mondo”.
Contro questa visione che, secondo lui, tendeva a immobilizzare la potenza inarginabile che noi chiamiamo vita, e che sempre deve slanciarsi in avanti con forza e attraverso determinazioni della volontà, si scagliava un giovane ma già famoso filologo: Friedrich Nietzsche.
In una delle sue “considerazioni inattuali” intitolata Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Nietzsche riflette appunto su come e quanto la storia possa essere ancora utile per la vita, per il suo potenziamento, e quanto invece possa diventare una sorta di gabbia dentro cui la vita soccombe e soffoca nella polvere dell’autorità dei grandi maestri e di ciò che è stato, morendo di quella che si può definire “malattia storica”.
Nietzsche rifiuta “un’istruzione senza vivificazione”, “un sapere in cui l’attività si infiacchisce”. Egli paragona il senso storico della propria epoca, così schiacciante per la potenza esondante e spregiudicata della vita, a una virtù ipertrofica generata dalla monumentalizzazione di un passato cui ci si vorrebbe confare in maniera totale (come se chi ci ha preceduto fosse comunque migliore di noi). Ma una tale virtù ipertrofica può causare la rovina di un popolo.
La storia, per Nietzsche, tuttavia, non è da buttare nella sua interezza. In essa troviamo esempi formidabili che ci consentono di trovare il coraggio per imprese audaci, per migliorarci, per fare di noi qualcosa di grande e rialzarci anche nei momenti di massimo sconforto. La storia è una medicina contro la rassegnazione, ci mostra come sia possibile ciò che invece, in apparenza, sembra impossibile. Mostra quanto possa essere bella e creatrice l’azione umana, come possa plasmare il mondo. Mostra l’universo che sta dentro la capacità di agire di un singolo individuo. Tuttavia, in questa stessa potenza esemplare della storia, si annida la fiacchezza della credenza che tutto ciò che è grande è nel passato, che nulla di davvero notevole possa più esistere, che i grandi uomini non potranno più essere. Che tutto ciò che si può fare è tentare di conservare per quanto possibile il bello e il buono che abbiamo, senza addentrarci più nella selva oscura e stupefacente della vita che attraversa ogni singola esistenza.
Allora, se da un lato la storia può essere davvero maestra di vita, dall’altra occorre educarsi a qualcosa di profondamente diverso: all’oblio. “Per ogni agire ci vuole oblio: come per la vita di ogni essere organico ci vuole non soltanto luce ma anche oscurità”. Ciò bisogna fare per evitare che “i morti seppelliscano i vivi”. Questo oblio non ha, però, nulla a che fare con l’atto di cancellazione che negli anni recenti ha tenuto in scacco la cultura occidentale. Ne è, invece, precisamente l’opposto. La cancel culture era figlia di una cultura “ossessivamente storica” che voleva, e vuole, incartapecorire il futuro riscrivendo il passato e incatenandolo alle sue presunte colpe, seppellendo l’occidente e il suo futuro sotto le macerie di ciò che è stato. Lo slancio vitale di Nietzsche vede invece nell’oblio il salto che permette di staccarsi dal passato quando questo diviene troppo oppressivo. La storia, del resto, “ostacola la forte risoluzione per il nuovo, quindi paralizza chi agisce, il quale sempre, come agente, violerà e deve violare qualche pietà”.
L’Europa che aveva davanti agli occhi sembrava a Nietzsche sprofondare dentro il ritratto museale del proprio passato. In questa mania storica vedeva i sintomi di quella percezione tutta occidentale del tramonto, di avere uno splendido avvenire dietro alle spalle: “Da questo eccesso viene istillata la credenza sempre dannosa nella vecchiaia dell’umanità, la credenza di essere frutti tardivi ed epigoni”.
Per Nietzsche, invece, la vita rimane la forza che deve riaffermarsi in ogni esistenza, precisamente ciò che rende ogni esistenza degna di essere vissuta e che deve essere liberata dal peso di troppo passato per tornare a bussare sempre nuovamente, come un barbaro iper-evoluto, alle porte della propria stessa civiltà. Così da rinfrescarla e rilanciarla, districandola dalla rete “delle sue giustizie e verità per passare di nuovo al rude volere e bramare”.
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