“Filmare per esistere”, così i ragazzini che compiono reati (anche non punibili) usano i social

  • Postato il 26 marzo 2026
  • Cronaca
  • Di Il Fatto Quotidiano
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“Filmare per esistere”. Il caso dell’alunno di 13 anni che ha accoltellato la professoressa di francese a Trescore Balneario è rarissimo. Ma non è raro che i minorenni che compiono reati – dalle percosse agli scontri per gelosia o rapine – filmino quello che fanno. Come se ogni azione avesse bisogno di essere filmata e condivisa per essere vera. Cominciano sempre più presto – come conferma la procuratrice per i minorenni di Brescia Giuliana Tondino – “hanno un dominio dei mezzi sempre più forte, ci sono bambini di quinta elementare che sono capaci di navigare nel dark web. Le persone della mia generazione, ma anche quella precedente non saprebbero da dove cominciare”. I ragazzini, anche ancora bambini, sembrano essere costretti da un impulso incontrollabile a registrare, condividere come se “affermasse l’esistenza di se stessi”.

È una chiave di lettura inquietante sempre più necessaria per comprendere episodi che, a prima vista, sembrano incomprensibili. Nel caso del tredicenne che ha accoltellato la sua insegnante a Trescore Balneario, colpisce non solo la violenza del gesto — rarissima per età e modalità — ma la scelta di riprenderlo e trasmetterlo in diretta su Telegram. Come se l’azione, da sola, non bastasse. Come se dovesse essere vista per diventare reale. Non è esibizionismo: è una forma di legittimazione, quasi appunto una prova di esistenza. Se non viene registrato e condiviso, è come se non fosse mai accaduto.

In questo scenario, il gesto compiuto a Trescore rappresenta un punto estremo di una tendenza più ampia. L’elemento della premeditazione si intreccia con quello della rappresentazione, compreso l’annuncio dell’azione di vendetta sui social: non solo fare, ma mostrare di aver fatto. Non solo agire, ma costruire un pubblico — anche ristretto, anche invisibile — davanti al quale quell’azione acquista significato. Questo scarto generazionale non riguarda solo la capacità tecnica, ma anche il significato attribuito agli strumenti. Lo smartphone non è più un semplice mezzo: è un’estensione dell’identità. È lo spazio in cui si costruisce e si valida la propria immagine, anche attraverso comportamenti estremi.

Nel caso del tredicenne, la diretta streaming su un canale privato suggerisce un ulteriore livello: non un gesto impulsivo ripreso per gioco o per vanto, ma un’azione pensata anche in funzione della sua trasmissione. Un atto che cerca spettatori, anche pochi, anche selezionati. E che proprio in quello sguardo trova una parte della sua ragion d’essere. Nel suo racconto agli inquirenti il ragazzino ha spiegato che non voleva imitare nessuno, ma le modalità del suo gesto – compreso l’annuncio dell’aggressione sui social – è un campanello d’allarme non solo per le famiglie, ma per la società. Il punto, allora, non è solo chiedersi perché un ragazzo arrivi a un gesto così violento — domanda già complessa — ma anche perché senta il bisogno di mostrarlo. In quella telecamera accesa, forse, c’è una risposta parziale: la ricerca di un riconoscimento, di un’esistenza che passa attraverso lo sguardo degli altri. Anche quando quello sguardo si posa sull’orrore.

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Il Fatto Quotidiano

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