Fondi ad Hamas, gli avvocati degli arrestati: “Un’indagine penale non può fondarsi su materiali di intelligence militare”

  • Postato il 13 gennaio 2026
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  • Di Genova24
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presidio pro hannoun
Genova. “L’aula di giustizia non è un campo di battaglia” dicono gli avvocati dei sette arrestati il 27 dicembre nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Genova perché considerati presunti finanziatori di Hamas. Il riferimento è al “campo di battaglia” dove sono stati sequestrati dall’Idf i documenti o acquisiti interrogatori che proverebbero che le organizzazioni benefiche che le associazioni fondate e gestite da Mohammad Hannoun e dai suoi collaboratori siano in realtà emanazioni della stessa Hamas, partito al governo di Gaza ma anche associazione terroristica per l’Unione europea e gran parte dei Paesi occidentali.
Questi elementi indiziari sono stati analizzati in particolare in un “commento” riassuntivo di circa 90 pagine, firmato da un anonimo (viene chiamato ‘Avi) funzionario dell’Nbctf, l’intelligence finanziaria israeliana che è stato allegato all’ordinanza di custodia cautelare che ha portato agli arresti.
I legali, in una lunga nota (firmata dagli avvocati Nicola Canestrini, Fausto Gianelli, Elisa Marino, Gilberto Pagani, Pier Poli, Marina Prosperi, Nabil Ryah, Dario Rossi, Flavio Rossi Albertini, Giuseppe Sambataro, Fabio Sommovigo, Emanuele Tambuscio, Gianluca Vitale e Samuele Zucchini), vogliono denunciare “una grave torsione dei principi dello Stato di diritto, della cooperazione penale internazionale e delle garanzie fondamentali del processo penale, a partire dalla presunzione di innocenza, ancora una volta apertamente violata”.
E lo faranno, sulla base di sentenze e rapporti internazionali, nell’udienza davanti al tribunale del Riesame che si terrà a Genova venerdì 16 gennaio in cui chiederanno ai giudici la scarcerazione di Hannoun e degli altri arrestati. La decisione potrebbe arrivare già in serata
Per gli avvocati l’inchiesta sul presunto finanziamento del terrorismo “non riguarda condotte penalmente accertate, bensì la trasmissione e circolazione di informazioni acquisite in uno scenario di guerra, provenienti da un contesto di conflitto armato in corso e prodotte da apparati di sicurezza stranieri”.
Non si tratta di prove giudiziarie, ma di materiale di intelligence – chiariscono i legali – Informazioni non validate, non sottoposte a controllo giurisdizionale, prive di contraddittorio e delle garanzie minime di attendibilità richieste in uno Stato di diritto”.
“È un dato incontestabile – prosegue la nota – che lo Stato di Israele rifiuta sistematicamente di sottoporsi alle regole della giustizia penale internazionale, sottraendosi persino alla giurisdizione della Corte penale internazionale anche a fronte di gravissime e documentate ipotesi di crimini internazionali. È dunque giuridicamente e politicamente inaccettabile che lo stesso Stato pretenda, al tempo stesso, di strumentalizzare i meccanismi di cooperazione penale internazionale per esportare all’estero ipotesi investigative unilaterali, non verificate e funzionali a un conflitto armato in corso”.
Gli avvocati degli arrestati spiegano che “nessun giudice israeliano ha mai convalidato le ipotesi investigative oggi richiamate. Esse restano integralmente appannaggio dei servizi di sicurezza, che operano sotto il diretto controllo dell’esecutivo e all’interno di una logica dichiaratamente bellica. Importare tali materiali nel processo penale significa abbattere la distinzione, essenziale in una democrazia, tra guerra e giustizia”.
Già in passato in diversi tribunali italiani sono stati archiviati casi analoghi proprio per “l’inidoneità del materiale informativo trasmesso a sostenere un’accusa in sede giudiziaria”. Per i legali “riproporre oggi le stesse ipotesi significa perseverare in una logica investigativa che ignora deliberatamente i precedenti giudiziari e svuota di senso il principio di legalità”.
Si tratta di “un pericoloso slittamento verso un diritto penale del nemico, in cui categorie e strumenti propri della guerra vengono trasferiti nella giustizia ordinaria, con effetti devastanti sui diritti fondamentali”
In ultimo gli avvocati denunciano “il rischio concreto di una criminalizzazione indiretta di un’intera comunità, colpita non per fatti penalmente accertati, ma per legami culturali, religiosi e solidaristici con una popolazione coinvolta in un conflitto armato”.
“In assenza di un controllo giudiziario effettivo, indipendente e trasparente sull’origine e sull’affidabilità delle informazioni trasmesse – ribadiscono gli avvocati – ogni loro utilizzo in sede penale è giuridicamente fragile e democraticamente pericoloso” e “la giustizia non può essere selettiva, asimmetrica o subordinata alle logiche del conflitto, e che il diritto penale non è — né deve diventare — un’arma di guerra“.
Autore
Genova24

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