Furti in casa, boom miliardario di antifurti. Così la paura entra nel paniere Istat

  • Postato il 1 marzo 2026
  • Di Panorama
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Anche per un investigatore dilettante gli indizi sono fin troppo evidenti. Primo: la pubblicità dei sistemi d’allarme è ovunque, tra stacchi televisivi, affissioni e spot online che promettono interventi in pochi secondi e ladri in fuga a gambe levate. Secondo: nel paniere Istat 2026 sono entrati ufficialmente i kit di videosorveglianza per segnalare i tentativi di furto e ciò significa che sono diventati un acquisto ricorrente per una quota non marginale di famiglie. Conclusione: gli italiani hanno sempre più paura di subire una visita indesiderata e la sicurezza domestica è ormai un business strutturale, in forte sviluppo. Nel 2024 sono stati denunciati oltre 155 mila furti in abitazione, in crescita del 5,4 per cento rispetto all’anno precedente.

Secondo analisi di settore, il valore del mercato italiano di allarmi e videosorveglianza crescerà di circa il 70 per cento tra il 2024 e il 2030, arrivando a sfiorare i 9,5 miliardi di euro e, solo nell’ultimo anno, ha registrato una balzo del 28 per cento. A spingere sono almeno tre fattori: la percezione di insicurezza alimentata da ondate di furti e cronaca nera; la diffusione di soluzioni «smart» relativamente accessibili; la possibilità di diluire il costo nel tempo grazie a formule in abbonamento, più simili a un contratto telefonico che all’acquisto di un elettrodomestico. Inoltre il 51 per cento degli italiani ritiene l’acquisto di sistemi di protezione domestica un elemento in grado di accrescere il valore patrimoniale della propria abitazione, come rivela un’indagine condotta da Sector Alarm, multinazionale presente in Italia dal 2021 e specializzata in sistemi di protezione completa per la casa. Più dell’80 per cento dei rispondenti considera il sistema di antifurto un vero e proprio investimento per il futuro.

Telecamere come leva di rivalutazione immobiliare

L’indagine evidenzia anche come l’integrazione di sistemi di videosorveglianza possa incrementare il valore patrimoniale di una casa fino al 10 per cento, trasformando telecamere e sensori in un vero fattore di rivalutazione immobiliare. Il valore aggiunto di queste tecnologie è tale che, anche in caso di trasloco, il 63,1 per cento del campione dichiara che installerebbe nuovamente un sistema di protezione nella nuova abitazione. La prevenzione resta la spinta principale: per quasi un italiano su due (49,9 per cento) l’acquisto nasce dall’esigenza di evitare furti e intrusioni, mentre il 25,4 per cento si è attivato a causa di episodi di criminalità nel quartiere e il 21 per cento dopo aver subito personalmente un furto.

Il contesto abitativo italiano contribuisce a spiegare questa corsa alla sicurezza elettronica. Nel nostro Paese circa il 43 per cento delle persone vive in villette, abitazioni indipendenti o isolate, tipologie più esposte ai tentativi di effrazione rispetto ai grandi condomìni urbani. A questo si aggiunge il tema delle seconde case lasciate incustodite per lunghi periodi, tra borghi turistici, località di mare e montagna. Secondo i dati Censis del 2025, per il 59 per cento degli italiani l’intrusione in casa è l’incubo più grande, più temuto del furto dell’auto o di una rapina.

Un mercato globale da oltre 160 miliardi

In un contesto di questo tipo, il videomonitoraggio non viene percepito solo come strumento di deterrenza, ma come garanzia di controllo continuo anche a distanza, grazie ad app e notifiche in tempo reale. A livello mondiale il comparto allarmi e videosorveglianza è atteso in crescita da circa 91,7 miliardi di dollari nel 2025 a oltre 160 miliardi nel 2030, con un tasso annuo a due cifre. In questo contesto, l’Italia è una piazza con una penetrazione ancora bassa rispetto ai Paesi del Nord Europa, ma con una velocità di sviluppo che sta attirando tutti i grandi player, dagli istituti di vigilanza alle Big tech della casa connessa.

Verisure è la faccia più visibile di questa avanzata: un colosso quotato a Stoccolma che vende protezione «as a service», proponendo formule in abbonamento che includono progettazione dell’impianto, installazione, collegamento a una centrale operativa h24, manutenzione e, quando serve, intervento di guardie giurate, sulla base di accordi con istituti partner a livello locale. Il modello punta a filtrare e qualificare gli allarmi, riducendo i falsi positivi e attivando pattuglie solo in caso di reale intrusione. Il marchio, però, è finito anche sotto i riflettori regolatori. Nel marzo 2024 l’Antitrust italiano ha sanzionato Verisure Italy con una multa da 4,25 milioni di euro per pratiche commerciali ritenute scorrette: nel mirino sono finite alcune modalità di comunicazione sulla natura del contratto, gli ostacoli all’eventuale recesso e l’attivazione del servizio durante il periodo di ripensamento. La società ha contestato le conclusioni dell’authority che vigila sulla concorrenza e il mercato, rivendicando la correttezza delle proprie procedure e annunciando un ricorso, mentre in parallelo ha avviato un restyling di contratti e comunicazione commerciale.

Tra vigilanza privata e Big tech

Verisure non è ovviamente l’unico attore del settore. Il mercato italiano della videosorveglianza è ormai un ecosistema a più livelli, che mescola produttori di tecnologia, istituti di vigilanza, operatori che offrono abbonamenti, Big tech della smart home e una galassia di installatori locali. In parallelo si muovono gli istituti di vigilanza tradizionali come Sicuritalia, Axitea, Coopservice, Italpol e Battistolli, che offrono pacchetti integrati di allarmi, videosorveglianza e pattugliamento, con centrali operative proprie attive h24, servizi di televigilanza, pronto intervento e presidio fisico, spesso legati a contratti di lungo periodo per condomìni, aziende, centri commerciali e grandi strutture aperte al pubblico.

Sull’altro fronte ci sono le Big tech della smart home e i produttori globali di telecamere e videoregistratori dedicati, da Axis Communications a Dahua Technology, da Hikvision a Bosch Security Systems, che forniscono l’hardware e le piattaforme software su cui poi lavorano system integrator e installatori specializzati. A valle di questa filiera opera un esercito di piccoli operatori che assemblano kit di telecamere collegate al web, sensori wireless e sistemi di videoregistrazione, spesso compatibili con ecosistemi come Amazon Alexa, Google Home o piattaforme come Tuya, intercettando la domanda di chi preferisce acquistare l’hardware e gestirsi in autonomia notifiche, immagini e automazioni via app.

La linea di demarcazione corre sempre più tra chi vende «ferro» e chi vende servizio: da un lato produttori e retailer che monetizzano sulla singola fornitura di telecamere e accessori, dall’altro operatori che puntano su canoni mensili, centralini cloud, analisi video con intelligenza artificiale e servizi aggiuntivi (intervento, manutenzione, aggiornamenti software), dove si concentrano i margini più interessanti e si gioca la competizione per la fidelizzazione di famiglie e imprese.

Autore
Panorama

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