Gaza e Teheran: l’indignazione selettiva sui morti
- Postato il 26 gennaio 2026
- Di Panorama
- 1 Visualizzazioni

Nel dibattito pubblico occidentale l’indignazione non segue più i fatti, ma le narrazioni. È una dinamica ormai strutturale: alcune vittime diventano icone morali assolute, altre scompaiono, anche quando sono reali, documentate, verificabili. Il contrasto tra i presunti 70.000 morti di Gaza – cifra ripetuta come dogma nonostante l’assenza di riscontri indipendenti e di metodologie trasparenti – e il silenzio che circonda i morti veri di Teheran che sarebbero ormai 36.500, è diventato il simbolo di questa distorsione. Nel caso di Gaza, i numeri vengono rilanciati senza distinguere tra civili e combattenti, senza chiarire le fonti, senza alcun serio processo di verifica incrociata. Le cifre diffuse da Hamas, un’organizzazione terroristica che controlla rigidamente il flusso informativo nella Striscia, sono state assunte da ampi settori del dibattito pubblico come verità morali intoccabili, non come dati da analizzare. Mettere in discussione quei numeri equivale, nella narrazione dominante, a negare il dolore o a legittimare la violenza, cancellando ogni spazio per un confronto basato sui fatti.
Questa impostazione ha trovato una traduzione concreta nelle piazze. Negli ultimi mesi, centinaia di manifestazioni pro-Palestina si sono svolte in tutta Europa e in Italia, spesso con una partecipazione esplicita di esponenti politici della sinistra, parlamentari, amministratori locali e dirigenti di partito. Cortei, sit-in, assemblee e occupazioni universitarie hanno trasformato Gaza nel fulcro quasi esclusivo della mobilitazione politica e simbolica, con slogan, striscioni e dichiarazioni che adottano come incontestabili le cifre diffuse da Hamas e le usano come leva accusatoria contro Israele. In Italia, le continue dichiarazioni dei leader del cosiddetto “campo largo” hanno contribuito a consolidare una narrazione unidirezionale. Israele viene indicato come responsabile unico e assoluto della tragedia, mentre il contesto, il ruolo di Hamas, la strumentalizzazione dei civili e la natura del conflitto vengono sistematicamente rimossi o minimizzati. In questa cornice, la condanna diventa automatica, rituale, ripetuta, spesso priva di qualsiasi riferimento critico alle fonti o alla complessità dei fatti sul terreno.
A Teheran, invece, accade l’opposto. Qui i morti non sono numeri astratti, ma persone con nomi, volti, famiglie. Uccisi durante proteste represse con la forza, operazioni di sicurezza interna, esecuzioni sommarie o azioni mirate di un regime che considera il dissenso una minaccia esistenziale. Eppure questi morti non producono piazze, non generano cortei oceanici, non attivano una mobilitazione politica comparabile. Non si vedono manifestazioni settimanali, né prese di posizione martellanti da parte degli stessi leader che parlano quotidianamente di Gaza.La spiegazione non sta nella quantità del dolore, ma nella sua utilità politica. Le vittime iraniane sono scomode: smontano la narrazione anti-occidentale, chiamano in causa un regime che una parte del mondo militante preferisce trattare come “resistenza” o come attore secondario. Sono vittime che non rafforzano identità politiche preconfezionate e che quindi restano ai margini. Non è empatia: è militanza travestita da umanitarismo. Non è difesa dei civili, ma selezione ideologica del dolore. In questo schema, i morti contano solo se possono essere trasformati in slogan, se servono a colpire un avversario simbolico, se alimentano una contrapposizione politica interna. Gaza diventa così il centro di una mobilitazione permanente, mentre Iran, Siria, Yemen, Sudan o Afghanistan restano sullo sfondo, nonostante bilanci di vittime spesso superiori e repressioni sistematiche documentate.
Questa indignazione a geometria variabile produce un effetto corrosivo: svuota di significato la nozione stessa di diritti umani. Quando la sofferenza viene gerarchizzata, quando i numeri diventano armi retoriche e non oggetto di verifica, il dolore perde universalità. Le vittime cessano di essere fini e diventano strumenti, funzionali a una battaglia politica che poco ha a che fare con la tutela dei civili. Il paradosso è evidente. Proprio chi si presenta come difensore degli ultimi ignora sistematicamente i più indifesi: i cittadini schiacciati da regimi autoritari che non offrono nemmeno il lusso della visibilità mediatica. Teheran non mobilita perché non serve una causa. Gaza sì, perché è stata trasformata in un simbolo assoluto, spesso semplificato fino alla caricatura. Ma quando l’indignazione smette di seguire i fatti e inizia a seguire le bandiere, l’informazione lascia il posto alla propaganda. E in questo corto circuito, le vittime – tutte – vengono tradite due volte: prima dalla violenza che le uccide, poi dal silenzio o dalla manipolazione che le cancella.