Gaza: Hamas tra cessate il fuoco, disarmo e ricostruzione

  • Postato il 23 gennaio 2026
  • Di Panorama
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Hamas ha annunciato la propria intenzione di continuare a rispettare l’accordo di cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, rivolgendosi ai partecipanti del Forum Economico di Davos con un messaggio politico preciso: fermare le minacce e concentrare l’attenzione su misure concrete per stabilizzare il territorio. Tra le priorità indicate dal gruppo figurano l’apertura di tutti i valichi di frontiera, il ritiro delle Forze di difesa israeliane (IDF) dalla Striscia e l’avvio di un piano di ricostruzione globale. Parallelamente, Hamas ha chiesto al Board of Peace di adoperarsi per aumentare il flusso degli aiuti umanitari, sottolineando l’emergenza umanitaria aggravata dalle condizioni climatiche invernali. Le dichiarazioni arrivano in un momento in cui la tregua appare formalmente in vigore ma politicamente fragile. A ribadirlo è stato Hazem Qassem, portavoce di Hamas, che ha accusato Israele di tentare deliberatamente di ostacolare tutte le iniziative di pace presentate dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Qassem ha riaffermato che le armi della “resistenza” non sono un elemento negoziabile, poiché concepite per contrastare l’occupazione e difendere la terra e i luoghi santi. Una posizione che sancisce, almeno sul piano pubblico, il rifiuto della richiesta israeliana di disarmo delle ali militari di Hamas come condizione per avanzare alle fasi successive dell’accordo di cessate il fuoco. Sul terreno, intanto, la situazione resta tesa. Secondo i media dell’Autorità Nazionale Palestinese, le IDF hanno intensificato le operazioni nella Striscia demolendo decine di strutture, ampliando la cosiddetta “zona gialla” – un’area di sicurezza sotto controllo militare israeliano a est di Gaza – e stabilendo almeno sei nuove posizioni fortificate. Mosse che rafforzano il controllo militare israeliano e alimentano i dubbi sulla reale volontà di una de-escalation strutturale.

Accanto alla retorica ufficiale, però, si sviluppa una fitta trama di contatti riservati. Fonti arabe palestinesi citate da Sky News Arabic sulle quale è opportuno restare prudenti, riferiscono di un’intesa preliminare tra Hamas e l’amministrazione statunitense. In base a questa ricostruzione, il gruppo jihadista accetterebbe di consegnare le proprie armi e di fornire mappe dettagliate della rete di tunnel sotterranei in cambio del riconoscimento come soggetto politico. L’accordo includerebbe anche la possibilità per alcuni membri della leadership di Hamas, sia militari sia politici, di lasciare la Striscia di Gaza con garanzie di sicurezza americane, volte a prevenire ritorsioni israeliane in futuro. Le stesse fonti indicano che Washington avrebbe accettato di includere ex ufficiali di polizia e funzionari legati ad Hamas nella gestione della futura amministrazione della “Nuova Gaza”, purché sottoposti a rigorosi controlli di sicurezza israeliani e statunitensi. Un’ipotesi che segnerebbe una discontinuità significativa rispetto alla linea di isolamento totale seguita negli anni precedenti.

Ulteriori dettagli emergono da un’inchiesta di Channel 12, secondo cui Stati Uniti e principali mediatori regionali – Qatar, Turchia ed Egitto – avrebbero avviato da due o tre settimane colloqui segreti con Hamas su un piano articolato di disarmo graduale e smantellamento dell’infrastruttura militare del gruppo. La proposta prevederebbe una prima fase immediata, con la distruzione di armi pesanti, tunnel, siti di produzione bellica e infrastrutture terroristiche, seguita da un processo più lungo e complesso per la raccolta e la dismissione delle armi leggere in mano ai miliziani.Secondo il piano, a coloro che accetteranno di consegnare le armi verrebbe offerta un’alternativa: un passaggio sicuro fuori da Gaza oppure l’integrazione nelle forze di sicurezza del futuro governo tecnocratico palestinese incaricato di amministrare la Striscia. In parallelo, gli Stati Uniti punterebbero a istituire una forza di polizia palestinese subordinata all’amministrazione tecnocratica, con l’autorità esclusiva sull’uso della forza, nel tentativo di evitare la proliferazione di milizie armate.

Il disarmo sarebbe inoltre collegato a un ritiro graduale delle IDF dalle posizioni interne a Gaza, compresa la Linea Gialla che delimita le aree controllate da Hamas e Israele. Anche la ricostruzione e l’afflusso di investimenti internazionali, come illustrato a Davos, verrebbero vincolati al rispetto degli impegni sul disarmo, trasformando la sicurezza in una condizione preliminare per la rinascita economica della Striscia. Resta però forte lo scetticismo israeliano. L’amministrazione statunitense avrebbe informato i mediatori delle riserve di Israele, in particolare sull’ipotesi che Hamas possa continuare a operare come partito politico nell’arena palestinese. Sul piano operativo, Gerusalemme intende mantenere un controllo stringente sul valico di Rafah anche in caso di riapertura completa: secondo l’emittente pubblica Kan, Israele gestirà sistemi di sorveglianza a distanza, autorizzazioni preventive per i viaggiatori in entrata e in uscita e controlli sui dispositivi elettronici, con truppe schierate nelle vicinanze per impedire il contrabbando di armi. Infine, il futuro della leadership di Hamas resta un altro nodo centrale. Un’inchiesta del quotidiano saudita Asharq Al-Awsat ha ipotizzato l’uscita di diversi alti comandanti dalla Striscia nell’ambito della prossima fase del cessate il fuoco, con la Turchia indicata come possibile destinazione, sebbene Hamas abbia smentito ufficialmente. Fonti diplomatiche statunitensi e arabe confermano tuttavia che Washington sta lavorando con Egitto, Qatar e Turchia a un piano di disarmo graduale che dovrebbe partire dalla rinuncia alle armi pesanti e da un programma di “riacquisto” di quelle leggere, con l’obiettivo di avviarne l’attuazione nelle prossime settimane. In questo quadro, il futuro di Gaza appare sospeso tra dichiarazioni pubbliche di intransigenza e trattative sotterranee che puntano a ridisegnare assetti di potere, sicurezza e governance. La tenuta del cessate il fuoco e la possibilità di una vera ricostruzione dipenderanno dalla capacità delle parti di trasformare gli accordi informali in impegni verificabili, superando un conflitto che resta, prima di tutto, politico oltre che militare.

Autore
Panorama

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