Gli italiani ridiano dignità al referendum

  • Postato il 11 marzo 2026
  • Giustizia
  • Di Libero Quotidiano
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Gli italiani ridiano dignità al referendum

Probabilmente la campagna referendaria in corso passerà alla storia come quella in cui per la prima volta ha fatto la comparsa la post-verità. In cosa essa consista ce lo spiega il Dizionario Treccani: si tratta di un’ «argomentazione caratterizzata da un forte appello all’emotività, che basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati tende a essere accettata come veritiera, influenzando l’opinione pubblica». A sdoganare questa modalità di argomentazione, che non pochi problemi crea sul fronte della democrazia, la quale esige trasparenza e onestà intellettuale, è il vasto fronte del No alla conferma della riforma Nordio. Un fronte non solo politico che ha come suo scopo prioritario quello di indebolire il governo Meloni.

L’esempio più tipico di post-verità è quella che, come in un mantra, porta i fautori del No a ripetere in ogni occasione che con la separazione delle carriere fra magistrati inquirenti e giudici il nostro Paese subirebbe una sterzata autoritaria con la politica che controllerebbe e indirizzerebbe l’attività della magistratura. Che si tratti di una fake news lo dimostra una breve e facile ricerca empirica: in Europa sono ben 23 i Paesi, tutte democrazie, che hanno la separazione delle carriere. Né la situazione cambia fuori dal nostro continente: democrazie come Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia, Nuova Zelanda hanno tutte sistemi che prevedono la distinzione dei ruoli. È un dato non casuale e che, soprattutto, non stupisce alla luce di un semplice ragionamento: un potere autocratico con l’intenzione di esercitare la propria potestà sulla magistratura troverebbe senza dubbio più facile la strada se si trovasse di fronte un potere unico, accorpato e coeso. Anche in questo caso esiste la controprova fattuale, storica.

L’unificazione delle carriere nell’Italia postunitaria non esisteva, ma fu realizzata dal fascismo. E proprio nel momento più difficile del regime, cioè dopo l’entrata in guerra, quando i caratteri “totalitari” si accentuarono enormemente per far fronte allo sforzo bellico.

A promuovere la riforma del sistema giudiziario che prevedeva la separazione fu l’allora ministro della Giustizia, quel Dino Grandi che era uno dei massimi esponenti del regime, presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni. «Ma chi conosce la storia? Chi ama fare troppi ragionamenti?». Così avranno pensato i rappresentanti del No, forse sottovalutando l’intelligenza e la preparazione degli italiani.

Il prorompere della post-verità impone poi un ragionamento anche sull’istituto referendario, previsto dalla nostra Costituzione e momento di vera democrazia se non inquinato da distorsioni e strumentalizzazioni. Furono i radicali di Marco Pannella a scoprirne, negli anni Settanta, tutte le potenzialità. Quelli sul divorzio e sull’aborto, ampiamente partecipati, dimostrarono nei fatti quella “mutazione antropologica” degli italiani connessa ai processi di secolarizzazione in corso e su cui, in quegli stessi anni, rifletteva Pasolini nei suoi “scritti corsari”. Furono poi gli stessi radicali, presi da una bulimia referendaria, a svalutare l’istituto, sempre più segnato dal disinteresse e dall’astensionismo da parte degli elettori.

Arrivò poi la politicizzazione estrema di una consultazione che, secondo i costituenti, aveva un senso proprio perché avrebbe permesso alleanze trasversali e non meramente partitiche. Il caso più eclatante fu quello del referendum costituzionale del 2016 che diventò un referendum sul governo Renzi con la sostanza dei quesiti passata decisamente in secondo piano. Con quest’ultimo referendum sembra compiersi, come abbiamo visto, un passo ulteriore sulla via della delegittimazione del referendum. Gli italiani saranno perciò chiamati non solo a dire la loro sulla riforma Nordio ma anche a ridare la necessaria dignità a un istituto importante quale quello referendario.

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Libero Quotidiano

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