Groenlandia, il miraggio delle terre rare. L’esperto: “Agli Usa non basta estrarre per battere la Cina: più utili alla Ue”
- Postato il 9 gennaio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Gli Stati Uniti di Donald Trump la vogliono “comprare” e la Groenlandia diventa il principale laboratorio di scontro tra potenze. Territorio autonomo della Danimarca, a differenza di questa non fa parte dell’Ue. Il che rende i suoi 57 mila abitanti più esposti a pressioni esterne. Scongiurando l’uso della forza, le ipotesi per Trump sono l’incremento della presenza miliare, prima via d’uscita offerta da Copenaghen, o un accordo di libera associazione (COFA) che però gli Usa preferiscono siglare con una Groenlandia indipendente, ottenendo diritti militari esclusivi e finanziando in cambio l’economia locale. Una via complicata quanto l’annessione territoriale o la trasformazione delle basi in territori sovrani americani, ma chi può dirlo? Nella regione artica si intrecciano gli interessi di Mosca, che possiede il 40% della costa artica e la presenza militare più avanzata; di Pechino, che collabora coi russi per aprire una “Via della Seta Polare” con investimenti infrastrutturali; di Washington, che nella Groenlandia vede il bastione necessario per negare le presenze rivali nel Nord del mondo. C’è infine, sia da parte di americana cha cinese, l’interesse per un sottosuolo ricco di risorse, comprese le ormai note terre rare, minerali complicati da estrarre e soprattuto da raffinare. Tanto che quelle della Groenlandia farebbero molto più comodo a noi europei che agli americani.
Tra il dire e il fare… – Nonostante il dibattito pubblico sia ossessionato dalle terre rare, esiste una notevole distanza tra i possibili interessi e gli strumenti per perseguirli, avverte Alberto Prina Cerai, Research Fellow presso l’Osservatorio di Geoeconomia dell’ISPI, la cui ricerca si concentra proprio sui cosiddetti materiali critici. Con un potenziale stimato fino al 25% dei depositi mondiali di terre rare non ancora scoperti, l’isola è seconda solo alla Cina per ricchezza geologica. Presenti anche elementi fondamentali per la produzione di microchip di fascia alta, motori per veicoli elettrici, turbine eoliche. Anche ipotizzando il controllo statunitense del territorio, però, la strada per scalfire un monopolio saldamente in mano a Pechino è impervia, lunga e costosa. Perché alla fine, chiarisce il ricercatore dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, è una questione di prezzo e il prezzo, per ora, lo fanno i cinesi. I loro stessi investimenti in Groenlandia, anche attraverso aziende minerarie straniere, servono a diversificare per mantenere la leadership nella competizione internazionale.
I raffinati cinesi – Il problema non è la disponibilità di minerali nel suolo, ma la capacità industriale di trasformarli. “Il vero collo di bottiglia è la raffinazione“, spiega Prina Cerai, ricordando che la Cina controlla attualmente oltre il 90% della capacità globale di separazione e raffinazione delle terre rare. Al contrario, negli ultimi decenni Stati Uniti hanno dismesso molta capacità di raffinazione e produzione pesante e la manifattura si è concentrata su altri settori. Due terzi delle terre rare passano oggi dalla Cina: persino la principale miniera americana a Mountain Pass, in California, è costretta a spedire gran parte del materiale grezzo in Cina per la lavorazione intermedia. Se domattina andassimo a estrarre minerali critici in Groenlandia, dovremmo poi alzare la cornetta, chiamare i cinesi e dirgli di tenersi pronti per la raffinazione. Senza un massiccio piano di ricostruzione delle raffinerie domestiche, le miniere groenlandesi finirebbero paradossalmente per alimentare proprio l’industria rivale. Per non parlare dell’investimento iniziale: “Il gioco deve valere la candela”.
L’IA di Trump – “Mentre l’amministrazione Biden si era concentrata sulla transizione verde, l’approccio di Trump punta tutto sulla leadership nell’intelligenza artificiale, settore estremamente avido di minerali come rame e alluminio”, ricorda l’esperto. Un’avidità che allo stato attuale rende la filiera tecnologica ancora più dipendente dalla Cina, che vanta capacità anche “nella costruzione di infrastrutture critiche, come le reti elettriche per i data center, che gli Stati Uniti faticano a pareggiare”. Come non bastasse, Pechino “ha già iniziato a usare le esportazioni di materiali come germanio e gallio come armi geoeconomiche”. Gli Usa avrebbero certamente bisogno di alternative rapide, ma lo sviluppo in Groenlandia richiede “capitale paziente e tempi che oscillano tra i 10 e i 15 anni”, aggiunge Prina Cerai. Potrebbe essere questa, dunque, la prima variabile che ha sempre reso tiepida la reazione Usa di fronte agli inviti di Danimarca e Groenlandia, che è una terra “aperta agli affari”, è stato ricordato agli americani, e pronta ad accogliere i loro investimenti nel settore.
…c’è di mezzo il mare – Ad oggi l’economia groenlandese dipende per l’80% dall’esportazione di pesce e crostacei, attività che mal si concilia con i rischi ambientali. Da quelle parti prendono la cosa sul serio: nel progetto minerario Kvanefjeld a sud dell’Isola, la presenza di uranio ha fatto scattare la legge che ne vieta l’estrazione, approvata nel 2021 dal governo locale e provocato un contenzioso miliardario. Non stupisce, come riferiscono funzionari Usa al Financial Times, che l’indipendenza da Copenaghen sia considerata da Washington il primo passo verso un accordo di libera associazione: alla Casa Bianca servono mani libere per tagliare fuori i cinesi. E magari allentare i vincoli ambientali. Tanto che un’Unione europea in grado di difendere i propri interessi potrebbe essere “una valida alternativa anche sul fronte minerario”, sostiene Prina Cerai. “I groenlandesi potrebbero preferire una partnership forte del know-how dei paesi nordici come Norvegia, Svezia e Finlandia – gli obiettivi Ue di diversificazione del Critical Raw Materials Act del 2024 fanno leva proprio sulle loro competenze – e su standard di salvaguardia degli ecosistemi e tutele socio-ambientali più stringenti rispetto all’approccio Usa potenzialmente più sbrigativo”. Non solo: “Dal punto di vista del mercato, il fabbisogno europeo è più allineato rispetto alle esigenze americane: l’Ue ha una politica energetica che va verso le rinnovabili, l’industrializzazione verde, e molti materiali custoditi nel sottosuolo groenlandese fanno molto più al caso nostro che non agli impieghi statunitensi”. Basta trovare il coraggio per dirlo a Trump.
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