I due ostaggi di Gaza che non potevano dire di essere fratelli

  • Postato il 19 gennaio 2026
  • Estero
  • Di Agi.it
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I due ostaggi di Gaza che non potevano dire di essere fratelli

AGI - Per due settimane si sono cercati al buio, ciascuno senza sapere se l'altro fosse vivo. Poi, per caso, in un corridoio della prigionia: uno sguardo da lontano, sufficiente a dirsi tutto, ma non abbastanza da potersi chiamare "fratello". È uno dei passaggi più duri del racconto di Eitan Horn, ostaggio per 738 giorni nella Striscia di Gaza, che in un'intervista a Channel 12 ripercorre la prigionia nelle mani di Hamas e il momento in cui Iair, suo fratello maggiore, è stato liberato mentre lui restava sottoterra.

Eitan e Iair erano stati rapiti durante l'attacco del 7 ottobre 2023. A casa, ad aspettare notizie, c'era un terzo fratello, Amos. Iair è stato rilasciato nel febbraio 2025 nell'ambito di un cessate il fuoco. Eitan, invece, è rimasto a Gaza fino alla liberazione avvenuta nell'ottobre 2025, tra gli ultimi ostaggi consegnati vivi da Hamas.

L'incontro segreto 

Nei primi giorni della prigionia, racconta Eitan, i due fratelli israeliani erano tenuti separati. "Non sapevamo niente l'uno dell'altro", dice, finché non si sono incrociati per caso. "L'ho visto da lontano. Ci siamo guardati e abbiamo capito molto in fretta che non potevamo dire che eravamo fratelli". La paura era che quel legame potesse diventare un'arma nelle mani dei carcerieri. "Non abbiamo aperto bocca. Abbiamo continuato. Lui mi ha visto, si è calmato, e questo ci ha dato forza per andare avanti". Dopo il rilascio di molte donne e bambini durante la tregua di novembre 2023, i due sono stati riuniti, diventando - secondo il racconto - l'unica coppia di fratelli tenuta insieme tra gli ostaggi.

Ma la vicinanza, invece di proteggerli, è stata usata come strumento di pressione. "Era una carta per loro: continuare l'abuso mentale, umiliarci", riferisce Eitan, ricordando frasi come: "Lasciamo lui e facciamo uscire te? O giustiziamo lui e non te?". Il punto di rottura è arrivato alla vigilia della liberazione di Iair. Un comandante, racconta, è entrato nel tunnel e ha annunciato che due ostaggi del loro gruppo - composto da quattro persone - sarebbero stati rilasciati. Poi la provocazione: "Chi pensate che meriti di uscire?".

L'incubo di chi resta

Una settimana dopo, "il momento più felice in due anni": la notizia che Iair sarebbe tornato a casa. "Era salvo", ricorda. Ma quel momento di gioia aveva un rovescio della medaglia: la frattura che si apre quando un fratello esce e l'altro resta. "Io so che il vero incubo di Iair è iniziato lì. Se ne andava lasciandomi dentro, sapendo benissimo in quali mani e cosa avrei dovuto affrontare". Iair, dal canto suo, avrebbe definito quel giorno "il peggiore dei 738 giorni".

La quotidianità nei tunnel

Nel racconto di Eitan c'è anche la quotidianità della sopravvivenza: il cibo "pericolosamente scarso", le umiliazioni accettate per ottenere qualcosa in più. "Mi sono lasciato prendere in giro perché puzzavo, perché ero stupido, ballando per loro. Ma se dopo avevamo due datteri in più, allora avevo fatto la mia parte". Dice di aver perso 64 chili e descrive tunnel percorsi per ore, "12 ore di cammino" in una rete sotterranea, e una vita senza tempo: "Due anni senza sole, senza aria, senza notte o giorno, senza odori, senza sentire gli uccelli". Poi la frase che resta sospesa, come il pensiero che li ha tenuti in piedi: "Nessuno lo capirà mai davvero". E in mezzo, più di tutto, l'idea di un fratello che non smette di chiedersi, ogni giorno, se l'altro sia ancora vivo.

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Autore
Agi.it

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