Quando nacquero, alla fine degli anni Novanta i social network promettevano di accorciare le distanze e connettere le persone. I primi forum, Friendster, MySpace e poi soprattutto Facebook, costruirono il loro successo su un'idea semplice: permettere agli utenti di restare in contatto con amici, familiari e persone con interessi simili, indipendentemente dalla geografia: l'obiettivo dichiarato, insomma, era quello di creare comunità digitali, ma oggi molti osservatori evidenziano come quella promessa si sia trasformata. Le piattaforme che continuano a chiamarsi "social", infatti, sembrano sempre meno basate sulle relazioni tra individui e sempre più guidate da algoritmi progettati per massimizzare il tempo trascorso online.. Feed in base all'algoritmo. Il cambiamento è avvenuto gradualmente. Nei primi anni dei social network il flusso dei contenuti era quasi sempre cronologico: apparivano principalmente i post delle persone che si era scelto di seguire. Con il tempo, però, le piattaforme hanno iniziato a privilegiare i contenuti suggeriti dagli algoritmi.
Oggi gran parte di ciò che troviamo nei feed non proviene più da amici o contatti diretti, ma da account sconosciuti selezionati da sistemi automatici. Instagram, per esempio, è passato da una sequenza di foto di conoscenti a una lunga serie di video consigliati, mentre TikTok e Threads sono nati direttamente con questa logica. Anche piattaforme più professionali come LinkedIn hanno adottato strategie simili, inserendo nel feed contenuti di utenti mai seguiti, purché considerati "coinvolgenti", con continui inviti ad "espandere" la propria rete.. Economia dell'attenzione. Dietro questa trasformazione c'è soprattutto il modello economico dei social network. La maggior parte delle piattaforme è gratuita per gli utenti e si sostiene attraverso la pubblicità digitale. In questo sistema, il parametro decisivo diventa il tempo che trascorriamo a scrollare i post: più a lungo una persona rimane online, più annunci pubblicitari può visualizzare.
Per questo può capitare di ritrovarsi a perdere decine di minuti, se non di più, sullo smartphone senza rendersene conto: la "colpa" è proprio degli algoritmi, che ormai vengono progettati per massimizzare il cosiddetto "engagement", cioè il livello di interazione e di attenzione. Contenuti estremi, controversi o emotivamente forti tendono a generare più "reactions" (mi piace, non mi piace, cuoricino...) e quindi a essere mostrati con maggiore frequenza. Il risultato è un ambiente digitale in cui l'obiettivo non è più quello di favorire le relazioni, ma di mantenere l'utente coinvolto il più possibile.. cambio di paradigma. Per questo alcuni analisti propongono di usare un termine diverso: non più social media, ma "algorithmic media". In questa visione, le piattaforme non si limitano a ospitare le conversazioni tra persone, ma partecipano attivamente alla costruzione del flusso informativo, decidendo cosa mostrare e cosa no.
Ogni secondo, sistemi automatici esaminano dati, preferenze e comportamenti per selezionare i contenuti più adatti a catturare l'attenzione, e questo processo non influisce soltanto su ciò che si vede online, ma anche sulle nostre opinioni, sulle percezioni e sul dibattito pubblico. In pratica gli algoritmi non si limitano più a organizzare le informazioni: le filtrano, le amplificano e le orientano, determinando quali temi devono essere visibili e quali far scomparire dai radar digitali. Il rischio, se non l'effetto già sensibile, è che piattaforme nate per connettere le persone diventino invece potenti strumenti divisivi, capaci di modellare conversazioni, polarizzare opinioni e indirizzare l'attenzione collettiva..