Il boss Megna al processo Glicine Acheronte: «Orgoglioso di essere un pecoraro»
- Postato il 25 febbraio 2026
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Il boss Megna al processo Glicine Acheronte: «Orgoglioso di essere un pecoraro»

Il boss di Papanice Domenico Megna, ritenuto al vertice della cosca che reclutava hacker, nel processo Glicine Acheronte si dice orgoglioso di essere pecoraro
CROTONE – «Sono orgoglioso di essere un pecoraro». Lo ha detto il boss di Papanice Domenico Megna rispondendo alle domande dei suoi difensori, gli avvocati Roberto Coscia e Francesco Laratta, nel corso di un’udienza del maxi processo Glicine Acheronte. Il capo della cosca che, secondo la Dda di Catanzaro, era in grado di reclutare hacker tedeschi e muovere fiumi di denaro attraverso il trading clandestino on line, nega le accuse sfoggiando un linguaggio forbito. Anche se la sua parlata diventa meno forbita quando smette di leggere appunti manoscritti, durante il collegamento in videoconferenza dal carcere.
LINGUAGGIO FORBITO
«Parlo di fatti chiari, univoci e incontrovertibili. Il resto è un ossimoro». Il boss commenta in questi termini le conversazioni intercettate a carico della moglie Santa e della figlia Rosita, peraltro condannate nel troncone processuale svoltosi col rito abbreviato. E aggiunge che i suoi figli e nipoti non sono mai stati coinvolti. «Così farei proselitismo»?, dice. Invece, il suo progetto di vita, una volta scontati 19 anni di carcere, era quello di trasferirsi a Fossombrone, dove era stato detenuto. Perché la moglie è sarta e lui è specializzato nella costruzione di modellini in scala ridotta. E nel quartiere-paese Papanice tutti andavano da lui per chiedergli di risolvere «qualsiasi problema». Un progetto che fu «impedito» dallo Stato quando, dopo la remissione in libertà nel gennaio 2014, Megna venne risottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel comune di residenza.
MODELLINI NAVALI
E che avrebbe fatto a Fossombrone? Presto detto. «Costruisco modellini navali. Non lo dico per vanità. Se fossi rimasto a Fossombrone avrei potuto vivere di lavoro onesto. Sono uno dei pochissimi che svolge questa attività, nel circuito dell’alta sicurezza. Avevo fatto una richiesta di brevetto alla Camera di Commercio. Ho una collezione di 60 modelli su scala ridotta, ma sono molti di più quelli che ho donato. Ne ho uno anche del Titanic. Fui pure premiato dalla Lega navale per la presentazione di mio modello». Due di quei modelli ha ammesso di possederli lo stesso avvocato Laratta.
IL PECORARO
Ha parlato delle sue passioni, Megna. Un’altra è sicuramente quella dell’agricoltura. Ha affermato di essere «infaticabile» al trattore e ha proposto una dissertazione sui microclimi. E si è detto «orgoglioso di essere un pecoraro». Un riferimento che si spiega perché, nel processo collegato per l’omicidio di Salvatore Sarcone, la vittima, secondo la ricostruzione della Dda di Catanzaro, aveva avuto l’ardire di chiamarlo “pecoraro”. Per questo Sarcone sarebbe stato ucciso e mutilato delle mani, nel settembre 2014. Ma Megna contesta il fatto che Sarcone avrebbe additato il boss come “pecoraro” nei pressi della macelleria della famiglia Barillari, dove gli inquirenti avevano piazzato il “Grande Fratello”. Un riferimento alle videoriprese alla base dell’inchiesta Hermes, contro il clan Barillari-Foschini. «Ne avrebbero parlato tutti di quel litigio con un esponente dei clan», la linea difensiva.
PENTITI “ISTRIONICI”
I pentiti? Nega di conoscerli. «Sono stato accusati di una miriade di delitti ma sono sopravvissuto alle calunnie fin dagli anni ’92-’93, epoca buia della giustizia italiana». C’è pure un riferimento al periodo delle stragi, nella deposizione di Megna. E poi, i pentiti sono «istrionici» e fanno uso di stupefacenti. Di Francesco Tornicchio, in particolare, Megna contesta la credibilità che «dovrebbe venir men nel senso che potrebbe avere motivi di rancore. Fui imputato dell’omicidio del padre e dello zio», ricorda.
CONFORTO DEI DETENUTI
C’è tutto un gruppo di intercettazioni relative al periodo della faida di Papanice, in cui fu ucciso il figlio Luca e venne ferita gravemente una nipotina, la vigilia di Pasqua 2008. L’imputato nega il ruolo dei familiari quali ambasciatori di messaggi veicolati dal carcere. «L’unico conforto lo ebbi da detenuti, sempre attenti nei miei confronti. Un conforto misurato dagli agenti della polizia penitenziaria». Insomma, Megna tiene a far sapere che in carcere è rispettato.
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DOPPIA MORALE
Un boss all’antica, che sfoggia la consueta doppia morale della ‘ndrangheta. Come quando afferma che i rapporti col nipote Mario Megna «si raffreddarono in quanto era venuto a conoscenza del fatto che volesse lasciare la moglie». Prima del raffreddamento, però, il boss faceva viaggi nel Mantovano col rampollo del clan già condannato nel rito abbreviato. Secondo la Dda di Catanzaro, Mario Megna era il broker della cosca Megna che voleva acquistare un albergo vicino Gardaland. Il boss però scarica il parente. «Al Nord andai per un problema di salute. Mi accompagnò a Viadana, in provincia di Mantova, non domandavo dove andasse ed evitavo di parlare di affari illeciti. Non sono nato ieri».
NIENTE POLITICA
Nessun rapporto con Enzo Sculco, l’ex consigliere regionale ritenuto al vertice di un presunto comitato d’affari. Questa la risposta a una domanda posta dall’avvocato Mario Nigro, legale di Sculco. Nessuna domanda, invece, da parte della Dda di Catanzaro, rappresentata in aula dal pm Pasquale Mandolfino.
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