Il lodo Bettini, ovvero quando la politica scompare. La versione di Merlo
- Postato il 23 gennaio 2026
- Politica
- Di Formiche
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Dunque, se abbiamo ben capito, l’ex dirigente comunista e autorevole esponente del Pd di Schlein e punto di congiunzione con i populisti dei 5 Stelle, Goffredo Bettini, sostanzialmente dice che dopo aver sostenuto per alcune settimane il Sì in vista del prossimo referendum costituzionale sulla giustizia, adesso afferma che voterà No per non portare consenso politico a Giorgia Meloni. Una tesi, si può dire senza tema di essere smentiti, talmente arlecchinesca che rappresenta, però, anche il peggio di quello che può fornire la politica. A prescindere dalle singole fasi storiche e dalle stesse vicende politiche.
Ora, e nel pieno e rigoroso rispetto di tutte le giravolte, i trasformismi, gli opportunismi e i tatticismi dei singoli, non possiamo non evidenziare che posizioni come quelle espresse da Bettini evidenziano, questo sì, la caduta di credibilità e di prestigio della politica italiana. Perché se questo metro di misura diventasse la regola, non solo assisteremmo alla riproposizione della tradizionale e nefasta “doppiezza comunista” ma, soprattutto, dovremmo arrivare alla conclusione che tutti i provvedimenti, le leggi e le riforme non si giudicano affatto dal merito che dispiegano ma, al contrario, dall’odio o dal disprezzo che si provano nei confronti di chi rispettivamente li propone. Per cui, per fare un riferimento concreto alla mia storica esperienza di cattolico popolare e sociale cresciuto nell’area di Carlo Donat-Cattin, Franco Marini e Sandro Fontana, se qualcuno dovesse proporre una riforma elettorale di stampo proporzionale con le preferenze multiple e un piccolo premio di maggioranza alla coalizione vincente, sarei favorevole o contrario a seconda di chi avanza la proposta. Un atteggiamento singolare, per non dire pericoloso, che non solo ripropone appunto la “doppiezza comunista” ma che, al contempo, introduce i disvalori del trasformismo e dell’opportunismo politicamente incommentabili.
Insomma, le proposte o le riforme, secondo il singolare “lodo Bettini”, non si giudicano dal merito ma solo e soltanto dal tasso di simpatia e di disprezzo che si nutre nei confronti di chi le propone. E se si detesta o si odia il proponente anche il miglior progetto politico, legislativo e di governo va battuto e respinto pregiudizialmente.
Ecco perché, e proprio di fronte a questi concreti atteggiamenti, parliamo di decadimento etico della politica, di crisi dei partiti e, soprattutto, di scarsa credibilità morale e politica delle classi dirigenti. E questo perché quando il merito della contesa politica viene sacrificato sull’altare dell’odio nei confronti del nemico politico non c’è democrazia dell’alternanza che tenga. Perché l’unico criterio che prevale resta quello di criminalizzare politicamente l’avversario che nel frattempo è diventato un nemico da annientare e da distruggere. Una pesante e irreversibile regressione del principio democratico, del confronto democratico e, soprattutto, della qualità della democrazia. Ma non stupisce affatto che i sostenitori di queste tesi sono coloro che quotidianamente impartiscono lezioni di moralità, di correttezza, di trasparenza e quindi di democrazia. Purtroppo, è il vecchio vizio della sinistra italiana, ex o post comunista che sia non cambia affatto la sostanza. E la prova inconfutabile l’ha fornita, per l’ennesima volta, proprio l’ex comunista Bettini.