Circa 2.800 anni fa, in quello che oggi è il nord della Serbia, qualcuno uccise sistematicamente donne e bambini provenienti da comunità diverse, li depose in una grande fossa scavata con cura e li accompagnò nell'aldilà con ceramiche, ornamenti, cereali bruciati e persino una giovane mucca intera. Non era un gesto di pietà. Era un messaggio di potere. Questa è la storia che emerge dallo studio pubblicato su Nature Human Behaviour da un gruppo internazionale di ricercatori guidati dall'Università di Copenaghen e dall'Università di Leida.
Al centro dell'indagine c'è il sito di Gomolava, un antico tell (piccola collina artificiale nata da ricostruzioni su antiche aree abitate) sul fiume Sava, nel bacino dei Carpazi, dove gli scavi hanno portato alla luce una delle fosse comuni preistoriche più grandi mai rinvenute in Europa: 77 individui sepolti insieme, in quello che i ricercatori definiscono un episodio di violenza di massa selettiva e pianificata.. Squilibrio demografico. Il dato più sconcertante riguarda chi si trovava in quella fossa. Delle vittime di cui è stato possibile determinare il sesso biologico, oltre il 70% era di sesso femminile. Più della metà erano bambini tra uno e dodici anni. Solo un ristretto numero di maschi adulti è stato identificato tra i resti. Questo schema demografico è radicalmente diverso da quello osservato in altri massacri preistorici europei, dove la distribuzione tra uomini e donne era più equilibrata.. Una strategia per cancellare il futuro. «Prendere di mira sistematicamente donne e bambini è una strategia volta a spezzare le linee di discendenza e a indebolire la resilienza della comunità», spiega Hannes Schroeder dell'Università di Copenaghen, autore principale dello studio. Non si tratta di una strage indiscriminata avvenuta durante un conflitto armato, ma di una scelta precisa: eliminare chi garantisce la continuità biologica e sociale di un gruppo.. Le tracce della violenza. Le analisi osteologiche e le scansioni TC eseguite sui resti non lasciano spazio a interpretazioni alternative. Molte vittime mostrano lesioni peri-mortem — traumi non guariti, inflitti al momento della morte — concentrate soprattutto alla testa. Sono stati identificati traumi da corpo contundente, ferite da taglio e lesioni compatibili con proiettili come frecce, giavellotti o pietre lanciate con una fionda.
Il quadro suggerisce attacchi ravvicinati combinati a tentativi di fuga: almeno il 20% degli individui presenta prove scheletriche dirette di violenza, ma i ricercatori avvertono che la cifra reale era probabilmente superiore, poiché non tutti i traumi letali lasciano tracce sulle ossa.. Nessuna epidemia. Le analisi indicano che i corpi furono sepolti subito dopo la morte, suggerendo che il massacro avvenne nelle immediate vicinanze del sito. Questo dettaglio, unito allo screening del DNA, chiude definitivamente il dibattito sulle cause del decesso: una precedente ipotesi aveva indicato un'epidemia, ma la ricerca di DNA patogeno non ha trovato alcuna traccia di malattie infettive. L'ipotesi del contagio è stata quindi definitivamente scartata a favore della conferma di un atto di violenza intenzionale.. Le origini delle vittime. Uno degli aspetti più sorprendenti emersi dall'analisi del DNA antico e degli isotopi riguarda l'origine delle vittime. La maggior parte degli individui sepolti insieme non era strettamente imparentata. L'unico nucleo familiare identificato era composto da una madre e le sue due figlie.
I rapporti isotopici dello stronzio rivelano che molti individui erano cresciuti in luoghi diversi — alcuni a decine di chilometri di distanza, uno forse anche più lontano. Le analisi del carbonio e dell'azoto mostrano diete variegate, compatibili con stili di vita e ambienti differenti. Il quadro che emerge non è quello di una piccola comunità spazzata via in un colpo solo, ma di un evento che ha investito più gruppi di una regione più vasta.. Il contesto storico. Il massacro avvenne con ogni probabilità nel IX secolo a.C., in un periodo di profonde trasformazioni. Il collasso delle grandi reti sociali e politiche dell'età del Bronzo aveva lasciato un vuoto di potere che le comunità della Pianura Pannonica stavano cercando di riempire: ripopolando antichi territori, rioccupando siti fortificati, fondando nuovi insediamenti. Gomolava era un luogo carico di significato ancestrale, un punto di incontro tra tradizioni culturali diverse e reti economiche in competizione tra loro. Le fonti archeologiche parlano di tensioni tra gruppi sedentari e pastori nomadi e sconvolgimenti nell'organizzazione sociale.
È in questo scenario che i ricercatori collocano il massacro: non un episodio isolato di violenza tribale, ma parte di un conflitto più ampio, in cui l'eliminazione mirata di donne e bambini serviva a recidere legami di parentela.. Violenza calcolata. Paradossalmente, nonostante la brutalità dell'evento, la fossa fu allestita con grande cura. Misurava circa 2,9 metri di diametro e conteneva, oltre ai resti umani, ornamenti, vasi di ceramica, i resti di un centinaio di animali e chicchi di cereali bruciati. Sul fondo era stata deposta una giovane mucca intatta; sopra i corpi, macine rotte. . Una cerimonia, non uno smaltimento. Questa dimensione rituale è centrale nell'interpretazione dei ricercatori. L'investimento in risorse — bestiame, cibo, oggetti artigianali — trasforma l'evento in qualcosa di più di un massacro: un atto simbolico carico di significato politico. Uccidere non bastava: bisognava anche sancire, attraverso il rito, la nuova gerarchia di potere..