Inflazione, salari e contrattazione. Cosa non funziona

  • Postato il 24 gennaio 2026
  • Di Il Foglio
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Inflazione, salari e contrattazione. Cosa non funziona

Per molti osservatori l’inflazione in Italia è un problema alle spalle. Nel 2024 è scesa attorno all’1 per cento, nel 2025 viaggia poco sopra l’1,5. Eppure, per i redditi più bassi l’inflazione non è affatto passata. I dati Istat mostrano che dal 2021 al 2025 i prezzi dei beni essenziali – alimentari, cura della casa e della persona, tutti beni di prima necessità – sono aumentati di oltre il 24 per cento, 7 punti in più rispetto all’inflazione generale. Non a caso l’indice dei prezzi al consumo per i nuclei con minore capacità di spesa è cresciuto più della media. Qui entra in gioco il sistema della contrattazione collettiva. In Italia i rinnovi contrattuali sono agganciati all’Ipca-Nei, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo al netto dell’energia importata. La logica è nota: le imprese pagano già l’aumento dei costi energetici e non possono farsene carico due volte, prima nei costi e poi nei salari. In tempi normali, questo criterio ha funzionato. Ma durante lo choc energetico del 2022-2023 ha mostrato tutti i suoi limiti. L’Ipca-Nei ha sottostimato l’inflazione effettivamente sperimentata dai lavoratori. Mentre l’inflazione generale sfiorava il 9 per cento, l’indice utilizzato nei contratti era attorno al 4-5 per cento. Riflettere sull’Ipca-Nei è necessario, ma non basta. L’indice suscitò molto dibattito ai tempi della sua adozione, ma nel corso degli anni il problema principale non è stato l’indice in sé, piuttosto che molti contratti, nel settore pubblico e nel privato, sono stati firmati al di sotto dell’Ipca-Nei. Anche mantenendo un indice prudente, occorre riconoscere che l’inflazione vissuta dai lavoratori, soprattutto da quelli a reddito basso, può essere molto più alta di quella misurata dagli indici medi. Ignorarlo significa condannare il sistema contrattuale a produrre, a ogni choc, una nuova generazione di lavoratori poveri.

 

 

Ancora più grave, molti contratti non sono stati rinnovati affatto negli anni di inflazione alta, per poi arrivare nel 2024-2025, quando l’inflazione era già scesa. Il risultato è noto: salari reali lordi in calo di circa l’8 per cento e nessuna possibilità di recupero ex post. I ritardi per i rinnovi, in molti casi ben oltre l’anno, sono stati recuperati (in alcuni casi) con una tantum che compensano solo parzialmente il montante salariale che si sarebbe generato rinnovando alla scadenza: con l’una tantum, quando riprendi la contrattazione, parti da un livello inferiore. Anche il sistema adottato nel pubblico impiego non convince del tutto: l’Indennità di vacanza contrattuale (Ivc), cioè un anticipo parziale legato all’Ipca-Nei mentre il contratto è scaduto. Quando l’inflazione accelera (come nel post-2021) questo meccanismo mostra il limite strutturale: tampona, ma non ricostruisce davvero il potere d’acquisto, perché il recupero pieno arriva solo con il rinnovo e con le risorse stanziate. Alcuni contratti dell’industria (a partire dal Ccnl dei metalmeccanici) rappresentano un’eccezione parziale ma istruttiva. Grazie all’ancoraggio dei minimi contrattuali all’inflazione reale consuntivata introdotto nel 2016 (anno in cui l’Ipca-Nei era 0,1 per cento), che prevede un recupero almeno dell’Ipca-Nei imprevista durante la vigenza del contratto e il mantenimento degli effetti anche in caso di mancato rinnovo e nonostante i ritardi, i metalmeccanici hanno subito perdite molto più contenute. Nel picco inflattivo c’è stato un recupero immediato, e con gli ultimi rinnovi il divario reale si è quasi chiuso. Le clausole di salvaguardia sono l’unico sistema che ha limitato i danni permanenti dei ritardi nei rinnovi. Piuttosto bisogna stare attenti che l’automatismo non generi ulteriore pigrizia nel rinnovare i contratti.

 

 

 

Questa esperienza mostra anche i limiti del sistema attuale. Non tutti i lavoratori sono coperti da contratti con clausole di salvaguardia. Nei settori del commercio, del turismo e dei servizi – dove il peso dei beni essenziali nel paniere di consumo è maggiore – i salari reali hanno perso oltre il 10 per cento. E poi sono stati parzialmente compensati dal fisco. La lezione è chiara. Un sistema di contrattazione che funziona solo quando l’inflazione è bassa non è un buon sistema. Se l’inflazione torna, l’unico modo per evitare una nuova erosione dei salari reali è rafforzare i meccanismi automatici di tutela. Questo non significa tornare alla scala mobile perché comunque si contratta rispetto all’inflazione prevista. Ma serve generalizzare clausole che intervengano in caso di choc imprevisti e ultrattività dei contratti, per evitare che i salari restino fermi durante i lunghi periodi di vacanza contrattuale. Tutto questo serve per evitare che i salari reali scendano come è recentemente successo, ma non serve per far aumentare i salari in generale. Sul tema ci riserviamo un altro intervento su contratti decentrati e produttività.

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Autore
Il Foglio

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