"Khamenei è un cadavere, i pasdaran lo seppelliranno"
- Postato il 15 gennaio 2026
- Estero
- Di Agi.it
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"Khamenei è un cadavere, i pasdaran lo seppelliranno"
AGI - Mentre gli iraniani continuano a manifestare nonostante la feroce repressione del regime (le vittime accertate sono almeno 2.348), la Repubblica islamica sembra ormai avviata verso un cambiamento, la cui natura però rimane avvolta da una grande incertezza. L'Iran è in bancarotta economicamente e politicamente. Secondo alcuni analisti, per la prima volta dal 1979 il Paese soddisfa quasi tutte le cinque condizioni che determinano il successo di una rivoluzione: una crisi fiscale, elite divise, una coalizione di opposizione diversificata, una narrazione convincente della resistenza e un contesto internazionale favorevole. I pezzi del puzzle ci sono tutti, ma nessuno può dire come si incastreranno.
Punto di svolta
L'elemento principale che ancora manca perché si possa assistere a un crollo della Repubblica islamica è la decisione delle forze repressive di non trarre più alcun beneficio dal regime e, quindi, di non essere più disposte a uccidere per esso. "Questo punto di svolta non è lontano", dichiara Abbas Milani, direttore di Studi Iraniani presso la Stanford University e tra i più attenti e autorevoli osservatori della politica iraniana. La Guida Suprema, Ali Khamenei, continua a rimanere al potere "non perché gli sia rimasta una legittimità, ma perché i Guardiani della Rivoluzione islamica (Irgc) sono ancora disposti a uccidere per lui; non è improbabile che domani, però, decidano che questo non è più nel loro interesse", spiega Milani in un'intervista all'AGI.
"I Pasdaran non sono solo una macchina di repressione, ma un Juggernaut economico", prosegue, "secondo stime prudenti, controllano il 42-50% dell'economia, i generali sono miliardari, i loro figli fanno vite di lusso. Vogliono preservare tutto questo e non gli interessa di Khamenei, del suo velayat i faqit (il governo del giureconsulto); verrà il tempo in cui dovranno decidere se preservare quello che hanno conquistato, almeno provare a farlo, o continuare a uccidere per Khamenei ma poi perdere tutto; questo punto di svolta penso non sia lontano".
Milani non solo studia i regimi sui libri, ma li ha conosciuti sulla sua pelle: nato a Teheran nel 1949, ha lasciato il Paese negli anni Ottanta dopo l'esperienza diretta della repressione prima sotto lo scià e poi dopo la Rivoluzione islamica. È oggi co-direttore dell'Iran Democracy Project presso la Hoover Institution, uno dei principali think tank di public policy negli Stati Uniti.
Khamenei è alla quinta ondata di protesta dal 2009
Khamenei, 86 anni, è sopravvissuto a diverse ondate di disordini e crisi. Questa è la quinta grande ondata di proteste dal 2009, a dimostrazione della resilienza del governo, nonostante le profonde crisi interne irrisolte. Per Milani, però, l'ayatollah è ormai un "cadavere politico". "Se hanno soldi a disposizione, i regimi possono sopravvivere oltre la loro morte politica", spiega lo storico facendo l'esempio dell'Italia: "Dopo il primo arresto di Mussolini nel 1943, il fascismo era morto, ma è stato tenuto in vita dai nazisti; ci è voluto tempo prima che quel cadavere fosse sepolto. La mia sensazione è che Khamenei sia un cadavere, perché non ha soluzioni per i problemi dell'Iran", prosegue lo storico. La brutalità della repressione può ritardare il funerale del regime, ma è improbabile che questo riprenda slancio. "È come se questo cadavere ora fosse pieno di veleno e intossicasse chi gli è intorno, Khamenei ha del veleno in corpo rimasto - come armi, una base di sostenitori ancora disposti a uccidere per lui, miliardi di dollari in asset che controlla direttamente e con cui olia questo meccanismo - ma quando la maggior parte della società non ti vuole e non ha più paura di te, prima o poi il gioco finisce".
La crescente richiesta di cambio di regime
Ciò che contraddistingue il momento attuale rispetto ad altre crisi passate "è un profondo crollo della legittimità e la crescente richiesta di un cambio di regime da parte della popolazione", osserva Milani, aggiungendo che i sistemi autoritari si basano sulla "paura" tanto quanto sulla "coercizione" - ma nel caso dell'Iran, "questa paura si è visibilmente indebolita". "Una volta che i cittadini smettono di credere nell'onnipotenza del sistema, la repressione diventa meno efficace e molto più costosa. Gli atti di repressione non fanno che generare ulteriori atti di resistenza".
La guerra con Israele
La Repubblica islamica, inoltre, "non è più temuta neppure dalla comunità internazionale che ne vede il profondo indebolimento dopo la guerra di giugno con Israele, la politica di pressione di Trump, i colpi inferti a Hezbollah in Libano, la caduta di Assad in Siria". Milani sostiene che nonostante la tenuta del regime, all'interno del sistema esistano fratture: l'incertezza sulla successione della Guida Suprema, la rivalità tra fazioni e la corruzione endemica hanno eroso la coesione delle elite. Dopo decenni di occasioni mancate, il cambiamento graduale, la proposta di riformare l'attuale sistema, non appare un'opzione credibile per la piazza che potrebbe radicalizzarsi in caso la repressione continui con questa brutalità. Anche se "per ora" l'esperto non vede condizioni per uno "scenario da guerra civile".
Reza Pahlavi
Nonostante l'esperienza delle carceri dello scià, a Evin, Milani non è preoccupato dalla prospettiva che sia proprio il figlio dell'ultimo re, il principe Reza Pahlavi - da 46 anni in esilio negli Usa - a guidare una transizione, come in molti chiedono e ipotizzano. "È un paradosso", ammette, "ma è la figura che ha maggiore capitale politico" e potrebbe svolgere il ruolo di "facilitatore di una transizione", alla guida di una coalizione che dovrebbe però includere sia la diaspora che figure dentro l'Iran, come il regista Jafar Panahi e la Nobel per la Pace Narges Mohammadi, che hanno detto chiaramente che questo sistema deve essere superato e non riformato. Se si mira a un cambio di regime che assicuri poi stabilita' sul lungo termine, argomenta Milani, questa coalizione di forze diverse dovrebbe fare una sorta di compromesso con i Pasdaran, che li porti ad accettare di consegnare le armi. C'è il rischio che Pahlavi diventi un despota? "Improbabile", secondo Milani, "l'Iran del 2025 non è quello del 1979: la società è più matura, meno ideologica, meno religiosa".
Fondamentale, resta il ruolo esterno. "Uno sciopero nazionale potrebbe mettere il regime in ginocchio, ma gli iraniani hanno bisogno di aiuto internazionale". Non di interventi militari, chiarisce, bensì di misure mirate: "Congelare gli asset, espellere il regime dalle organizzazioni internazionali, come l'Onu, la Fifa, chiudere le ambasciate che spesso sono centri di attività terroristiche". E, sul fronte tecnologico, "La Silicon Valley potrebbe aiutare a rompere la cortina di ferro digitale" imposta dal regime. Sulle scelte di Donald Trump, infine, Milani esprime un giudizio pragmatico: "Cancellare gli incontri degli Usa con funzionari iraniani è stata la decisione giusta. Ogni negoziato oggi allunga la vita del regime".
Le minacce di intervento per fermare la repressione, conclude lo storico, "hanno dato coraggio agli iraniani ma penso ancora che la democrazia nel mio Paese non possa essere costruita dalle truppe straniere ma dal suo popolo. Gli iraniani sono pronti, combattono per la democrazia senza sosta da un secolo, non conosco nessun altro Paese che vanti questo record".
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