La falsificante zona grigia attorno agli antagonisti e una domanda seria al Manifesto
- Postato il 4 febbraio 2026
- Di Il Foglio
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La falsificante zona grigia attorno agli antagonisti e una domanda seria al Manifesto
Dal no alle “strumentalizzazioni” di Elly Schlein, a Peter Gomez che su La7 insegna la differenza tra i 50 mila degli anni 70 che facevano tutti il segno della P38 e i pochi pischelli di oggi. Da Concita De Gregorio, “forse per evitare scontri, la prossima volta, potrebbero non lasciarli passare: fermarli prima. Perché, domandiamoci: a chi giova, a chi conviene che un poliziotto sia aggredito?”, a quelli che il vero responsabile è Piantedosi. Fino al ridicolo “contesto”. Un coro così smaccatamente falsificante che si può tralasciare, la “zona grigia” (la procuratrice Lucia Musti) non è solo a Torino. Non serve a nulla ribattere. Si vorrebbe dunque per una volta porre la domanda a un giornale che, diversamente, è sempre stato simbolo di una sinistra ideologicamente rigorosa, colta. Garantista la sua parte. Il manifesto, sempre degno di rispetto e non solo per il celebre titolone.
Il giornale che nel 1978 pubblicò il famoso e dirompente J’accuse di Rossana Rossanda circa “l’album di famiglia” della sinistra comunista. Aldo Moro era prigioniero delle Br, gli uomini della sua scorta massacrati pochi giorni prima. Rossanda scrisse: “Chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi su Stalin e Zdanov di felice memoria. Vecchio o giovane che sia il tizio che maneggia la famosa Ibm, il suo schema è veterocomunismo puro”. Un giornale che non ha mai fatto sconti né concessioni corrive né ambigue al terrorismo, anzi lo condannava come contrario agli interessi della sinistra, della classe operaia. Un gruppo intellettuale e politico, che si fece persino partito, che sapeva essere critico con i governi e con lo stato borghese, ma senza giustificare i morti ammazzati. Sull’esistenza o meno di quell’album di famiglia del comunismo, il manifesto si è a lungo scorticato, senza inutili infingimenti.
The Times They Are A-Changin’ e da un po’. Allora al massimo c’era Nixon e ora c’è Trump, c’era Andreotti e ora c’è Meloni. E nessuno può paragonare tecnicamente le Br e i vari terrorismi di allora agli antagonisti. (Neanche Ordine nuovo a CasaPound, a dire il vero). Però ieri, con un titolo double face un po’ comodo, “Fuori i violenti”, e già nei commenti online precedenti, persino il manifesto si presta al gioco, o presta il fianco, a una lettura insincera, facilona. Quella che per evitare di inchiodare alle proprie responsabilità le frange violente – e anche il mondo cosiddetto antagonista, che ogni volta permette loro di entrare nei cortei, sfasciare, stavolta prendere a martellate un poliziotto – preferiscono dare la colpa ad altri violenti.
I registi. (O forse i mandanti?). L’articolo di apertura di Andrea Colombo: “Non c’è solo il pestaggio dell’agente che hanno visto tutti, decine di video e testimonianze raccontano le aggressioni della polizia ai manifestanti di Torino. Per il governo è l’ora di un’altra stretta repressiva”. L’editoriale del direttore Andrea Fabozzi tracciava già la via: “Disertare l’agenda violenta delle destre”. Anche sorvolando sulla caduta stilistica di quel “destre” al plurale, roba da Berizzi, per un giornale intellettuale e raffinato come il manifesto, e anche condividendo il giudizio che come al solito il governo sta facendo pasticci decretali, affermare che il governo abbia “gonfiato quel che è accaduto a Torino oltre ogni limite” è una nebbiosa zona grigia. Non sono stati gli agenti a organizzare gli scontri, stupidaggini da complottisti. “Picchiati e scherniti”, “manganellati e identificati”. Se pure sia avvenuto, nel mezzo di scontri in cui – per solito – a finire in ospedale sono soprattutto gli agenti: basta leggere i resoconti, non si tratta comunque di aggressioni a freddo di innocenti. Non è l’Ice. Riconoscere questo è il minimo indispensabile per tutti. Persino per chi, da posizioni di sinistra radicale, voglia discutere della agibilità politica dei centro sociali – Andrea Minuz si è incaricato ieri di spiegare con intelligente leggerezza l’assurdità del quasi tutto gratis di quella agibilità politica, a partire dagli stabili occupati dai centri sociali – ma rimanendo nei termini della legalità. Per quanto legalità “borghese”. Lascia perplessi che un giornale intelligente che l’Italia dello scontro sociale, delle spranghe e delle piazze e anche del terrorismo l’ha vista davvero, e giudicata, oggi si consegni al ritratto di famiglia dell’antagonismo violento, smarrendo o occultando ogni necessaria distinzione.
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