La “filosofia” di Miller, l’ideologo di estrema destra più ascoltato da Trump: “Il mondo reale è governato dalla forza”
- Postato il 9 gennaio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Sinora sono stati i migranti la sua ossessione. Stephen Miller, consigliere alla sicurezza nazionale della Casa Bianca, si è dato un gran daffare per accelerare le deportazioni di massa. Per abbattere lo ius soli. Con le ultime dichiarazioni sulla Groenlandia, rivela di aver allargato lo sguardo ben oltre l’America. Lo spirito è sempre lo stesso. Il fastidio per regole e consuetudini. L’idea che il più violento vince comunque.
Solo chi non conosce davvero Miller è rimasto sorpreso dall’intervista a CNN. Per giustificare l’uso della forza contro un territorio NATO, il consulente prediletto di Trump ha detto: “Il mondo reale è governato dalla forza, è governato dal potere”. Miller è politico troppo navigato per non sapere che dal 1916 esiste un trattato con cui gli Stati Uniti riconoscono la sovranità della Danimarca sulla Groenlandia. Lo sa, appunto, ma la cosa non conta, perché “noi siamo una superpotenza” e la superpotenza fa ciò che vuole nell’emisfero che considera il “suo”.
Per anni, Miller ha mantenuto un profilo basso. Poche interviste, nessuna carica di rilievo nella prima amministrazione Trump. Il suo potere è però stato immenso. Miller è l’ideologo di estrema destra di Trump, l’architetto delle sue politiche su immigrazione, giudici, esercito nelle città. La nascita, quarant’anni fa, in una famiglia ebraica e progressista di Santa Monica, pareva destinarlo a tutt’altro. Lui ha spiegato che è stata la lettura di “Guns, Crime, and Freedom” del lobbista delle armi Wayne LaPierre a vincerlo alle cause conservatrici. Un po’ deve aver contato l’attitudine personale. Il giovane Miller rompe con uno dei suoi migliore amici, Jason Islas, perché di origini messicane. “Mi espresse il suo odio in maniera fredda e calma”, ha raccontato quello.
A 16 anni Miller si presenta alle elezioni scolastiche con un programma centrato sulla cacciata degli addetti alle pulizie, in genere ispanici, che non raccolgono la spazzatura. Frequenta Duke University, dove gli amici lo ricordano ossessionato dal colore della pelle. Dopo la laurea va a lavorare per il senatore Jeff Sessions, dal cui ufficio inonda Washington di memo sulle atrocità degli immigrati. L’incontro con Trump è inevitabile. Miller gli scrive i discorsi in campagna elettorale e dopo la vittoria del 2016 diventa il suo consulente. C’è Miller dietro il “Muslim ban”, il divieto ai visti di entrata dai Paesi musulmani. C’è ancora Miller dietro la scelta di separare le famiglie al confine.
La fine ingloriosa del primo mandato non spezza il legame con Trump. I due si parlano ogni giorno. Immaginano cosa fare dalla Casa Bianca riconquistata. Il risultato è davanti agli occhi di tutti. Arresti. Deportazioni. Limiti alla libertà di espressione. Accodandosi allo slancio imperialista su Groenlandia, Venezuela, Cuba, Messico, Colombia, Miller mostra ora di capire che le questioni interne che gestisce – economia, immigrazione, Epstein Files – non vanno benissimo e devono comunque essere inquadrate in una strategia internazionale fondata sulla stessa incrollabile, feroce fede nella supremazia americana. Nell’albo delle medie, sotto la sua foto, Miller citava Theodore Roosevelt: “Non ci può essere un americanismo al 50 per cento. C’è spazio solo per il 100 per cento, per coloro che sono americani e null’altro”.
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