La Generazione Gaza è un feticcio senza idee
- Postato il 31 marzo 2026
- Politica
- Di Libero Quotidiano
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La Generazione Gaza è un feticcio senza idee
Va bene, la politica si fa coi corpi, bisogna «tornare ai corpi» come incalza Concita De Gregorio su Rep. ben sapendo che è un incipit a rischio zero, però ecco, ci sarebbe quel minuscolo, fastidioso, un po’ novecentesco dettaglio per cui la politica bisognerebbe farla anche con le idee. Non con le ideologie (viceversa assai circolanti in quelle piazze sinistre, tra quei corpi che si agitano ancora al grido di “Yankee go home!”), ma con una sufficiente tenuta logica, una minima agenda di merito, una razionalità politica almeno velatamente costruttiva.
Ecco, il feticcio della Generazione Gaza che in questi giorni sta entusiasmando tanto Concita e le prime firme del luogocomunismo nostrano è una delle idee più barcollanti della pubblicistica recente. Non solo perché la Generazione Gaza non esiste: ad animare i cortei pro-Pal è una minoranza chiassosa, non p né il ‘68 né il ‘77, tenete a bada la nostalgia, compagne e compagni, chiudete “l’album di famiglia” dei ricordi. Soprattutto, come scappa alla stessa Concita: «Sbaglia di grosso chi pensa di poter reclutare sotto una o un'altra insegna la generazione che ha votato no al referendum sulla giustizia, quella che nel mondo è appena scesa in strada a dire “no kings”, non vogliamo re né despoti né tiranni, vogliamo libertà e democrazia». E qui sta il nocciolo del garbuglio, il teatro dell’assurdo piazziaiolo che vogliono spacciarci per progetto politico, o addirittura geopolitico.
Un movimento che urla “No kings!” come sua ultima parola d’ordine non dice nulla sui macellai col turbante che in Iran governano “in nome di Dio” (come diceva l’ayatollah Khomeini), massacrano la propria popolazione, manovrano il Terrore antisemita. Non dice nulla sul compagno Xi Jinping, l’autocrate in capo che tiene le fila dell’Asse del Male e spedisce gli oppositori nei laogai. Anzi: come si è visto anche domenica a Roma issano la bandiera del regime liberticida cubano, issano la bandiera palestinese collegandola alla Resistenza senza nemmeno una postilla microscopica su Hamas (d’altronde, per molti di loro i due termini sono sinonimi), vogliono spiegare le magnifiche sorti e progressive del Venezuela devastato dal socialismo reale ai venezuelani che hanno il torto di essere riparati in Italia.
Per cui, se come verga un estasiato Cacciari su La Stampa «Ma quando mai l’impegno politico dei giovani non si è fondato soprattutto sulle grandi questioni internazionali! Sono queste che comportano le decisioni etiche di fondo, la propria collocazione nei conflitti sociali», c’è da concludere che questa meglio gioventù ha le idee (ancora loro!) un po’ confuse. Se gli unici “Kings” che minacciano la pace globale sono sempre e solo Trump e Netanyahu (con la variante Meloni a supporto, o meglio spesso graziosamente raffigurata a testa in giù) il ritratto del prof filosofo su questi virgulti «che vogliono trattativa, politica, diplomazia, che detestano il diritto del più forte» danza pericolosamente in bilico sul bozzetto: piuttosto, paiono replicare vecchissimi istinti antiamericani, antisionisti (almeno) e antioccidentali.
Sempre al caldo delle libertà occidentali, garantite quasi sempre dai missili americani: è l’“oicofobia” che diagnosticava già Sir Roger Scruton come morbo esistenziale del progressismo contemporaneo, è lo struggersi per Gaza all’aperitivo della Ztl.
Chini su quello strumento di liberazione in cui si è trasformato l’iPhone d’ordinanza, già porta d’accesso all’egotismo cripto-sovranista, tramite autorevolissima sentenza di Michele Serra, sempre Repubblica. È la Generazione Gaza, che «si informa solo sui social» ma due volte al mese «mette il corpo» in piazza manifestando contro il «regime autoritario» meloniano (una scena evidentemente ossimorica). Per le idee, ripassare.
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