La remigrazione non è polso fermo, ma una fantasia che ignora la storia
- Postato il 4 febbraio 2026
- Di Il Foglio
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La remigrazione non è polso fermo, ma una fantasia che ignora la storia
Ogni tre o quattro anni qualcuno si fa beccare mentre canta a squarciagola Faccetta nera e qualcun altro ne chiede la crocifissione in sala mensa. Montanelli ricordava che il primo a censurare la celebre canzonaccia fu, nel 1938, Achille Starace, segretario del Partito nazionale fascista, perché a suo dire invitava alla promiscuità con le abissine dalla pelle scura. Il più scialbo dei gerarchi mostrava così di non aver capito nulla di quell’impero romano che lui e i camerati pretendevano di far rinascere. Più o meno lo stesso equivoco anima la proposta di legge depositata in questi giorni dal comitato “Remigrazione e riconquista”: credere che una compagine statale si rafforzi espellendo gli stranieri invece di trasformarli in cittadini. Ragionamenti buoni per una patria angusta, inadatti a un’idea di impero che sia utile anche per il futuro. Scrive Tacito negli Annali: “Per quale altra causa decaddero Sparta e Atene, pur potenti sul piano militare, se non per aver bandito da sé i vinti quali stranieri? Ma l’accortezza del nostro fondatore Romolo fu tale che molti popoli ricevettero da lui la cittadinanza nello stesso giorno in cui ne erano stati vinti come nemici”. L’assimilazione di Roma non si fermava agli uomini: si estendeva agli dèi degli sconfitti, accolti nel suo pantheon. Similmente, il cattolicesimo seppe tradurre nei propri riti le pratiche e i simboli dei nuovi evangelizzati. In questo modo la Chiesa e Roma riuscirono a fare di stirpi diverse un unico corpo. L’opposto del settarismo protestante, ristretto di ambizioni e di sguardo, portatore d’acqua di un trumpismo che spiace vedere assunto a modello da una destra che avrebbe santi ben più solidi cui votarsi.
Per evocare oggi una mentalità imperiale senza far sorridere, occorre spostare il fuoco dall’Italia all’Europa. Non è facile. In un’orgia di autoflagellazioni e di formulette che hanno barattato il compito dell’assimilazione con un’astratta “inclusione”, ci siamo abituati a pensare in piccolo e per schemi rigidi. La remigrazione ne è un esempio. E’ una fantasia senile e retriva, sembra polso fermo ma sono ginocchia che tremano. Finge di non sapere che, piaccia o no, il numero è potenza e che, comunque, indietro non si torna. Dobbiamo recuperare per strada la consapevolezza e il coraggio smarriti. “L’europeo” scriveva Federico Chabod nella Storia dell’idea d’Europa “è assai più che il ‘bianco’: è, soprattutto, un certo modo di pensare e di sentire. Quel che importa è il fattore spirito, la ‘volontà’: l’elemento morale che predomina di gran lunga su quello fisico, la volontà degli uomini, la quale ha, nei secoli, impresso il suo durevole suggello sulle generazioni che si sono susseguite e si susseguono nel continente chiamato Europa”. Il miglior augurio che si può fare alla destra, in Italia e altrove, è che sia affermatrice e protagonista, non la controfigura vannaccesca di un progressismo che, nel tempo, ha eroso – fino a renderla irriconoscibile – la necessità di una autentica volontà europea.
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