“La scarsità può diventare abbondanza”. Rozana Montiel e l’architettura che mobilita le comunità
- Postato il 19 gennaio 2026
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- Di Artribune
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From disPARITY to rePARITY. How to turn the Wall è il titolo della lecture di Rozana Montiel presentata alla Milano Arch Week 2025, settima edizione della manifestazione dedicata all’architettura, svoltasi lo scorso novembre alla Triennale di Milano e incentrata sul tema Inequalities and Architecture. Architetta messicana e fondatrice di Rozana Montiel | Estudio de Arquitectura a Città del Messico, in quell’occasione la progettista ha parlato della sua visione orientata alla riconversione di muri e aree marginali in spazi di relazione, partecipazione e vita collettiva. “Le linee che tracciamo, fisiche e metaforiche, dicono molto di come ci relazioniamo. Quando permettiamo a un muro di ‘respirare’, a una recinzione di piegarsi, diventano strumenti di connessione”, afferma, avvalorando l’idea che anche interventi di piccola scala incidano sui comportamenti e contribuiscano alla formazione di un senso civico condiviso. Dai contesti dell’America Latina a quelli dell’Italia, Montiel approfondisce con Artribune alcuni temi ricorrenti del suo lavoro: la scarsità di risorse come leva di libertà progettuale, l’imprevisto come opportunità e il dialogo continuo tra comunità e città.

Intervista all’architetta Rozana Montiel
Nel 2018, in un’intervista ad Artribune, avevi detto che in futuro avresti voluto lavorare a più progetti di mobilità urbana. Sette anni dopo, pensi che il tuo percorso abbia preso quella direzione?
So che può sembrare strano, ma sulla mobilità urbana non ho ancora lavorato direttamente. Però penso di aver sviluppato progetti che, più che intervenire sulla mobilità in senso stretto, hanno mobilitato molte persone.
Quali tra questi rappresenta meglio questo approccio?
In questo senso, l’ultimo progetto che abbiamo realizzato si chiama CIVAC: si tratta di un centro civico-culturale con uno skate park e un parco lineare. È un progetto che esprime l’idea di mobilità in diversi modi, persino in uno skate park, dove ci si muove lungo circa un chilometro attraverso quest’area marginalizzata di Jiutepec, nello stato di Morelos. Ora abbiamo vinto un concorso per un nuovo progetto sociale rivolto a giovani e studenti. Credo che diventerà importante soprattutto sotto questo profilo.
Se il coinvolgimento della comunità è così centrale, cosa significa davvero rigenerare un contesto urbano?
È qualcosa di multidimensionale, non riguarda un unico aspetto. Quando si progetta bisogna muoversi su diversi livelli e, col tempo, mi rendo sempre più conto che ci spostiamo tra possibile e impossibile, fittizio e reale, poetico e prosaico. L’architettura può essere intesa sia come costruzione sociale sia come portatrice di idee culturali. In alcuni progetti ho cercato di mostrare come l’architettura possa trasformarsi in paesaggio culturale.
Puoi raccontare un progetto in cui questi concetti diventano tangibili?
Sì, ad esempio i centri civici, i cosiddetti Pilares, luoghi in cui le persone si riuniscono: sono oasi, paesaggi culturali che aggregano molte funzioni. Quindi possiamo dire che si tratta di una rigenerazione culturale, ma anche sociale, e naturalmente entra in gioco la dimensione economica. Credo sia importante anche quella che potremmo chiamare “finzione urbana”: le storie delle persone che vivono la città forniscono conoscenze preziose a chi vuole costruirla o partecipare alla sua trasformazione.

Piccole azioni urbane di Rozana Montiel: trasformare lo spazio con il gioco
In che modo piccole azioni urbane temporanee possono trasformare la percezione delle persone e influenzare il loro comportamento nello spazio pubblico?
Molte volte basta una semplice linea bianca. Lavoriamo molto su ciò che chiamo “azioni laterali”: piccole azioni urbane, specifiche, che trasformano la percezione che le persone hanno del proprio spazio. Con questo cambiamento di prospettiva, le persone sono disposte a fare qualcosa che può diventare più permanente.
Ovvero?
Se qualcosa è temporaneo, può diventare permanente o può essere costruito a partire da queste azioni laterali: a basso costo, ludiche, trasformative, che spesso cominciano con una singola linea. Come nel progetto Labyrinth, che divideva due quartieri e un campo sottoutilizzato nella Delegación Gustavo A. Madero a Città del Messico.
Quali scelte sono state operate per questo progetto?
Abbiamo disegnato un labirinto con la stessa linea bianca del campo da calcio e le persone hanno iniziato a incuriosirsi perché vedevano qualcosa di diverso. Entrando nel labirinto, stavano già agendo, già giocando: i bambini per primi, poi i genitori. Al centro c’era qualcuno pronto a far parlare le persone, e la gente ha iniziato a interagire, senza sapere da quale lato provenisse.
Quindi il labirinto non è solo uno spazio fisico, ma diventa una sorta di “scatola magica” dove le persone possono esplorare comportamenti diversi…
Sì, quando sei dentro il gioco puoi agire diversamente: è il play-act che ti fa credere a qualcosa e ti permette di fare cose che altrimenti non faresti. È come indossare una maschera: agisci in modo diverso. In questo contesto non c’è una maschera, ma giochi, interagisci in queste azioni laterali e credi davvero che le cose possano essere diverse.
L’architetto come mimo: creare spazio con gesti e storie nella visione di Rozana Montiel
Parli di persone, comunità… In che modo il ruolo dell’architetto cambia lavorando con le persone?
Non è facile entrare nelle comunità, ma dobbiamo ascoltare attentamente. È importante osservare con uno sguardo attivo, che trasforma ciò che si vede inizialmente. Mi piace spiegare il concetto attraverso il film Blow-Up di Antonioni, dove ci sono mimi che creano lo spazio con i gesti, facendoti credere che siano reali.
Potresti spiegarci meglio questa metafora?
Sì, il protagonista vede qualcosa da una foto scattata in un parco, ma non è sicuro: deve ingrandire l’immagine per capire che si tratta di un crimine. Nella scena finale, quando ritorna sul presunto luogo del delitto, ci sono dei mimi che giocano a tennis. La palla esce e gli chiedono di andare a prenderla. Il protagonista pensa: “Ok, la raccolgo”, pur sapendo che non c’è. Ma all’improvviso la palla immaginaria appare nelle sue mani e lui la rilancia, assecondando la finzione. Credo che se davvero entri nel meccanismo, qualcosa apparirà e allora avrai qualcosa da rilanciare, per continuare la storia.
Molte volte, però, questo modo di lavorare può scontrarsi con le risorse economiche disponibili. È così?
Per me, il nulla può diventare qualcosa. La scarsità può trasformarsi in abbondanza: è così che lavoriamo. Anche in un progetto realizzato a Quarto Oggiaro, Milano, avevamo pochissimo budget, circa 2.700 euro, per trasformare lo spazio. Con creatività e l’aiuto della comunità, si può fare molto.
Secondo te queste restrizioni economiche possono condizionare la qualità del design e dello spazio?
Le comunità, da sole, a volte non riescono ad andare avanti o vanno avanti senza progetto. Per me la bellezza è un diritto umano: bisogna creare spazi belli. Spesso, non avendo budget, le comunità non si preoccupano del design; ma la bellezza è per tutti, anche con un euro o niente. Serve quindi un architetto capace di progettare e mediare tra le parti. Molte volte, quando il governo agisce da solo, è un disastro: servono persone sensibili, che credono nella bellezza e nei diritti umani.

Rozana Montiel, dal Sud America all’Italia: bellezza, libertà e sostenibilità
Nelle città latino-americane i cambiamenti partono dal basso. Quali differenze noti nel modo di progettare tra qui e l’America Latina? Ci sono più regole o più libertà?
In America Latina i progetti non nascono solo dal basso: quando funzionano, non sono né esclusivamente bottom-up né esclusivamente top-down, ma qualcosa nel mezzo. Spesso gli architetti si trovano proprio in questo “in-between”, tra istituzioni e comunità. In Europa e negli Stati Uniti ci sono molte regole e restrizioni; in Messico e in altre parti dell’America Latina c’è molta più libertà. Qui non puoi costruire uno scivolo in cemento, mentre lì sì. Finestre molto grandi, corrimani che non sempre sono a 1,20 m… in Messico è possibile, qui no, per questioni di sicurezza e normative. L’approccio è quindi decisamente diverso.
Prima menzionavi il progetto Pilares, fatto a Città del Messico e poi a Quarto Oggiaro insieme al Politecnico di Milano nella parrocchia di Santa Lucia. In quest’ultimo caso avete seguito lo stesso approccio latino-americano?
Sì, da questo punto di vista a Quarto Oggiaro è stato sorprendente: ho percepito la comunità come molto “latina” e mi sono sentita subito vicina. Sarebbe stato diverso in Olanda, Belgio o Germania, dove le persone sono più distanti; qui, invece, erano più calorose. Lavoravamo in uno spazio interno e non potevamo fare molto, ma Padre Giovanni ci disse: “Potete fare tutto: togliere la barriera, togliere il soffitto”. E noi: “Davvero?”. Abbiamo avuto molta libertà; in questo senso, è stato molto simile.
Dunque è stata quasi una sorpresa avere così tanta libertà in questo caso…
In un certo senso sì. Dico sempre che bisogna prendere l’iniziativa, ed è proprio così che lavoriamo. Anche Franco Tagliabue, con cui ho portato avanti il progetto, ragiona allo stesso modo: agisce e dice “facciamolo”. Siamo stati un’ottima squadra perché avevamo voglia di fare.
Carolina Chiatto
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