La strategia di Trump per processare Maduro: così il “modello Noriega” sfida il diritto internazionale

  • Postato il 4 gennaio 2026
  • Mondo
  • Di Il Fatto Quotidiano
  • 6 Visualizzazioni

L’operazione “Absolute Resolve”, ordinata dal presidente Donald Trump e che ha portato alla cattura di Nicolas Maduro, ha innescato una crisi diplomatica globale, con numerose reazioni internazionali che parlano di una violazione “gravissima” del diritto internazionale. Ma a Washington i legali del Dipartimento di Giustizia hanno già predisposto una strategia giuridica per blindare il processo federale a New York. Il cuore dell’impianto accusatorio, anticipato ieri dal Segretario di Stato Marco Rubio durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, poggia su un assunto tanto semplice quanto dirompente: non si può violare l’immunità di un presidente se, per la legge americana, quell’uomo non è mai stato presidente. E così, mentre Maduro attende la sua prima udienza nel Metropolitan Detention Center di Brooklyn – l’arraignment, la convalida dell’arresto, potrebbe avvenire già domani mattina – fuori dalle mura del carcere si sta consumando una battaglia molto più complessa di quella militare appena conclusa a Caracas, fatta di codici, giurisdizioni e precedenti che rischia di ridefinire il perimetro del diritto internazionale e dei poteri extraterritoriali degli Stati Uniti.

Maduro presidente illegittimo per gli Stati Uniti – Il diritto internazionale consuetudinario riconosce ai capi di Stato in carica un’immunità personale assoluta (ratione personae) dalla giurisdizione penale di altri Stati. Riconosciuto sia dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aja sia dalla Corte di Strasburgo che tutela i diritti umani in Europa, questo principio rappresenta uno dei pilastri dell’ordine internazionale: tutela la sovranità e consente la continuità delle relazioni diplomatiche. Se Maduro fosse riconosciuto come presidente legittimo del Venezuela, un processo penale a New York sarebbe destinato a morire prima ancora di iniziare. Ed è qui che interviene la linea tracciata da Rubio. Secondo Washington, le elezioni venezuelane del 2024 sono illegittime. Gli Stati Uniti, l’Unione Europea e una parte rilevante dell’Organizzazione degli Stati Americani non hanno riconosciuto l’esito del voto, giudicato fraudolento. Ne consegue che, per l’amministrazione Usa, il mandato legittimo di Maduro sarebbe scaduto ufficialmente il 10 gennaio 2025. Davanti alla Corte distrettuale del Southern District of New York, Maduro non si presenterà dunque come capo di Stato della Repubblica bolivariana del Venezuela, ma come Nicolás Maduro Moros, privato cittadino accusato di guidare un’organizzazione criminale transnazionale, il cosiddetto “Cartello dei Soli”. Venendo meno il riconoscimento politico, cade anche l’immunità personale. È una mossa che trasforma una questione di diritto internazionale in una procedura penale interna, interamente governata dal diritto federale statunitense.

I precedenti – Il parallelo storico più diretto è quello con l’invasione di Panama del 1989 e la cattura di Manuel Noriega. Anche allora Washington aveva smesso di riconoscere il leader de facto del Paese, sostenendo un’autorità alternativa. Durante il processo negli Stati Uniti, Noriega tentò di invocare l’immunità da capo di Stato, ma i giudici respinsero la tesi: il riconoscimento di un governo è prerogativa dell’esecutivo, non del potere giudiziario. Se la Casa Bianca afferma che non sei il presidente, per la corte non lo sei. È questo il manuale operativo che oggi viene applicato al caso Maduro.

Il secondo precedente è quello dell’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, estradato e poi condannato a New York per aver trasformato il proprio Paese in una piattaforma logistica del narcotraffico. L’accusa contro Maduro ricalca quello schema: uso di esercito, polizia e infrastrutture statali per proteggere i flussi di droga. Hernández è stato recentemente graziato da Trump, ma si tratta di un capitolo separato, che riguarda la linearità – o meno – delle scelte politiche dell’ex presidente. La lezione che emerge da entrambi i casi è chiara: davanti ai procuratori di Manhattan, la carica politica non è uno scudo, ma un’aggravante. Maduro non è più considerato un presidente, ma il ”Ceo” di un’impresa criminale con un apparato statale a disposizione.

Il nodo dell’immunità – Un punto cruciale riguarda la natura stessa dell’immunità. Nel diritto internazionale, l’immunità personale non è un premio di legittimità democratica, ma una protezione funzionale legata al ruolo. Nel sistema giuridico americano, tuttavia, l’immunità dei funzionari stranieri non è disciplinata da una legge organica, ma dalla common law, e il parere del ramo esecutivo ha un peso determinante. Se il Dipartimento di Stato comunica formalmente che un soggetto non è riconosciuto come capo di Stato, le corti federali tendono a seguire questa valutazione. È il meccanismo che l’amministrazione Trump sembra intenzionata ad attivare nel caso Maduro. Resta un’ultima linea di difesa: l’immunità per atti ufficiali (ratione materiae). Ma qui l’accusa è pronta a sostenere che narcotraffico e cospirazione criminale non possono mai essere qualificati come atti sovrani, bensì come crimini personali.

Se la strategia legale di Trump e Rubio dovesse reggere – e i precedenti interni suggeriscono che potrebbe – si consoliderebbe un paradigma estremamente aggressivo di extraterritorialità americana. Il messaggio al mondo sarebbe inequivocabile: la sovranità nazionale non protegge chi viene etichettato come narco-terrorista da Washington, e la legittimità di un leader non si decide solo nelle urne, ma anche nello Studio Ovale. Maduro potrà denunciare un “sequestro imperialista”, ma per il giudice federale di Brooklyn non sarà un simbolo politico: sarà semplicemente un imputato in un’aula di tribunale. E il diritto internazionale, ancora una volta, resterà fuori dall’aula.

Indagini aperte da anni – Le indagini che hanno portato all’arresto di Maduro non sono un’improvvisazione recente, ma il risultato di oltre un decennio di lavoro da parte della Dea, l’agenzia antidroga statunitense attiva anche all’estero, e della procura del Southern District of New York. Tutto è iniziato prima delle sanzioni del 2019, con l’apertura di fascicoli segreti che tracciavano i flussi di cocaina dalla Colombia verso gli Stati Uniti, passando per il Venezuela con la presunta complicità dell’esercito. Il punto di svolta giuridico risale al marzo 2020, quando l’allora procuratore Geoffrey Berman desigillò l’incriminazione formale contro Maduro e altri 14 alti funzionari, accusandoli di aver trasformato lo Stato venezuelano nel “Cartello dei Soli”. Le prove raccolte a New York includono testimonianze di ex generali disertori, intercettazioni e tracciamenti finanziari che collegherebbero Maduro a spedizioni di tonnellate di cocaina utilizzate, secondo l’accusa, come “arma asimmetrica” per destabilizzare la società americana. Da qui anche la dichiarazione “a caldo” del governo italiano, che ha parlato di una ”minaccia ibrida”.

Diritto internazionale contro diritto federale Usa – È qui che si apre l’abisso tra il modo in cui l’operazione viene letta a livello globale e il modo in cui verrà valutata da un giudice americano. Dal punto di vista delle Nazioni Unite e della Corte internazionale di giustizia, l’uso della forza sul territorio venezuelano senza il consenso delle autorità locali e senza un mandato del Consiglio di Sicurezza appare come una violazione dell’articolo 2(4) della Carta dell’Onu, che proibisce la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di uno Stato. Inoltre, la cattura forzata di un individuo in assenza di un trattato di estradizione è generalmente qualificata come rapimento di Stato. Negli Stati Uniti, però, il quadro giuridico è radicalmente diverso. Come ricorda il think tank Chatham House, la giurisprudenza federale applica da decenni la cosiddetta Ker-Frisbie doctrine, secondo cui il potere di una corte di processare un imputato non è inficiato dal modo – anche illegale – in cui l’imputato è stato portato davanti al giudice. In sostanza: anche se la cattura viola le leggi del Paese d’origine, il processo può comunque andare avanti.
È su questa base che l’accusa potrà sostenere la piena giurisdizione del tribunale di New York, agganciando i capi di imputazione alle norme federali sul narcotraffico e sul narco-terrorismo, in particolare il Title 21 U.S. Code 960a, che prevede esplicitamente un’estensione extraterritoriale quando le condotte mirano a colpire il mercato statunitense.

L'articolo La strategia di Trump per processare Maduro: così il “modello Noriega” sfida il diritto internazionale proviene da Il Fatto Quotidiano.

Autore
Il Fatto Quotidiano

Potrebbero anche piacerti