La trappola dello Stretto di Hormuz tra mine, droni e rotte obbligate. Parla Di Paola

  • Postato il 12 marzo 2026
  • Di Il Foglio
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La trappola dello Stretto di Hormuz tra mine, droni e rotte obbligate. Parla Di Paola

L’instabilità dei mercati mondiali degli ultimi giorni dipende da un fazzoletto di terra largo nel suo punto più ampio trenta chilometri. Da qui – dallo Stretto di Hormuz – passa un quinto del petrolio del pianeta. Il regime iraniano dice di voler bloccare con ogni mezzo a sua disposizione il passaggio delle navi israeliane e americane, ma i rischi di incidenti anche per le altre imbarcazioni sono talmente alti che al momento il traffico è completamente congestionato. E le contromisure militari adottate dalle potenze occidentali scarseggiano. “Possiamo dire che in questo momento non ce ne sono proprio”, dice al Foglio Giampaolo Di Paola, ammiraglio ed ex ministro della Difesa nel governo Monti. “Anche perchè – continua – nella situazione attuale di intenso conflitto, attuare operazioni militari è davvero complicato. Il passaggio è stretto e con i sistemi di armamenti che gli iraniani possiedono colpire una petroliera è facile. Inolte in alcuni punti – molti in realtà - il fondale è basso e questo obbliga le navi a percorrere rotte semi-obbligate. Diventa ancora più semplice, dunque, colpirle”. 

In questi giorni si è parlato molto del fatto che il regime potrebbe aver tappezzato la zona di mine. Un rischio reale, secondo Di Paola. “Le mine sono utilizzate principalmente in due modi: vengono mandate ‘alla deriva’, lasciate libere in acqua per colpire bersagli in modo casuale, o si ancorano, così che rimangano nella posizione prestabilita. La loro pericolosità – spiega l'ammiraglio – sta nel fatto che vengono visualizzate all’ultimo momento e limitano ancor di più le rotte del transito. Ma non sono l'unico strumento di attacco o di difesa degli iraniani. Possono attaccare anche con missili o razzi direttamente da terra, data la poca distanza da raggiungere. Infine i droni di superficie veloci, che sono piccoli e difficilmente localizzabili”.

 

La chiusura dello Stretto in realtà danneggia anche il commercio iraniano e non si sa per quanto ancora l'Iran potrà resistere, soprattutto di fronte all'ipotesi di una coalizione navale per forzare il blocco. “Partendo dal presupposto che finchè c’è la guerra a terra la minaccia di Hormuz rimane, voler forzare il passaggio è un’impresa non da poco. Non parliamo di una battaglia navale per come la possiamo immaginare noi: c’è una grande quantità di mezzi difensivi che possono essere tenuti nascosti lungo tutta la costa iraniana o sott’acqua, come nel caso delle mine appunto. Sarebbe un rischio troppo grande”. Qualcosa bisogna pur fare. “Finché le capacità militari che ho citato prima non sono significativamente degradate, non ci può essere la volontà di mettere così tanto a rischio superfici navali di grande valore”. Il tempo però scorre, l’andamento dei mercati dipende dalle parole più o meno rassicuranti dei leader e la crisi energetica diventa ogni giorno più importante. “Non è questione di tempo. Se fosse presa oggi la decisione di schierare mezzi della marina militare a difesa del Golfo, sarebbero pronti tra qualche settimana. Bisogna aspettare che il conflitto diventi meno serrato e più ‘ragionevole’. Agire oggi vorrebbe dire mettere a repentaglio le unità navali che hanno più valore. Si è accorto che gli americani lavorano fuori dallo Stretto di Hormuz? Nessuno è disposto a rischiare così tanto, la realtà è questa”. Il risultato è che il blocco potrebbe protrarsi ancora per molte settimane. Una situazione di piena di incertezza, soprattutto guardando agli scenari futuri possibili e alla loro evoluzione.

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Il Foglio

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