Laura Pausini attaccata sui social per la cover di Due Vite: ecco perché i ‘fandom’ possono diventare (molto) aggressivi

  • Postato il 19 gennaio 2026
  • Musica
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Succede che Laura Pausini esce con il secondo volume di Io Canto e lancia il nuovo singolo insieme a Julien Lieb, nuovo nome della scena pop francese, finalista di Star Academy nel 2023. La cover scelta dalla cantante di Solarolo è Due vite, il brano con cui Marco Mengoni ha vinto il Festival di Sanremo nel 2023. La versione di Pausini e Lieb si intitola La Dernière chanson ed è cantata metà in italiano e metà in francese. Nulla di sorprendente: lo stesso Mengoni aveva già pubblicato una versione nella lingua d’Oltralpe. Il pezzo esce e succede qualcosa di inatteso: Laura Pausini — icona della musica italiana — viene trattata a pesci in faccia. È difficile dirlo con maggiore delicatezza, perché all’uscio della cantante arrivano offese di ogni tipo.

Lei, probabilmente poco allenata all’hating social, la prende piuttosto male, tanto da commettere l’errore — perché di errore si tratta — di far rispondere il suo staff (immaginiamo davvero lo sia, come segnalato) ad alcuni utenti. In astratto, nulla di scandaloso: chi ha deciso che un artista debba ingoiare ogni rospo fino all’indigestione? Il problema è che quelle risposte non solo alimentano la polemica, ma adottano un tono e uno stile imbarazzanti, come se a scriverle non fosse qualcuno che lavora per una star di fama mondiale, ma un fan indispettito.

C’è di più: le repliche non sono rivolte alle offese — che pure non mancano — ma a critiche vere e proprie sulla cover. La possibilità di critica è sacrosanta, quando resta entro certi limiti ed è fatta con una certa postura. Nel caso di Due Vite versione Pausini non c’è stato grande gradimento, almeno stando ai social (e quindi per quel che vale una piazza come X). Lei, dicono alcuni, “non canta ma urla”. Loro, secondo altri, “hanno trasformato un brano intimista in qualcosa di sguaiato”. Qualcuno aggiunge la battuta facile: far ridere insultando è sempre la scorciatoia più breve.

Eppure, di cover opinabili ne abbiamo sentite a pacchi. Ricordate Masini con E chi se ne frega, versione di Nothing Else Matters dei Metallica? Senza scomodare Nino D’Angelo e Gesù Crì (Let It Be), prendiamo Vasco Rossi, l’imprendibile, il più grande di tutti, che però ci ha ‘regalato’ Ad ogni costo, ovvero Creep dei Radiohead, lasciandoci basiti, catafratti, senza parole. All’epoca non c’erano i social: se la sono cavata. Non è memorabile, a essere gentili, nemmeno Le tasche piene di sassi cantata da Giorgia, passata quasi sotto silenzio. Insomma, le cover discutibili esistono da sempre.

Pausini non è stata risparmiata. Su X i commenti negativi si moltiplicano, ma basta guardare meglio per capire che una parte consistente delle critiche — e soprattutto delle risposte alle critiche — arriva dai fan (alcuni fan, meglio specificare) di Marco Mengoni e dai fan (alcuni fan, meglio specificare VOL.II) di Laura Pausini. Ed è qui che torniamo a una parola chiave: fandom.

Come ricorda Medium, “il fandom è una sottocultura composta da individui che condividono un forte interesse per un elemento della cultura popolare — una saga cinematografica, una serie televisiva, un artista musicale o una squadra sportiva. Queste comunità offrono senso di appartenenza, identità e condivisione di valori comuni, manifestandosi in forme diverse: dai fan occasionali ai ‘superfan’ altamente coinvolti“. Altro che poster in camera.

La questione è persino più complessa, tanto che esistono ricerche accademiche sui fenomeni di bullismo e aggressività che possono emergere all’interno dei fandom. Secondo il Journal of Consumer Culture — e qui tocca fare sul serio — i fandom non sono solo comunità di appassionati, ma spazi sociali e culturali in cui si negoziano valori, gerarchie, appartenenze e riconoscimento. In altre parole, l’artista smette di essere un semplice prodotto culturale e diventa un simbolo identitario, capace di incarnare stili di vita, visioni del mondo, persino posizioni morali. È per questo che una critica, una battuta o un giudizio percepito come sleale non vengono vissuti come opinioni legittime, ma come attacchi diretti alla comunità — e quindi all’identità personale dei fan.

Sta tutto qui: una critica legittima, un “non mi piace”, perfino qualcosa di più ruvido, può trasformarsi in un’aggressione identitaria. Quando l’investimento emotivo cresce e il senso di appartenenza si rafforza, il dissenso viene delegittimato e sostituito da una logica polarizzante di “noi contro loro”. I social amplificano il meccanismo, trasformando i fandom in micro-collettivi pronti a mobilitarsi, difendere il proprio idolo, attaccare l’altro campo e riscrivere il racconto pubblico degli eventi. Così, spiegano gli studiosi, il conflitto smette di riguardare musica, talento o scelte artistiche e diventa una battaglia simbolica per il riconoscimento, in cui ogni schieramento rafforza se stesso attraverso lo scontro.

Non è più “la cover di Due vite fatta da Pausini e Lieb è brutta”, ma una guerra tra fan. Ed è un copione che ritorna, spesso in forme ancora più feroci. Un giorno parleremo del fandom del Grande Fratello, dei fandom spontanei e di quelli costruiti a tavolino. Ma quel giorno non è oggi.

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Il Fatto Quotidiano

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