Per secoli, le mura domestiche non sono state un rifugio d'amore, ma il palcoscenico di un potere assoluto. Ripercorriamo le tappe che hanno portato all'emancipazione dal patriarcato in Italia attraverso l'articolo "Sotto lo stesso tetto", tratto dagli archivi di Focus Storia.. "Un'istituzione assurda, nociva e preistorica, [...] una grottesca pigiatura di anime e di nervi. Tre martiri, un carnefice, una pazza assoluta, un tiranno. Tutti soffrono, si deprimono, si esauriscono, si incretiniscono".
Con queste parole al vetriolo Filippo Tommaso Marinetti ritraeva la famiglia italiana nel manifesto futurista Contro il matrimonio del 1919. Un pamphlet per denunciare la "quotidiana scuola di paura", così distante dai discorsi dei benpensanti e dalle placide espressioni dei volti sulle foto di famiglia, eppure così vicina alle cupe atmosfere che, in molti casi – fatte salve felici eccezioni – e in tutti i ceti sociali, si respirarono per lunghi secoli tra le mura domestiche, condizionate da matrimoni senza amore, violenza (impunita), punizioni corporali, angherie e rivalità. Immersi per tutta la vita in gruppi eterogenei di nonni, genitori, zii, cugini, fratelli, nipoti, che dividevano tavole imbandite, gioie e dolori. Ma dove comandava uno solo: il patriarca.. PADRE E PADRONE. Il peccato originale risaliva all'etimologia della parola "famiglia": derivata dal latino familia, che in tempi antichi indicava il gruppo di servi e schiavi patrimonio del capo della casa. Il termine estese poi il suo significato a tutto il clan subordinato al pater familias.
Un padre padrone dotato di potere illimitato che lo autorizzava a vendere (ius vendendi), cedere (ius noxae dandi), avere diritto di abbandono (ius exponendi), di vita e di morte (ius vitae necisque) sulle sue stesse creature. Un architrave del patriarcato sopravvissuto, immutabile, attraverso i cataclismi dei secoli positivi. E che plasmò relazioni personali, politiche, destini.. Tutti Sotto lo stesso tetto. Ma se il copione era identico, il palcoscenico cambiò attraverso le epoche. Come anche la struttura della famiglia, le regole di formazione, riti e ruoli. Mentre nel Medioevo i centri urbani si svuotavano sotto il peso di invasioni, guerre, epidemie di peste, nei castelli e nei palazzi nobiliari prese forma quella che lo storico Peter Laslett (1915-2001) chiamò "famiglia estesa o multipla". «L'estensione poteva essere in senso verticale, con più generazioni conviventi, o orizzontali, con due o più fratelli sposati» esemplifica il sociologo Marzio Barbagli nel saggio Sotto lo stesso tetto. Mutamenti della famiglia italiana dal XV al XX secolo (Il Mulino).. Famiglia allargata. La schiera dei parenti conviventi raggiunse numeri consistenti: nel 1480, la famiglia dei fratelli Michele, Jacopo, Simone e Guglielmo Rucellai, patrizi fiorentini, contava 18 persone. Alle quali aggiungere damigelle, ancelle, credenzieri, stallieri. «Il conte Giovanni Jacobo Giusti era a capo di una famiglia di 57 persone, 43 delle quali di servizio», continua Barbagli. «Le famiglie numerose non erano solo dettate dall'affetto o dal risparmio delle spese domestiche, ma dall'integrità dei patrimoni. Il regime successorio più diffuso all'epoca, il patrilineare invisibile, assegnava status e eredità al solo maschio primogenito». Restare vicini era una necessità.. DIRITTO DI NASCITA. La gerarchia familiare era nota. «Nelle casate aristocratiche tutte le posizioni erano fissate in base all'età, il sesso, l'ordine di nascita. Al vertice c'era il capostipite, arbitro dei costumi. Era lui a stabilire quali dei figli si dovesse sposare, con chi e a che età», prosegue Barbagli. L'immagine di rampolli viziati dedotta dai dipinti di corte spesso era falsa. I piccoli di casa erano pedine sullo scacchiere delle relazioni pubbliche.
Se nasceva una femmina, il dilemma paterno era "maritar o monacar"? Velo o matrimonio? L'alternativa peggiore la condannava alla zitellaggine. "Molte fanciulle", osservava lo scrittore Giuliano de Ricci nel 1573, "se ne restano in casa de li padri che per non aver il modo di maritarle convenientemente se le lassano invecchiare in casa".. Il primogenito. Dopo nozze combinate per esigenze dinastiche, il primogenito restava a vivere con genitori e parenti vari. L'ingresso della nuora a casa dei suoceri ispirava terrore. "Partito che sarà da te quel rossore e quel timore", consigliava nel 1587 Pietro Belmonte alla figlia Laudomia, "voglio che [...] vadi osservando tutte le azioni della famiglia e tutti i costumi della nuova casa [...] tenendo per fermo che qui non hai da stare dieci o venti giorni, ma spendervi tutto il corso della tua vita".. i più piccoli. I fratelli minori vestivano la tonaca ecclesiastica o venivano avviati alla carriera militare. Non restava che bussare alla porta degli zii. «La regola non scritta era che le zie si occupassero delle nipoti e gli zii dei nipoti, insegnando loro creanze e buone maniere», sottolinea Benedetta Morello, docente di Storia moderna all'Università Roma Tre. «In cambio speravano di ottenere assistenza in vecchiaia, poi ricompensata al momento delle ultime volontà».. LA GUERRA DELLE NUORE. Le famiglie contadine dell'Italia moderna centro-settentrionale erano ugualmente numerose, ma per motivi diversi. La sussistenza richiedeva molte braccia e i bambini erano piccoli adulti. A 10-12 anni pascolavano gli animali, accudivano neonati e aiutavano nei campi. L'autorità suprema era, ancora, il capofamiglia (o "capoccia", "reggitore", "vergaro") seguito dalla moglie massaia (o "vergara" o "reggitrice") che gestiva orto e pollaio, dai figli maschi e dalle femmine. All'ultimo posto, le nuore che pulivano, rammendavano, facevano il bucato, dipendevano dai suoceri per scarpe e vestiti.. Gerarchie. Seduto a capotavola, il "capoccia" decideva l'inizio e la fine della cena, dava o toglieva la parola, dirimeva i conflitti, soprattutto quelli tra nuore. La gerarchia favoriva quelle entrate per prime in casa, ma bastava una parola di troppo per inscenare quelle che lo storico ottocentesco Domenico Spadoni chiamò le "terribili guerre femminili" durante le quali gli uomini di casa non prendevano mai posizione.. E L'AMORE MATERNO? Carezze e coccole erano, a quei tempi, un miraggio. Allevati, nutriti, istruiti, intrattenuti, puniti da estranei, fino alla fine del XVIII secolo i figli venivano trattati con distacco da madri ricche e povere. «Le aristocratiche obbedivano a un "principio del piacere" in contraddizione con i doveri materni», ha scritto l'autrice femminista Élisabeth Badinter nel saggio L'amore in più. Storia dell'amore materno (Edizioni Tlon). «Le donne artigiane e commercianti partecipavano al lavoro del marito, ritenuto più importante, nei ceti popolari la sussistenza assorbiva tutte le energie familiari».. Pedagogia rudimentale. Pur volendo, lo stile pedagogico dell'epoca raccomandava di tenere i figli a distanza, facendoli sentire inferiori: "Genitori coll'amor loro troppo tenero e sensibile cooperano a corrompere nel costume i Figli, a dar' loro spiritualmente la morte", sentenziò nel 1778 il frate Giovanni Maria Tojetti.
Leggendaria la durezza della nobildonna Adelaide Antici, madre di Giacomo Leopardi: "Non solamente non compiangeva quei genitori che perdevano i loro figli e bambini", scrisse il poeta recanatese, "ma gli invidiava intimamente e sinceramente, perché [...] avevano liberato i genitori dall'incomodo di mantenerli".. Il contributo di napoleone. A tentare di portare un po' di pax domestica fu il Codice Napoleonico (1804), introdotto nel Regno d'Italia: un nuovo regime successorio metteva sullo stesso piano i figli, maschi e femmine, a prescindere dall'ordine di nascita. La patria potestà terminava con la maggiore età (21 anni per le figlie, 25 per i maschi) e, morto il padre, passava alla madre.. DOVERI CONIUGALI. L'avvento della borghesia liberale e lo sviluppo della società industriale fecero diffondere a macchia d'olio il modello di "famiglia coniugale intima", composta da sposi per amore e i loro figli, a casa propria. La liberazione della rete di supporto parentale e la cappa di parenti arcigni o impiccioni non migliorò il clima domestico. Anzi.
Educate secondo la morale cattolica, che imponeva a loro (non allo sposo) di arrivare vergini al matrimonio, "senza sapere nulla della prima notte", come consigliava l'Opuscolo della castità del 1908, le mogli erano destinate, tutta la vita, a sottomettersi a mariti spesso maneschi. Addirittura obbligate, secondo un manifesto ecclesiastico del 7 luglio del 1895, a "volere bene al marito, tacere quando è alterato, essere sottomessa alla madre dei mariti e ai suoi vecchi, essere umile e paziente con le cognate".. angelo del focolare. Ormai identificata nel suo ruolo materno, costretta a vestire i panni di "angelo del focolare", la madre italiana fu poi chiamata a edificare la famiglia ideale fascista. «La disciplina legislativa fascista si incardinò sulla tradizione conservatrice e cattolica italiana che riconosceva all'uomo il ruolo di "capo della famiglia" e il dovere di garantire l'integrità del nucleo familiare», sottolinea lo storico Bruno Maida.
Si arrivò al punto di fissare il numero di figli necessari per ottenere benefici economici: sette per gli impiegati e dieci per gli altri. "Dormi e cresci, figlio mio, / va con l'angelo di Dio; / cresci e tornami un ometto / che già pronto è il tuo moschetto" intonava una famosa ninna nanna.. L'AUTUNNO DEL PATRIARCA. La Seconda guerra mondiale sconvolse equilibri già precari. Prima delle elezioni del 1946, quasi 2 milioni di italiane svolgevano, di fatto, il ruolo di capofamiglia.
La stagione di addio al padre padrone iniziò con l'emancipazione femminile. Una sentenza della Cassazione del 22 febbraio 1956 negò al marito lo ius corrigendi, un potere di derivazione romana, legittimato dal Codice Rocco del 1930, che autorizzava i mariti ad esercitare violenza sulle mogli a scopo correttivo.. Un'epoca di conquiste. Qualche anno dopo, la storica legge sul divorzio (n. 898 del 1970) trasformò il matrimonio in un contratto "revocabile". La spallata definitiva arrivò con la legge 151 del 19 maggio 1975 – varata giusto cinquant'anni fa – che, adeguando il Codice civile alla Costituzione, liberò dalla secolare oppressione domestica. L'art. 143 stabilì: "Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri".
Una svolta epocale, sottolinea Maida. «Vennero cancellate la patria potestà e la dote, abolito il ruolo di capofamiglia, riconosciuta l'eguaglianza di doveri nei confronti dei figli nati sia dentro sia fuori dal matrimonio». Togliendo uno stigma millenario che, come la spada di Damocle, gravava sui figli illegittimi.
Negli ultimi decenni la potestà (poi definita responsabilità) genitoriale ha preso il posto della malfamata patria potestà. E sono esplose famiglie monogenitoriali e di fatto, unite da ciò che Marinetti, nel 1919, definiva "una divinità spaventosa da rovesciare": il sentimento..