Liberarsi della Cina è una scelta di sopravvivenza. Il caso Pirelli secondo il FT
- Postato il 14 gennaio 2026
- Economia
- Di Formiche
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C’è una ragione, piuttosto profonda, per cui Pirelli dovrebbe congedare l’ospite, fino a poco tempo fa padrone di casa, Cina. E quella ragione si chiama mercato. Mancano ancora poche settimane all’entrata in vigore del divieto che impedirà ai produttori di auto di utilizzare tecnologia di società controllate da azionisti cinesi e russi. E il gruppo dei pneumatici italiano, purtroppo, ad oggi rientra nella lista. Pirelli, infatti, utilizza il sistema Cyber Tyre, che costituisce la tecnologia leader dell’azienda ed è centrale per i suoi piani di crescita negli Stati Uniti, che da soli valgono un quinto dei ricavi di Pirelli, e nel resto del mondo. Se Sinochem, il colosso della chimica cinese che oggi ha il 34% della Bicocca, non dovesse farsi da parte, a Pirelli verrebbero nei fatti tagliate le gambe.
E sarebbe davvero un delitto, dal momento che lo scorso anno l’azienda italiana ha fatto incetta di premi e riconoscimenti in giro per il mondo, proprio grazie alla tecnologia Cyber Tyre. Tra i prodotti presentati nel 2025 per il mercato globale, il nuovo P Zero, quinta generazione del pneumatico benchmark per auto sportive. Ora, tanto a Palazzo Chigi, quanto al ministero per le Imprese, la situazione è piuttosto chiara. Premesso che Sinochem ha da tempo perso il grip de facto su Pirelli, sia nel board sia in assemblea, dove non hanno avuto voti sufficienti per bocciare il bilancio e che Camfin, socio al 25,3% ha la possibilità, già peraltro deliberata dalla stessa holding che partecipa il gruppo dei pneumatici, di salire a ridosso del 30%, le possibilità sono essenzialmente due.
Primo, ricorrere alla normativa sul golden power e congelare i voti dei cinesi o, questa la soluzione al momento più caldeggiata, negoziare con Sinochem una diluzione del capitale fino al 10%. Cosa che ai cinesi, forse, andrebbe persino giù senza il rischio di strozzarsi. Una cosa è però certa, qualunque opzione venga presa per mettere i cinesi all’angolo e salvare il business americano di Pirelli, il mercato condivide tale prospettiva. Lo mette nero su bianco anche il Financial Times, in un editoriale dedicato proprio al caso Pirelli.
“Attrarre investitori ricchi può essere una sfida per le aziende e i governi che affrontano tempi difficili. Ma quando questi investitori vengono dalla Cina, mostrare loro la porta di casa può rivelarsi ancora più difficile. Pirelli ha cercato l’auto di Sinochem una decina di anni fa. Non era affatto l’unico. Le entità cinesi erano acquirenti voraci in quel periodo, spendendo 700 miliardi in fusioni e acquisizioni tra il 2016 e il 2021”, scrive il quotidiano della City. “Ma da marzo, gli Stati Uniti vieteranno hardware e software di aziende controllate da azionisti cinesi e che riforniscono l’industria dell’auto Usa. Questo è potenzialmente un problema per Pirelli. La quale, con il 20% delle sue entrate provenienti dagli Stati Uniti, ha buone ragioni per disaccoppiare i suoi legami con la Cina”.
“L’ex amministratore delegato di Pirelli Marco Tronchetti Provera (oggi vicepresidente esecutivo della Bicocca, ndr) ha cercato di convincere i suoi partner cinesi a vendere, senza successo”, chiarisce il Financial Times. Con una domanda di fondo. Qulora Sinochem mettesse davvero la suo quota in Pirelli sul mercato, per fare l’agognato passo indietro, chi se la comprerebbe? “Gli stati del Medio Oriente, ricchi di petrolio, hanno denaro da spendere e sono ancora i benvenuti negli Stati Uniti. Pirelli ha già da parte sua una joint venture con il fondo sovrano dell’Arabia Saudita. Ma se tutto il resto fallisce, potrebbe anche spettare al paese d’origine di Pirelli fare la sua parte per trovare una soluzione a questa pressante sfida”. Insomma, investitori italiani in Pirelli al posto della Cina.