Lo schiavo nella caverna

  • Postato il 11 marzo 2026
  • 0 Copertina
  • Di Il Vostro Giornale
  • 5 Visualizzazioni
Generico marzo 2026

“[…] quale mai sarebbe la loro liberazione dalle catene e la loro guarigione dall’ignoranza; rifletti a quello che accadrebbe se questa si verificasse realmente, qualora uno di questi fosse sciolto e obbligato, all’improvviso, a drizzarsi, a girare la testa, a camminare e volgere gli occhi verso la luce […] le ombre che vedeva prima gli sembrerebbero più vere degli oggetti che ora gli si indicano”. Molti avranno riconosciuto l’estrapolazione dal celeberrimo Mito della Caverna che Platone inserisce all’inizio del libro VII della Repubblica. Sarebbe interessante sottolineare il grande fraintendimento, indotto nei lettori, a causa dell’ambigua traduzione del titolo dell’opera, ma non è di questo che ci occupiamo in questa sede. Vorrei puntare la nostra attenzione sul significato allegorico del mito, sottolinearne l’attualità e stigmatizzare il non trascurabile dettaglio che campeggia, minaccioso e trascurato, nelle righe riportate in apertura. Necessariamente saremo costretti a brevi rimandi al testo platonico, spero che la breve e intermittente sintesi che segue sia comunque sufficente allo scopo: “immagina, dunque, degli uomini in una dimora sotterranea, simile a una caverna, che abbia, lunga quanto l’antro, una vasta entrata aperta verso la luce”, questi uomini, forse inconsapevoli oppure assuefatti, sono costretti all’immobilità. Osservano, obbligatoriamente tutti rivolti nella medesima direzione, il fondo della caverna, sul quale campeggiano forme in movimento. Progressivamente abituati all’oscurità, chi più chi meno, riescono a fare esperienza visiva delle sagome che, essendo l’unico fenomeno esperibile, reputano essere la realtà. Quanto già ci sarebbe da riflettere su questa prima affermazione, ma proseguiamo. Platone non descrive l’eventualità che uno degli “schiavi”, mi si consenta l’utilizzo non del tutto proprio del termine ma palesemente esplicativo, dicevo, che uno degli schiavi sia in grado di prendere coscienza dei ceppi che lo limitano, tenti il movimento e si liberi, proceda verso la luce e conosca l’inganno nel quale era bloccato. Piuttosto afferma, surrettiziamente, che qualcuno, già in possesso della conoscenza del vero, certo per il bene dell’inconsapevole schiavo, decida per suo conto. Il suo intervento è ben descritto nell’introduzione, scioglie dai ceppi e “obbliga” uno di questi a volgere il capo verso la luce: ipotesi che oggi assume connotazioni tanto profetiche quanto inquietanti.

Il filosofo, discepolo di Socrate, era espressione dell’aristocrazia ateniese del tempo, ovvio che si reputasse ben più competente del popolo, come avrebbe potuto supporre la possibilità di un riscatto e di una liberazione che partisse da uno schiavo coraggioso e particolarmente intelligente? Eppure non era passato gran tempo da quando l’oscuro Eraclito e il luminoso Parmenide avevano, pur privi di maestri accademici, spalancato la via a una “visione” preclusa ai più. Interessante, a mio avviso, precisare che sia Eraclito che Parmenide abbiano, per utilizzare l’allegoria platonica, preso coscienza dei ceppi, spezzato gli stessi, si siano sollevati e abbiano intrapreso un viaggio verso la conoscenza ma, il primo per incontrare il perenne fluire del panta rei, il secondo per raggiungere l’eterna immutabilità dell’essere. Senza addentrarci in speculazioni da professionisti del settore, mi sembra evidente che le direzioni intraprese dai due giganti del pensiero siano assolutamente diverse. Eccoci alla prospettiva critica verso Platone e il suo atteggiamento educativo: come possiamo essere certi che la direzione dello sguardo dello schiavo liberato, imposta dal filosofo, sia la sola corretta? Obbligare a osservare il fondo della caverna, come qualcuno non citato deve pur aver fatto, o fare lo stesso, ma rivolgendolo verso la parte opposta, è liberare lo schiavo o imporre diversi ceppi?

Proviamo ora a cimentarci con un’ardita piroetta temporale e riutilizziamo l’allegoria platonica per descrivere la collocazione di intere masse di umani con lo sguardo bloccato verso i propri cellulari. Mi sembra evidente che “i ceppi” abbiano perso l’originaria connotazione materiale e si siano evoluti e specializzati raggiungendo una assoluta efficacia. La mutazione ha addirittura formalizzato un aspetto che, a mio modo di vedere, era implicito anche all’epoca di Platone, ma ora la corresponsabilità degli schiavi alla propria sottomissione si è addirittura raffinata, ora viene riconosciuta come la “libertà del web”. Qualcosa di molto prossimo a questo argomentare è fondamento ai saggi di Baudrillard che, molto acutamente, introduce il concetto di simulacro così che le ombre, nello specifico “video”, assurgano a realtà e verità grazie alla complicità orgogliosa degli spettatori che, non essendo più in grado di vivere la propria esistenza come protagonisti responsabili, osservano lo scorrere della vita dal buco della serratura dei social. Immagine paradigmatica del rovesciamento di ruoli e protagonismi tra il reale e il virtuale, è il perdurare dell’esistenza attiva del cellulare che è sveglio, attivo e presente anche mentre il suo “presunto utilizzatore” sta dormendo. Il cellulare veglia e registra ininterrottamente, coglie i desiderata, esplicitati e non, del suo “servo-proprietario” e lo conferma nelle sue aspettative direzionandone “l’incedere gnoseologico”. Come in una sorta di prigione sotterranea del riflesso condizionato, l’utilizzatore soggiogato posta se stesso, ciò che mangia, quale passeggiata sta effettuando, la festa del suo compleanno con amici, insomma, la sua vita “reale”, in modo tale da renderla “vera” attraverso la conferma della virtualizzazione condivisa. Oggi tutto il privato, formalmente tutelato, è costantemente spiattellato dalla luce onnipresente della condivisione estesa. La luce non traccia sagome indistinte sul fondo di una caverna, non rende vere le forme, al contrario, cancella la profondità, nulla è più vero quando tridimensionale, mentre assurge a dignità di esistenza nella bidimensionalità dell’immagine. Nessuna sfumatura, nemmeno le ombre che sono forme di tridimensionalità psichica, tutto è assolutamente vero e, immediatamente dopo, irrilevante. Sotto l’impero dispotico dell’usa e getta dell’istante, l’essere umano virtualizzato, collettivizzato, mercificato, si consegna a una sorta di moderno nichilismo metafisico. Ma abbandoniamo questa denuncia che appare impervia e lontana!

Torniamo al centro della questione e, in particolare, alla sua inquietante attualità. Intere generazioni autoschiavizzate si mettono in fila per acquistare l’ultimo modello di catena; crescono nella certerra di essere vivi e liberi poiché proprietari del loro padrone; serenamente ingannati dagli algoritmi, si convincono di aver allargato il loro orizzonte imprigionandolo nell’asfittico ambito peripersonale che è limitato dallo sguardo che raggiunge l’opposto confine del cerchio, le mani che tengono il cellulare. Sarà possibile liberare il nuovo schiavo? Indicargli il reale oltre il confine? Lo stesso Platone è pessimista al riguardo, afferma che “le ombre che vedeva prima gli sembrerebbero più vere degli oggetti che ora gli si indicano”, arriva a sostenere che un ipotetico “liberato”, se provasse a tornare tra i suoi ex compagni di prigione per aiutarli, lo farebbe mettendo in pericolo la sua vita stessa. A questo punto elabora una strategia educativa che si occupa di guidare l’organo della vista “nel cercare di dirigerlo, perché esso non è volto dalla parte giusta e guarda là dove non dovrebbe”. A me pare che il buon Platone ben potrebbe essere assunto come guida di un algoritmo in conflitto con quello dominante, ma non necessariamente utile alla liberazione della povera vittima che, seguendo il suo pensiero, abbandonerebbe un padrone e una prospettiva unica per assoggettarsi a un’altra imperatrice. Credo non abbia senso delegare a qualcuno il compito di “liberarci”, specie se imponendoci la sua visione. In quel caso, oltre a divenire debitori di libertà, si scenderebbe ulteriormente nella scala della stessa: aver scelto il proprio dio non rende liberi ma solo credenti, a un solo passo dal raggiungere il baratro del fanatismo e, orribilmente attuale, ci si trasformerebbe in violenti urlatori in cerca di un nemico per sapersi almeno “antagonisti”.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.

Autore
Il Vostro Giornale

Potrebbero anche piacerti