TORINO – Torino il giorno dopo. Quando il capoluogo è alle prese con la conta dei danni, il bilancio esatto dei feriti e dei fermati dopo la guerriglia urbana che per due ore ha messo a ferro e fuoco parte della città. Una violenza inaudita, ma anche ben organizzata e probabilmente prevedibile.
Una manifestazione andata anche oltre le aspettative: secondo gli organizzatori sono state ben 60mila le persone in corteo (ieri la stima era di 50mila); 20mila per Digos. Mille gli agenti schierati. Tre i distinti cortei che pacificamente sono partiti da Porta Susa, Porta Nuova e Palazzo Nuovo e che poi si sono riuniti in un unico gigantesco serpentone.
Pacifici finché una parte dei manifestanti ha deviato dal percorso concordato dalle autorità. Il corteo ha infatti imboccato corso Regina Margherita puntando al civico 47, sede dello storico centro sociale Askatasuna, sgomberato a dicembre.
È stato un attimo e si è scatenato il caos: sono circa 700 gli antagonisti incappucciati armati di scudi rudimentali – in barba ai provvedimenti e ai divieti del questore di Torino – che lanciano petardi, bottiglie e pietre. Lanciano anche molotov e bombe carta. Sono black bloc e arrivano anche dall’estero, a loro non importa il motivo per cui si manifesta, importa la violenza.
La polizia risponde con gas lacrimogeni e idranti.
Dati alle fiamme anche i cassonetti. A fuoco una camionetta della polizia. Presi di mira alcuni giornalisti Rai; colpiti i blindati con sedie e colpi di spranga. Lungo il percorso divelti pali segnaletici, piante ornamentali fuori dai negozi, lanciate lungo il corso biciclette e vasi: è una guerriglia che non si placa. Le forze dell’ordine riescono ad allontanare il corteo da corso Regina Margherita, i manifestanti vengono spinti oltre la Dora.
Ma ciò che si sono lasciati dietro sono strade devastate e feriti. Il bilancio, provvisorio, parla di 30 esponenti delle forze dell’ordine feriti distribuiti tra CTO, Gradenigo, Molinette. Altri, principalmente manifestanti, sono stati medicati all’ospedale Giovanni Bosco. Si parla anche di almeno una decina di fermi, oltre a quelli già effettuati prima ancora che il corteo nazionale avesse inizio.
Mi sono trovato da solo tra gli incappucciati, non so quanti fossero, ma erano tanti. Sono finito per terra. Ho perso il casco mentre mi prendevano a calci. Ho provato a proteggermi la testa. Poi ho sentito un dolore terribile. Ho fatto il mio dovere.
Ha riportato contusioni multiple e una ferita da martello sulla coscia sinistra, poi suturata all’ospedale Molinette di Torino. Qui ieri si sono subito recati a trovarlo e a portargli solidarietà sia il sindaco Lo Russo che il presidente Cirio.
Un’immagine che parla da sola. Saremo sempre dalla parte delle forze dell’ordine. Sempre dalla parte dello Stato, mai con i delinquenti.
Le parole di Alberto Cirio sui social.
La solidarietà unanime
Il Presidente della Repubblica Mattarella ha telefonato al ministro dell’Interno Piantedosi per offrire la propria solidarietà all’agente vittima del pestaggio e a tutti i suoi colleghi. Solidarietà, da più parti, anche alla troupe Rai di Far West aggredita durante il corteo.
Il ministro Piantedosi ha parlato di “antagonisti coperti da una sinistra ipocrita”. Il capo della polizia Pisani ha chiamato l’agente aggredito. Anche l’opposizione condanna i fatti di Torino con la segretaria del Pd Schlein che dà la solidarietà alle forze dell’ordine.
Le violenze viste oggi a Torino fanno schifo, punto e basta. Non può esistere buonismo o giustificazione con chi utilizza la violenza come strumento politico. Agli agenti e agli operatori Rai feriti va tutta la mia solidarietà.
Sono state le parole dell’ex sindaca Appendino.
Durissime le dichiarazioni della premier Giorgia Meloni:
Quanto accaduto oggi a Torino, durante il corteo degli antagonisti contro lo sgombero dello stabile Askatasuna, è grave e inaccettabile.
Uno sgombero legittimo di un immobile occupato illegalmente è stato usato come pretesto per scatenare violenze, incendi, lanci di bombe carta e aggressioni organizzate, fino a colpire un blindato della Polizia. Le immagini dell’agente aggredito parlano da sole: non siamo di fronte a manifestanti, ma a soggetti che agiscono come nemici dello Stato.
A farne le spese sono state le Forze dell’ordine, costrette a fronteggiare una vera guerriglia urbana, e alcuni giornalisti, aggrediti mentre svolgevano il loro lavoro. A loro va la mia piena solidarietà, insieme a quella ai cittadini danneggiati, che hanno pagato il prezzo di una violenza cieca e deliberata.
Questi non sono dissenso né protesta: sono aggressioni violente con l’obiettivo di colpire lo Stato e chi lo rappresenta. E per questo devono essere trattate per ciò che sono, senza sconti e senza giustificazioni.
Il Governo ha fatto la sua parte, rafforzando gli strumenti per contrastare l’impunità. Ora è fondamentale che anche la Magistratura faccia fino in fondo la propria, perché non si ripetano episodi di lassismo che in passato hanno annullato provvedimenti sacrosanti contro chi devasta le nostre città e aggredisce chi le difende.
Difendere la legalità non è una provocazione: è un dovere.
Lo Stato non arretra di fronte alla violenza di finti rivoluzionari abituati all’impunità e sta, senza ambiguità, dalla parte di chi indossa una divisa, di chi fa informazione e di chi rispetta le regole della convivenza civile.