L’ospite regale
- Postato il 11 marzo 2026
- Di Il Foglio
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L’ospite regale
Arnold ed Emmy sono una coppia apparentemente serena. Vivono in uno sperduto paesino isolato nella landa danese. Lui è medico, la moglie si occupa dei tre figli ancora piccoli. Quando hanno dovuto lasciare Copenhagen per trasferirsi in campagna, sei anni prima, a lei si sono riempiti gli occhi di lacrime, ma poi si è adattata di buon grado alla felicità domestica, allietata dall’arrivo della prole.
Nella vita tranquilla e monotona dei due coniugi, in un pomeriggio di carnevale, fa improvvisamente irruzione un ospite inatteso. Vittima di un banale imprevisto, si presenta alla porta un bizzarro personaggio, cerimonioso e facondo, che si scusa per l’invadenza e promette di andarsene quella notte stessa: si fermerà solo poche ore.
Il comportamento dell’intruso è spiazzante. I suoi modi sono impeccabili, anzi fin troppo ossequiosi, ma davvero stravaganti: per una ragione che vuole mantenere riservata, l’ospite non intende presentarsi, e propone ai suoi sbalorditi interlocutori di allestire una cena sontuosa, in abiti eleganti. Del resto, è carnevale, no? Egli dunque chiede di essere chiamato “Principe Carnevale”. Arnold è imbarazzato, indeciso, non trova la forza di mettere alla porta l’intruso, come invece gli suggerisce la moglie. Anzi, prima lui poi lei si fanno contagiare dall’entusiasmo del visitatore, e stanno al suo gioco. Lei, lusingata, indosserà il suo vestito rosa più bello, da principessa, mentre lui sale in soffitta a rispolverare il frac.
Chi sarà mai l’ospite sconosciuto? Quali segreti si celano dietro alla sua artefatta cordialità? Ma soprattutto: quale sarà l’epilogo di questo strano incontro?
“A differenza di Arnold, che era un po’ annebbiato, reggeva benissimo il vino. Il colore delle guance gli si era fatto solo un po’ più intenso e la malizia nei chiari occhi caprini risultava un po’ più evidente. Sembrava un vecchio satiro, così sorridente con la bocca color dell’uva e i riccioli scuri, un po’ ingrigiti, intorno alla lucente calvizie, come un’autunnale corona di pampini”.
L’ospite regale (1908) è un romanzo breve, di forte simbolismo religioso, il cui autore Henrik Pontoppidan (1857-1943) fu premio Nobel per la letteratura nel 1917. Scritto in piena decadenza, il testo riflette un periodo di forte crisi dei valori tradizionali e famigliari, riprendendo il mito biblico della tentazione e della caduta. Nel romanzo è presente un evidente richiamo a Mefistofele e al demone beffardo del Faust goethiano, scrive Fulvio Ferrari nella postfazione. “All’immagine del diavolo si sovrappone poi quella di Pan, il dio dei satiri che viene a risvegliare desideri negati e rimossi”.