Luci ed ombre nell’intervento Usa in Venezuela. La versione di Polillo

  • Postato il 11 gennaio 2026
  • Economia
  • Di Formiche
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Quella di Donald Trump, come chiosato nella conferenza stampa, allestita all’indomani dell’arresto di Nicolás Maduro, sarà stata anche, sul piano militare, una delle “più spettacolari operazioni degli Stati Uniti dalla Seconda guerra mondiale”. Ma lo è stata anche da un punto di vista politico? Il problema merita una riflessione più approfondita. Considerato il vezzo dell’attuale inquilino della Casa Bianca di enfatizzare le cose che lo riguardano, per incastonarle in una sorta di alone onnipotente.

Non a caso, anche questa volta, aveva voluto precisare che era stato lui, in prima persona, a condurre l’operazione. Vi sono alcuni riferimenti storici che vanno ricordati. Nel secolo scorso i rapporti tra gli Stati Uniti ed il continente latino – americano sono stati più che burrascosi. Già allora esisteva non una dottrina Monroe, ma Donroe, come lo stesso Trump ha voluta ri-denominarla. Nel primo caso infatti l’ostilità degli Stati Uniti era rivolta soprattutto contro le vecchie nazioni imperialiste europee, in testa la Spagna, che avevano, in passato, dominato l’intero emisfero e che non avrebbero facilmente rinunciato a interferire nei loro ex possedimenti.

Invece i primi interventi delle truppe statunitensi non furono contro le vecchie potenze europee, ma contro quei regimi che si opponevano alla presenza predatorie di multinazionali come la United Fruit Company, o la Standard Fruit Company che spadroneggiavano in Paesi come l’Honduras, e più tardi il Guatemala. Oppure per impedire al Nicaragua di costruire un canale che avrebbe fatto concorrenza a quello di Panama, in quegli anni saldamente in mano agli americani.

Per questo il Paese fu occupato dalle truppe di Washington, che vi rimasero fino al 1933, costretti alla fine a cedere alla rivoluzione guidata da generale Anastasio Cesar Sandino. Che, a sua volta, rimase al potere solo per tre anni prima di essere ucciso, per essere sostituito da Anastasio Somoza che tiranneggiò il Paese, insieme ai suoi figli, fino al 1979.

Negli anni successivi, se si esclude il tentativo di sbarco alla Baia dei porci, contro Cuba, l’intervento divenne più discreto. La maldestra azione condotta contro il regime castrista, aveva portato alla successiva “guerra dei missili” tra gli stessi Stati Uniti e la Russia di Nikita Krusciov, portando il mondo ad un passo della catastrofe nucleare. Da allora le azioni rivolte contro quei regimi, che Washington considerava ostili, divennero più coperte. Nessun intervento diretto delle truppe, ma operazioni clandestine affidate soprattutto alla Cia. Tanto più che si trattava di interventi che avrebbero preso di mira non piccoli Paesi, come in precedenza, ma il Gotha del Continente Sub Americano.

Brasile, Cile, ed Argentina ne furono gli episodi più clamorosi. In tutti questi casi, l’azione fu condotta dall’interno, facendo leva su quelle forze locali che non appoggiavano i legittimi Governi. In Brasile Joao Goulart, in Cile Salvator Allende, in Argentina, infine, Isabel Martinez de Peron. In tutte le successive operazioni, i militari dei singoli Paesi ebbero un ruolo determinante. L’appoggio di Washington rimase invece sotterraneo. Come coperto rimase nei casi ancora più recenti dei “Contras”: le milizie controrivoluzionarie che in Nicaragua combatterono contro i sandinisti. Che, a loro volta, avevano rovesciato la dittatura di Anastasio Somoza.

Ultimo episodio in ordine di tempo, infine, il caso di Panama. Che portò alla defenestrazione di Manuela Noriega. Quest’ultimo era stato un uomo della CIA, con la quale aveva a lungo collaborato. Con il trascorrere del tempo i rapporti si erano deteriorati, anche perché non aveva disdegnato di partecipare in prima persona al traffico di droga verso gli Stati Uniti. Attività poi scoperta e denunciata dai media americani. Fu allora che Ronald Reagan, nel frattempo divenuto Presidente degli Stati Uniti, ne chiese le dimissioni. Che tuttavia non vennero mai concesse.

Seguirono mesi di tensione e tentativi di rovesciare Noriega, con il ricorso alle urne. Ma quest’ultimo, come nel caso del Venezuela, rifiutò il responso elettorale, annullando i relativi risultati. Alla fine toccò a George Bush padre decidere l’invasione, prendendo a pretesto l’uccisione di alcuni militari degli Stati Uniti, ma soprattutto a causa del forte allineamento di Noriega con le potenze del male: Russia, Cuba, Nicaragua e Libia di Gheddafi.

Ricordando questi precedenti è facile vedere le differenze con il caso venezuelano. Se si escludono i fatti di Panama, il minimo che si può dire è che si sia tornati alle origini. A vecchie reminiscenze dell’imperialismo yankee. Il che non può che sorprendere. Dall’intervento indiretto si è nuovamente passati a quello diretto, come all’inizio del XX secolo. Ma con uno schieramento di forze di fronte le coste venezuelane, senza precedenti. Come spiegare tutto questo?
In passato l’operare sotto copertura era anche motivato dalla necessità di non giungere ad uno scontro diretto con le grandi potenze – soprattutto la Russia sovietica – ch’erano i principali supporter dei regimi poi rovesciati. Di fronte al mondo era necessario far sì che certe denunce non potessero essere provate. O tuttalpiù lo potessero essere solo dopo anni. Anche nel caso del Venezuela, a parte il petrolio, l’esigenza era la stessa. Espungere dal “giardino di casa” una presenza, come quella russa, cinese od iraniana, ch’era divenuta debordante ed eccessiva. Senza dimenticare, per altro, il supporto cubano, in grado di garantire il massimo appoggio al regime di Maduro.

A differenza del passato, tuttavia, questa volta l’intervento era avvenuto completamente alla luce del sole. In più Donald Trump ci aveva messo del suo, convocando una conferenza stampa in cui esaltava, quasi senza ritegno, il successo dell’intera operazione. Elevata a simbolo della grande potenza militare americana. Un fatto insolito negli annali della diplomazia occidentale. Spiegabile solo come un gesto di sfida nei confronti dei propri antichi rivali. A sua volta riflesso del mutamento reale intervenuto, a proprio favore, nei rapporti di forza tra i principali protagonisti della geopolitica mondiale.

Una valutazione realistica? Sembrerebbe di sì. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e quattro anni di una guerra impantanata ne hanno messo in evidenza la relativa debolezza. Forse Putin, alla fine, non perderà; ma certamente avrà dimostrato, fin da ora, la sua debolezza strategica. La sua incapacità di portare a casa quei risultati che si era proposto con “l’operazione militare speciale”, e che, ancora oggi, non sembrano essere a portata di mano. Se la Russia non riesce a vincere una guerra locale, può avere ancora l’ambizione di incidere nel “giardino” di casa degli Stati Uniti? Questo deve essere stato il ragionamento degli strateghi di Washington, prima di varare l’operazione Maduro. Per poi confermare il tutto sequestrando le petroliere ombra, alcune delle quali battenti bandiera russa.

Tempestivo, allora, l’intervento? I dubbi riguardano il retroterra politico dell’operazione venezuelana. Quell’aver dovuto far ricorso all’assalto delle truppe speciali dimostrava gli scarsi risultati ottenuti dal lavoro di intelligence. Nonostante l’opposizione interna nei confronti di Maduro, gli Stati Uniti non erano riusciti ad organizzare qualcosa che fosse lontanamente paragonabile al golpe cileno o quello argentino. Contraddizioni che oggi risultano evidenti. Il Deep State venezuelano è ancora integro, nonostante la cattura del suo Presidente. Delcy Rodriguez, la sua vice, ne ha preso il posto ed insieme a suo fratello Jorge, presidente dell’Assemblea nazionale, garantisce all’ancien regime la necessaria continuità.

I suoi uomini forti Diosdado Cabello, ministro degli Interni, ed il capo dell’esercito e ministro della Difesa Vladimir López sono rimasti al loro posto. Esercito e polizia non hanno deposto le armi. Sono quindi completamente in grado di controllare il Paese. Al momento, pertanto, non esiste alcuna transizione messa in atto dall’intervento. Ci sarà in seguito? E chi può dirlo. Non dimentichiamo tuttavia ciò che l’avventurismo di precedenti Presidenti americani ha prodotto in altri parti del mondo. Come nell’Iraq di Saddam Hussein o nella Libia di Gheddafi. A distanza di anni, se ne stanno ancora pagando le conseguenze.

Autore
Formiche

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