Luigi Bobbio: "La morte dell'Anm". La toga scatenata: "Perché voto sì"

  • Postato il 12 marzo 2026
  • Giustizia
  • Di Libero Quotidiano
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Luigi Bobbio: "La morte dell'Anm". La toga scatenata: "Perché voto sì"

Ancora dieci giorni e si voterà sulla riforma della giustizia e il dibattito è sempre più acceso. Chi, tra i magistrati, ha scelto di esporsi è Luigi Bobbio, giudice al Tribunale di Nocera Inferiore ed ex senatore di Alleanza Nazionale. Intervistato da La Stampa, Bobbio ha le idee chiare: “La riforma significa di fatto la morte dell'Associazione nazionale magistrati, la perdita del suo controllo sulle toghe”. Bobbio, tra i fondatori del comitato “Sì Separa” della Fondazione Luigi Einaudi, annuncia senza esitazioni come voterà al referendum: “Sì, certo. Nella vita ci vuole un minimo di coerenza”.

Quindici anni in Procura a Napoli, otto dei quali nella Direzione distrettuale antimafia, poi la parentesi politica e infine il ritorno in magistratura. In mezzo anche l’esperienza da capo di gabinetto di Giorgia Meloni, quando era ministra della Gioventù nel governo di Silvio Berlusconi. Secondo Bobbio, il punto decisivo della riforma è il sistema di selezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura. “Ed è proprio su questo che l'Anm si infervora. Con questa riforma, l'Anm perderà il controllo sulla magistratura. Checché ne dicano i buonisti, le correnti sono una questione di potere”. Il magistrato respinge poi l’accusa più pesante mossa dai critici della riforma: l’idea che il governo voglia mettere il cappello sulla magistratura.

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“È una menzogna. Chi sostiene questo agita fantasmi privi di consistenza”. Non si poteva, poi, parlare delle frasi sconvenienti di Giusi Bartolozzi, membro del ministero della Giustizia guidato da Carlo Nordio. “Le espressioni sono sicuramente forti, ma la sostanza non è lontana dalla realtà”, osserva Bobbio, invitando però a capire il contesto: “Bartolozzi si trova nel tritacarne giudiziario, bisogna provare a capire il suo punto di vista”. Per Bobbio la riforma è necessaria anche per spezzare un sistema di potere interno. “Con un unico Csm c'è un potere di intimidazione e controllo”. E avverte: senza amici tra le correnti, “il destino è segnato. Un giudice – ad esempio - che deve respingere la richiesta di un pubblico ministero avrà difficoltà a farlo se questo ha amici nell'ufficio direttivo del Csm che dovrà decidere della sua carriera. Io non ho mai chiesto protezione a nessuno. Ma c'è un limite di decenza”.

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Libero Quotidiano

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