L’ultima stagione di Giorgio de Chirico: la Neometafisica in mostra al Palazzo dei Musei di Modena
- Postato il 23 gennaio 2026
- Arte Moderna
- Di Artribune
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Nel 1968 Giorgio de Chirico aveva di 80 anni suonati e, nonostante l’età ragguardevole, continuava a dipingere tutti i giorni. Non solo: nell’epoca del boom economico e quasi in corrispondenza con il maggio francese, il “pictor optimus” inaugurò un nuovo filone di ricerca basato sì sui dipinti della Metafisica del secondo decennio del Novecento, ma nelle nuove opere introdusse nuovi temi e rielaborò i soggetti ricavandone lavori del tutto originali. Questa nuova impresa fu battezzata “Neometafisica” da Wieland Schmied nel 1970 e oggi una mostra allestita nella nuova ala del Palazzo dei Musei di Modena riunisce circa 50 opere, tutte di proprietà della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico.

La mostra dedicata a Giorgio de Chirico a Modena
Il progetto ha alcune opere in comune con l’esposizione Metafisica continua allestita tra 2023 e 2024 a Conegliano Veneto – anch’essa dedicata soprattutto all’ultima stagione pittorica del maestro – e si pone l’obiettivo di valorizzare quello straordinario decennio compreso tra la nascita della Neometafisica e la morte di de Chirico, avvenuta nel 1978. Un momento artistico che peraltro già all’epoca suscitò aspre critiche da parte di chi non comprendeva come la ripresa da parte di de Chirico dei suoi dipinti realizzati di mezzo secolo prima contenesse sia motivi innovativi, sia un’atmosfera più luminosa e una componente ludica e serena inesistenti nei lavori di primo Novecento. Le nuove opere dell’artista venivano inoltre considerate, come racconta la curatrice della mostra di Modena, Elena Pontiggia, “un escamotage a favore dei collezionisti che non potevano più trovare sul mercato i dipinti degli anni Dieci, ormai collocati in prestigiose collezioni o musei”.
Come sono i dipinti Neometafisici?
Attorno alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, de Chirico aveva delle visioni di quadri, nel momento del dormiveglia, che riprendevano le prime opere metafisiche ma con nuove declinazioni e invenzioni, racconta ancora Pontiggia. “Per questi quadri non si può parlare quindi di repliche (che peraltro l’artista eseguì per tutta la sua vita) e soprattutto il ‘tono’ è molto diverso: mentre nella prima Metafisica l’artista esprimeva un senso drammatico di assurdità, una consapevolezza che la vita e la materia stessa fossero insensate, negli ultimi anni della sua vita guardò invece a figure e cose con maggior indulgenza”, spiega la curatrice, che riporta un esempio chiarificatore: “Nell’Ettore e Andromaca del 1917 il pittore adombra il destino tragico dei soldati che andavano a morire sul fronte della Prima guerra mondiale; lo stesso soggetto dipinto nel 1968 ritrae i due protagonisti davanti all’esercito schierato alle mura di Troia e, anche se sappiamo che la vicenda finirà drammaticamente, nulla in quest’opera racconta del congedo doloroso tra i due”. Inoltre, i colori delle tele realizzate tra 1968 e 1978 diventano squillanti, luminosi, tanto da essere avvicinati a quelli della Pop Art; in realtà, continua Pontiggia, “de Chirico non aveva bisogno di guardare alla Pop Art, semmai era il contrario; un senso cromatico più felice era tuttavia nell’aria”. Anche i giocattoli che a volte fanno capolino nelle tele del pittore assumono un differente significato e si arricchiscono di un senso ludico e scherzoso. Si individuano inoltre alcuni motivi inediti, in particolare la voluta, che talvolta sembra mettere “tra parentesi” l’immagine, e le figure zigrinate (“come una specie di groppa di dinosauro”, le definisce la curatrice): emblematico in tal senso è Battaglia sul ponte del 1969.
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De Chirico a Modena: sintesi di una lunga e geniale carriera
Ripercorrendo la sequenza di opere in mostra si scorgono inoltre tracce più o meno marcate di tutta la ricerca pittorica di de Chirico: vi compaiono il motivo del sole e luna nella stanza che aveva avuto origine negli Anni Trenta; i cavalli degli anni Quaranta, le nature morte e altri dettagli che evocano la fase “barocca” del maestro, quando riprendeva Rubens e Delacroix e usava pennellate grasse, mentre nei dipinti dell’epoca Neometafisica il segno è più nitido e definito. Il dialogo più intenso rimane comunque quello con la prima Metafisica, e riconosciamo allora i manichini senza volto, le vedute di città deserte, le ciminiere, gli archeologi, le rovine e le architetture antiche, ma tutto è tradotto alla luce di un nuovo spirito del tempo: non più un’età di distruzione, di disfacimento come quella che ha anticipato e seguito la Prima guerra mondiale, ma un’epoca di benessere e di fiducia che ha portato Giorgio de Chirico a meditare con più leggerezza sul destino dell’umanità.
Marta Santacatterina
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