L’unico plotone d’esecuzione serve contro gli autosabotatori del Sì
- Postato il 11 marzo 2026
- Di Il Foglio
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L’unico plotone d’esecuzione serve contro gli autosabotatori del Sì
Al direttore - Se fosse vissuto oggi, non oso pensare alla bolletta della luce di Giuseppe Ungaretti quando s’illuminava d’immenso.
Michele Magno
Al direttore - Leggo oggi lunedì 9, con ammirazione e disperazione, il bellissimo articolo di Pierluigi Battista sulle gogne antioccidentali che si stanno diffondendo anche in questo paese. Dovrebbe esservi una barriera contro questa delinquenza politica e linguistica. E invece dilaga. Tranne la vostra eccezione e poche altre, l’intero sistema mediatico sembra esserne schiavo. E invece ci si deve opporre a tutto questo con forza: se non ora, quando?
Mario Martinelli
Al direttore - Uno spettro si aggira per l’Italia referendaria ed è quello di Mani Pulite. Non c’è da sorprendersi: l’aspra contrapposizione tra le forze conservatrici del No e quelle riformiste del Sì riporta alla mente lo scontro ideologico che, dopo gli iniziali entusiasmi, si consumò intorno al deplorevole operato dei pubblici ministeri di Milano e dei tanti epigoni delle altre procure d’Italia che conquistarono la ribalta a spese della classe dirigente dell’epoca. Quel che sorprende, invece, è la postura gregaria di una parte dell’Avvocatura che, a più di trent’anni di distanza dalla rivoluzione giudiziaria del ’92, non riesce proprio a scrollarsi di dosso la vocazione “a non disturbare il manovratore”. E che voterà per il No alla separazione delle carriere pur di non rinnegare la propria servile adesione (e le laute prebende professionali che talora ne sono derivate…) alle istanze etiche e politiche – chiamiamole così, per carità di patria – di una sempre potentissima magistratura militante. Comunque vada a finire il referendum, il segnale è preoccupante. All’indomani del voto, occorrerà tornare a interrogarsi sul ruolo sociale dell’avvocato, che non è quello di mero “ausiliare della giustizia” – come vorrebbero certe dottrine autoritarie che ancora scorrono nelle vene del paese – ma quello di baluardo del giusto processo e del diritto di difesa nell’interesse dei cittadini.
Paolo Di Fresco, presidente del Comitato Sergio Moroni per il Sì al referendum
Una ragione ulteriore per votare Sì alla riforma costituzionale è legata a un effetto deleterio possibile della vittoria del No. Il primo effetto deleterio è ovvio: rendere impossibile un tentativo persino timido di rendere i giudici più terzi, di rendere le correnti della magistratura meno forti, di rendere i magistrati più responsabili di fronte ai possibili errori. Il secondo effetto deleterio è meno ovvio: affossare la riforma significa tutelare lo status quo e ogni tentativo futuro di superarlo diventerà ancora più difficile anche di fronte a uno status quo che non funziona, e in cui il magistrato che sbaglia non è mai responsabile dei suoi errori, in cui un magistrato che vuole fare carriera per merito e non appartenenza avrà poche possibilità, in cui un avvocato che sogna di avere un pubblico ministero meno vicino a un giudice avrà meno possibilità di averlo. Per questo, forse, l’unico plotone d’esecuzione che il governo dovrebbe mettere in campo è quello per sbarazzarsi, con urgenza e con affetto, degli imbarazzanti e ridicoli autosabotatori del Sì.
Al direttore - La Biennale del Dissenso, capolavoro di Carlo Ripa di Meana, provocò nel 1977 le proteste sovietiche e le alzate di scudi di Giulio Carlo Argan e compagni, teleguidati da Mosca. Facciamo in modo che l’inopinato invito di Pietrangelo Buttafuoco alla Federazione russa per la Biennale 2026 scateni analogo nervosismo in Vladimir Putin e nei troppi putiniani che circolano tra noi. La Biennale 2026 scateni, col contributo del ministro Giuli, un palinsesto di mostre e di incontri dedicati alla dissidenza oggi in Russia. Non perdiamo l’occasione per raccontare le malefatte del dittatore, per difendere la libertà.
Corrado Beldì
Al direttore - L’improvvida esternazione della dottoressa Bartolozzi ha avvalorato plasticamente l’argomento secondo il quale la riforma costituzionale servirebbe a tutelare i “politici” dediti a comportamenti delittuosi e non già la generalità dei cittadini. Per questo l’abbiamo maledetta mille volte, evocando i troppi profili di inadeguatezza dell’attuale governo e l’oggettiva difficoltà della destra italiana a condurre in porto una battaglia liberale come quella della separazione delle carriere. Nessuno ha invece ricordato con la dovuta attenzione che la procura di Roma ha aperto a suo carico un procedimento penale per false informazioni al pubblico ministero nell’ambito di una vicenda che lo stesso Tribunale dei ministri aveva ritenuto eminentemente politica e per questo sottratta alla valutazione giurisdizionale. E allora: muoiano pure Nordio, Meloni e tutti i filistei, ma non facciamo finta che in questo paese sia davvero possibile governare serenamente senza un accordo politico con la magistratura.
Francesco Compagna
Definire un plotone d’esecuzione i magistrati, evidentemente, è una follia autolesionistica. Far finta che Bartolozzi non abbia trovato di fronte a sé qualcosa di simile a un plotone d’esecuzione con l’indagine a suo carico sarebbe però altrettanto sbagliato. Per i più distratti. La procura di Roma sta provando a coinvolgere la Bartolozzi nell’indagine che ha riguardato Nordio, Meloni, Mantovano sul caso al Masri, dopo l’archiviazione del Tribunale dei ministri sulla stessa vicenda. Lo ha fatto per molte ragioni. Una di queste non può sfuggire: avere una possibilità in più di dimostrare attraverso una via laterale ciò che non si è riusciti a dimostrare attraverso la via centrale. Vieni avanti, plotoncino.
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