Marta Petrusewicz, mente libera e profonda dalla parte del Meridione

  • Postato il 6 febbraio 2026
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Marta Petrusewicz, mente libera e profonda dalla parte del Meridione

Se ne è andata Marta Petrusewicz, la grande storica polacca, cittadina calabrese e sempre dalla parte del Meridione


«È scomparsa a 77 anni Marta Petrusewicz, storica di fama internazionale, accademica di grande prestigio e figura politica di rilievo. Nata a Varsavia, in Polonia, aveva scelto l’Italia, e in particolare la Calabria, come luogo di vita e di impegno civile».
Così recitano in queste ore le notizie di agenzia, riassumendo burocraticamente una vita così ricca e multiforme che è davvero un’ardua impresa riassumerla, senza perderne le mille pieghe e le tante sfaccettature, che Marta ha saputo custodire e tenere assieme, coniugandole in un percorso nomade ma sempre orientato e di volta in volta empatico con i luoghi e le persone. Tutti quelli che l’hanno conosciuta da vicino ora ricordano il suo sorriso e la sua generosità, mai disgiunti dal rigore della ricerca e dell’impegno civile e politico.

Marta Petrusewicz, nata a Varsavia il 25 aprile del 1948, in una famiglia ebraica, si è spenta mercoledì scorso nella sua casa calabrese, immersa nel verde di una collina di Arcavàcata, a quattro passi dal campus dell’Università della Calabria.
Prima di venire a studiare in Italia, all’Università di Bologna, aveva vissuto da giovanissima gli entusiasmi e le passioni della rivolta studentesca del Sessantotto in Polonia. Ma dall’Alma Mater bolognese, già nei primi anni Settanta, venne più a Sud per vedere da vicino e vivere dall’interno l’avventura di una università residenziale ad indirizzo tecnologico e d’impianto anglosassone, appena fondata nella regione più periferica e povera della Penisola.

LA CALABRIA NEL CUORE DI MARTA PETRUSEWICZ

Fu una immersione fertilissima di risultati, vissuta assieme a tanti intellettuali e accademici giunti da ogni parte d’Italia, attratti da quella sfida culturale. La Calabria entrò nel cuore di Marta Petrusewicz, che dedicò alla storia ottocentesca della regione il suo libro più noto e apprezzato: Latifondo. Economia morale e vita materiale in una periferia dell’Ottocento (Marsilio, 1989), che più tardi sarebbe stato tradotto e pubblicato anche negli Stati Uniti (University of Michigan Press, 1996). La monografia è divenuta un classico della storiografia sul Mezzogiorno, per la sua attenzione alle strutture materiali della vita quotidiana, alle conflittualità sociali e alle disuguaglianze, studiate con un approccio interdisciplinare e un metodo comparativo, che interroga criticamente i binomi modernità/tradizione, sviluppo/arretratezza, centro/periferia.

Da allora Marta Petrusewicz non avrebbe mai più distolto lo sguardo dal latifondo silano-crotonese, dai suoi baroni e dai suoi contadini; ma senza mai rimaner ferma, né mentalmente, né fisicamente. Dopo pochi anni, infatti, in seguito alle tempeste politiche del Settantasette, la sua carriera accademica e la sua vita sentimentale l’avrebbero portata negli Stati Uniti, dove sarebbe rimasta per circa trent’anni, accompagnando le traversie del suo compagno di vita, Franco Piperno, calabrese di Catanzaro e professore di Fisica all’Unical; il quale, dopo esser stato uno dei leader di «Potere Operaio», una delle più attive formazioni extraparlamentari di sinistra di quel tempo, era stato costretto alla fuga in Canada.

FRANCO PIPERNO COMPAGNO DI VITA

Passata la tempesta, i due si sarebbero ritrovati di nuovo in Calabria, sulle colline di Arcavàcata. Questa volta, però, Marta non era più una giovane e curiosa ricercatrice polacca, ma un’accademica che aveva alle spalle anni di insegnamento nelle Università di Harvard, Princeton e nella Cuny (la City University of New York).
La Calabria tornava al centro delle passioni culturali, scientifiche e politiche di entrambi. Piperno sarebbe stato Assessore alla Cultura di Giacomo Mancini, il grande leader socialista divenuto sindaco di Cosenza, e più tardi Marta sarebbe stata Assessora alla Cultura di Rende, a due passi dall’Unical.

Un anno fa, davanti alla camera ardente di Franco Piperno, scomparso dopo una lunga malattia, Marta Petrusewicz avrebbe ricordato commossa «un compagno di vita, di avventure e di sventure».
Nelle scelte di vita di Marta, tuttavia, vanno colte anche la marcata indipendenza di giudizio e la ricchezza della sua formazione culturale, lontana anni luce dalle semplificazioni ideologiche. Qualità, queste, che le hanno consentito di tenere assieme mondi distanti come la Polonia e l’ebraismo da un lato, la Calabria e il Mediterraneo dall’altro, passando attraverso gli stimoli e le suggestioni del suo lunghissimo soggiorno americano.

Non fu un caso se una dozzina d’anni fa ebbi la fortuna di conoscere e di intervistare – nella sua casa sempre accogliente di Arcavàcata – Karol Modzelewski, eminente storico polacco, ma anche capo storico dell’opposizione polacca di sinistra e cofondatore del movimento di Solidarnosc, che in quei giorni era lì suo ospite.
Varsavia e la Polonia sono sempre rimaste nel cuore di Marta, anche vivendo in Calabria. Peraltro, tanti sanno che la sua casa newyorchese era spesso meta dei suoi amici italiani. Il che conferma la sua personalità estroversa, la sua empatia e la coesistenza di una molteplicità di mondi nella sua vita.

LA PRODUZIONE STORIOGRAFICA

Ora, in occasione della sua improvvisa scomparsa, voglio però ricordare alcune tappe della sua produzione storiografica e del suo lavoro di organizzatrice culturale, anche per rimarcare, per un verso, il vuoto che lascia tra noi e, per l’altro, gli stimoli che il suo esempio consegna ai giovani studiosi che lei ha sempre generosamente aiutato e orientato.
Dopo il suo ormai classico Latifondo, Marta Petrusewicz ha affrontato nodi importanti della storia del Risorgimento e del Mezzogiorno. Il suo volume dal titolo Come il Meridione divenne una Questione (Rubbettino, 1998) ha illustrato la “invenzione” del Mezzogiorno proposta dai viaggiatori romantici del Grand Tour e dagli esuli meridionali durante il Risorgimento.

Successivamente ha curato, assieme a Jane e Peter Schneider, un volume dal titolo I Sud. Conoscere, capire, cambiare (Il Mulino, 2009), nel quale chiamando a raccolta studiosi di diverse nazionalità propone di liberarsi dallo schema che ci ha abituati a relegare i Sud al rango di periferie del mondo, visto anche che nei Sud del mondo stanno avendo luogo i cambiamenti più significativi.

L’ATTIVITA’ DI ORGANIZZATRICE CULTURALE

Come organizzatrice culturale, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, ha messo in piedi all’Unical un convegno internazionale, coordinato da illustri italianisti stranieri come Gilles Pécout, Maurice Aymard e John Davis. Ne è nato un gran libro, nel quale lei stessa esordisce, parafrasando Braudel: «L’Italia si chiama molteplicità». Aggiungendo poi, pur riconoscendo naturalmente la modernità dello Stato-Nazione, che «la molteplicità ha da sempre costituito la vera forza e l’originalità della millenaria e variegata storia dell’idea unitaria in Italia» (Unità multiple. Centocinquant’anni? Unità? Italia?, Rubbettino, 2014).

In ultimo, non posso non ricordare l’ultima volta che ci siamo incontrati piacevolmente in una iniziativa culturale. Fu nella Villa Rendano di Cosenza, dove l’ICSAIC (l’Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea), di cui sono direttore scientifico, aveva organizzato un convegno su «Unità d’Italia, Questione meridionale e mitologie neoborboniche». Marta intervenne con una eccentrica e bella relazione dal titolo: «Tra il troppo e il troppo poco: ascoltare la voce degli sconfitti».
Fu una scelta che confermava deliberatamente la vocazione all’ascolto e l’apertura al dialogo che questa studiosa ha sempre praticato, sapendo coniugare al meglio questa sua disposizione d’animo col rigore metodologico e con una solidissima formazione culturale.
Ci mancherà molto.

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