Messina Denaro, la fine 'normale' di un boss vinto dallo Stato
- Postato il 16 gennaio 2026
- Cronaca
- Di Agi.it
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Messina Denaro, la fine 'normale' di un boss vinto dallo Stato
AGI - Tre anni fa, il 16 gennaio 2023, veniva catturato Matteo Messina Denaro, l'ultimo padrino stragista di Cosa nostra, dopo una latitanza durata 30 anni. I carabinieri del Ros lo bloccarono in una clinica palermitana dove era sottoposto a terapie per un tumore. Morì a L'Aquila nel cui carcere di massima sicurezza era detenuto, il 25 settembre di quello stesso 2023. Aveva 61 anni.
La rete
Diciotto i favoreggiatori arrestati e condannati. Ma proseguono le indagini, coordinate dalla procura di Palermo, sul suo immenso tesoro e sulla vasta rete di complicità. Dopo l'arresto si è proceduto, conferma il procuratore Maurizio De Lucia, "all'individuazione di quelli che lo hanno protetto in maniera ravvicinata: 18 soggetti sono stati individuati, posti in custodia cautelare, processati, alcuni già in secondo grado".
ll sostituto procuratore generale Carlo Marzella ha chiesto alla Corte d'appello di Palermo di aumentare la pena inflitta in primo grado dal Gup all'autista del boss, Giovanni Luppino, l'uomo che era con Messina Denaro la mattina della cattura; aveva avuto 9 anni e 3 mesi, il Pg ora ne chiede 12. "L'altro obiettivo - aggiunge De Lucia alla Tgr Rai Sicilia - è individuare le ricchezze che noi riteniamo essere molto importanti e che sono sparse su diversi territori, non solo nazionali. Si tratta dunque di indagini complicate, ma in questo momento molto avanzate. È molto ragionevole pensare che esistano documenti che noi non abbiamo ancora trovato e che rappresentano un altro dei temi che stiamo indagando".
La fine 'normale' di un boss vinto dallo Stato
C'era tutto un mondo che ruotava attorno a lui: Matteo Messina Denaro, quando fu catturato, aveva 60 anni, circa la metà dei quali trascorsi in latitanza e tra sentenze di condanna in contumacia per stragi, omicidi, estorsioni. Viaggi, relazioni sentimentali, rapporti mafiosi anche internazionali, uno stretto legame con i familiari nonostante decenni di ricerche condotte con i mezzi tecnologici più sofisticati disponibili, avevano scandito una vita segreta e impenetrabile ai tanti esponenti delle istituzioni che si erano impegnati per cercare di interrompere una fuga cominciata a giugno del 1993.
In alcuni periodi, soprattutto a cavallo della cattura di Bernardo Provenzano, si era pensato a una latitanza da eremiti, come quella dello "Zu Binu", che viveva in una masseria, come si disse, tra ricotta e cicoria. Questa immagine bucolica per "Matte'" svanì presto, però, nella mente degli investigatori che si affannavano nel tentativo di dare un volto all'ultimo grande latitante di Cosa nostra: polizia, guardia di finanza e carabinieri (alla fine la spuntarono questi ultimi, col Ros) avevano ben chiaro che Messina Denaro, originario di Castelvetrano (Trapani), nella sua provincia aveva una rete di protezione impermeabile a tutti i tentativi di infiltrazione da parte di chi gli dava la caccia.
"Iddu"
Una persona relativamente giovane come "Iddu" (lui) - così come veniva chiamato, senza mai nominarlo, nelle conversazioni intercettate di familiari e fiancheggiatori - non si privava di nulla, nella vita, soprattutto i mezzi tecnologici all'avanguardia e le donne. La conferma di avere di fronte un enigma, più di un "normale" boss latitante, venne dal carteggio che "Alessio", nom de plume di Messina Denaro, intrattenne a metà degli anni Duemila con "Svetonio", alias Tonino Vaccarino, l'ex sindaco, oggi scomparso, di Castelvetrano, condannato per traffico di stupefacenti ma assolto dalle accuse di mafia e di omicidio di un altro ex sindaco, Vito Lipari.
Scambi intellettuali, sforzi culturali, insomma un personaggio particolare. Nemmeno con le confidenze di Vaccarino ai Servizi segreti su questi scambi epistolari si riuscì a risalire alla prudente (ma nemmeno troppo) primula rossa di Cosa nostra. Capace anche di procreare, durante la lunga fuga, e di avere una figlia - chiamata Lorenza, come la nonna, e riconosciuta prima di morire - in latitanza, una giovane dal rapporto tormentato col padre e considerata "fuori razza", visto che non accettava di avere un genitore criminale e mafioso.
La Direzione distrettuale antimafia di Palermo, sotto la guida di vari procuratori, aveva mantenuto il coordinamento delle ricerche in mano a Paolo Guido, nominato aggiunto con Francesco Lo Voi e rimasto anche con l'attuale capo della Dda, Maurizio de Lucia. La strategia del magistrato, oggi procuratore di Bologna, era stata quella di "togliere l'acqua" al pesce: e cosi', operazione dopo operazione, retata dopo retata, arresto dopo arresto, era stata assottigliata la rete di chi lo aiutava.
Rosalia Messina e il 'pizzino'
Eppure "il pesce" non veniva fuori. Fino a quando una accuratissima perquisizione in una delle abitazioni della sorella del latitante, Rosalia Messina Denaro, a Castelvetrano, non aveva dato l'esito sperato: nella gamba metallica cava di una sedia era stato trovato un "pizzino" con una serie di appunti riferiti a una probabile malattia molto grave, un carcinoma in stadio avanzato. Erano partite così le verifiche su pazienti in età compatibile con quella di Messina Denaro e si era arrivati a un tale Andrea Bonafede, nato nel 1963 e residente a Campobello di Mazara (Trapani), che - pur scoppiando apparentemente di salute - risultava essere stato operato a Mazara del Vallo (Trapani) ed essersi recato più volte a fare cicli di chemioterapia nella clinica palermitana conosciuta in tutta la Sicilia.
Proprio alla Maddalena, la mattina del 16 gennaio 2023, trent'anni e un giorno dopo la cattura di Totò Riina (15 gennaio 1993, Palermo), scattò un nuovo blitz dei carabinieri del Raggruppamento operativo speciale, lo stesso corpo di eccellenza investigativa che aveva preso "il capo dei capi". Il primo e l'ultimo grande latitante di mafia finiti nelle mani del Ros e dello Stato, un ciclo che si chiudeva. Dopo, soltanto dopo, si scoprirono amori, cellulari, conversazioni, messaggi vocali, automobili rombanti, soprattutto una rete di personaggi collusi come medici, impiegati, insegnanti (tutte donne) affascinati dal boss inafferrabile, con molte signore che se ne innamoravano perdutamente, venendo sostanzialmente "cedute" dai mariti al loro capo.
Un latitante normale, normalissimo, dunque, che proprio della normalità aveva fatto il suo mantra: "Un albero se si nasconde nella foresta non si trova", aveva detto Messina Denaro al procuratore de Lucia e all'aggiunto Guido durante un interrogatorio nel carcere di L'Aquila: "E se non fosse stato per la malattia - aveva aggiunto sprezzante - non mi avreste trovato mai".
La malattia, dopo soli otto mesi di carcere, a fronte di trent'anni di latitanza, se lo portò via, il 25 settembre 2023, nel penitenziario del capoluogo abruzzese. Una morte normale, per un capomafia che aveva trascorso la vita a cercare di dimostrare al mondo di non essere "uno qualsiasi", dopo avere commesso omicidi e stragi in nome di una mafia sanguinaria e potente, tornata - grazie al lavoro di magistrati e investigatori - a essere una mafia normale, che lo Stato riesce a frenare.
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